Viva la rai/quanti geni lavorano solo per noi... bei tempi quelli in cui senza paura di essere smentito, o quasi, Renato Zero poteva cantare questi versi. Ma oggi come è messa la tv? Pare non tanto bene. Noi spettatori quanto siamo complici di questo imbarbarimento? Ai posteri l’ardua sentenza.
Partiamo da un assunto imprescindibile: non è vero che tutta la TV fa schifo, esistono ancora dei programmi ben fatti, delle sacche di resistenza. Facciamo un esempio: La storia siamo noi, di Giovanni Minoli, nel corso degli anni ha raccolto premi e attestati di stima all’estero, molti meno in patria, come lo stesso Minoli in un’intervista al Tg2 ha voluto sottolineare. La storia siamo noi è un programma che seguo volentieri, c’è una cosa però che mi fa accapponare la pelle, prima del lancio della pubblicità la voce di Minoli che dice: la storia torna dopo la pubblicità! Non so se sia ironica, sferzante, consapevole battuta, so solo che la trovo agghiacciante… nella sua veridicità: la storia torna dopo la pubblicità.
E’ un ottimo punto di partenza per parlare della tv oggi e di come siamo messi: dell’asservimento a logiche incomprensibili, dovute al dominio della pubblicità: l’ansia da vendita di spazi pubblicitari, che porta al ricatto dell’ascolto a tutti i costi (che già illustri vittime ha fatto), da misurarsi con strumenti di dubbia validità, l’Auditel. Per non parlare dei continui rimescolamenti dei palinsesti, prassi consolidata negli scorsi anni, in cui tu tentavi di seguire le evoluzioni della tua serie preferita, che veniva cancellata, post-posta, rimandata, cambiata di fascia oraria o giorno, troncata ecc. Tanto che, abbandonate le guide tv, uno si dotava di sfera di cristallo e cercava di capire quando e dove avrebbero trasmesso la serie.
Se è vero che la TV è specchio, seppur distorto e deformato, del mondo in cui viviamo, e di noi stessi o quantomeno della gente che la guarda (non ci credo del tutto, ma ci credo), osserviamolo questo mondo. Cosa ci circonda? Dove stiamo andando?
Quando si parla di televisone di qualità, si svolge un’equazione (a mio avviso errata) di questo tipo: tv di qualità è quella che fa cultura, cultura è se si parla d’arte, storia, filosofia, economia, psicologia, sociologia. Ok, ci stiamo, ma fino a un certo punto. In ogni caso questo assioma è funzionale a quanto sto per dire.
Se il metro di paragone è l’arte, manifestazione alta del genio e dello spirito dell’uomo, questa è la condizione dell’arte da ormai una trentina d’anni (almeno). L’arte è mercato (è sempre stato così); il compratore d’arte e il mercante che lo serve , nonché gli artisti più in voga sono così: cito Mordecai Richler e il suo libro La versione di Barney (è un Bellow edulcorato, un Herzog alla portata di tutti)
- non ha mai aperto l’Iliade, né Gibbon, Stendahl, Swift […] Scommetto che non ha mai passato un’ora davanti al ritratto della famiglia reale di Velàzquez […] ma invitatelo a una vernice che promette un crocifisso affogato nel piscio, o un culo sanguinolento di signora trafitto da un arpione, e arriverà di corsa sventolando il libretto degli assegni.
Desolante, quanto vero. Le stesse cose, e con la stessa verve combattiva, ma su di un altro piano dialettico, le si possono trovare in un testo come “Parigi – New York e ritorno, viaggio nelle arti e nelle immagini” del critico d’arte francese Marc Fumaroli, illuminante sotto molti aspetti.
Se questo è il metro di paragone, se persino le manifestazioni più alte sono cazzate e pubblicità, direi che siamo ben messi. Quanto di tutto ciò è dovuto anche a responsabilità di noi pubblico? Lo scopriremo presto, dopo la pubblicità.
Io credo che l’aria stia cambiando, le coscienze e la voglia delle persone di tornare a ridere come dio (il dio della tv) comanda, tornare a riflettere e a commuoversi come uomini e non come burattini, sia una necessità sempre più impellente nel pubblico. Professionalità in chi lavora in tv e fa tv pare il nuovo mantra, ben venga il nuovo mantra.














