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Archive for marzo 2012

Il titolo del post allude al fatto che oggi, entrando in libreria e dando una scorsa ai romanzi appena usciti, ci si accorgerà dell’alta percentuale di libri scritti da donne e per le donne, e di libri scritti da uomini per le donne. Con ciò intendo trame che prevalentemente parlano di donne, sentimenti e amore, meglio se con tragedie o storie complicate dietro l’angolo.

Ieri, in libreria con mia morosa, questo elemento si è palesato proprio scorrendo lo scaffale dei libri novità: basta osservare le copertine, basta leggere i titoli. Ne avevo il sospetto quando, dopo aver dato una scorsa ad uno di quei cataloghi-pubblicità, che sempre in libreria si trovano e ti danno dopo un acquisto, mi stupii e chiesi (in buona fede, non per fare dell’ironia) se il catalogo fosse in previsone dell’otto marzo e per questo virato a forti tinte rosa.

Non voglio dare giudizi di merito, e di sicuro non sono qui a lamentarmi – anche perché non ce n’è motivo – osservo e riporto solo un dato che mi pare evidente, e che mi ha colpito. Oggi la letteratura, in prevalenza, è rosa, cioé è donna. E mi interrogavo sul perché: forse oggi non solo chi scrive è donna, ma in prevalenza anche chi legge? Ma in fondo non è sempre stato così?

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Ho letto con piacere questo post di Alessia, che condivido in pieno. Legato al tema trattato della natura, il cambio delle stagioni, persino la sacralità di certi momenti, il rispetto, l’amore… ieri sera in tv ho visto per la prima volta una pubblicità della Yamaha, uno spot coglione, che mi ha fatto girare le palle come credo non sia mai successo. Mi ha veramente dato fastidio, e credo rappresenti in pieno certo tipo e modello di motociclista (e parla uno che delle auto non gliene può fregare di meno, ma adora le moto) che ritengo nel suo machismo esasperato ed esaltato (più esibito che reale) un emerito coglione:

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Qual è una delle situazioni più imbarazzanti per un vip, o una star di fama mondiale? Posto che farsi beccare senza mutande oggi fa acquisire punti di merito, più che creare imbarazzo, e che se ti parte una scorreggia puoi sempre dire di essere il testimonial dell’Activia con il bifidus attivo-molto-attivo, passiamo alla numero tre della lista, che di colpo diventa la numero uno

Matt Damon, ospite del Late Show, ha raccontato di essersi trovato in questa situazione:

è a Londra per girare un film e, con la famiglia, decide di andare al parco. Si avvicina a Matt una coppia di giovani sposi spagnoli, che gli chiedono di fare una foto e lui, disponibile e contento, dice: ma certo. Mette il braccio intorno alle spalle della ragazza, e pianta un sorriso da conquista di Hollywood.

Matt dice di capire che qualcosa non va, quando il marito invece pianta su un’espressione da: brutto figlio di puttana togli le mani da mia moglie. L’espressione dice questo, mentre a parole gli spiega che desiderava che Matt facesse loro una foto. Non lo avevano riconosciuto.

Ora, Matt ha spiegato a David Letterman che l’imbarazzo non era tanto verso la coppia di spagnoli che non l’avevano riconosciuto, ma nei confronti della moglie dell’attore, che un paio di metri più in là era piegata in due dalle risate.

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[Mai stato bravo con i titoli] Che sia primavera è assodato, che spuntino le prime margherite anche, e non solo, ci sono le viole (chiedere a Monia per conferma), ma questo è un altro discorso.

Sono un fruitore appassionato di televisione, ma alquanto disordinato per quanto riguarda la scelta di ciò che guardo. Per me funziona così: faccio zapping, vedo qualcosa che mi interessa e mi fermo. Difficilmente pianifico in anticipo cosa guardare, specie quando si tratta di serie tv. Ci capito e fine. Se poi mi piacciono inizio a seguirle.

E’ primavera, spuntano le margherite e al disordinato fruitore di serie tv è venuto in mente Pushing daisies, telefilm che qualche volta seguivo l’anno scorso, ma che non ho più visto nei palinsesti. Un telefilm carino, insolito nei temi, quindi anche abbastanza originale, genere commedia, quindi si ride. Non mi dispiacevano le avventure di Ned il Fabbricatorte (the pie maker), del caffè-pasticceria PieHole, del suo dono: la capacità di resuscitare i morti (quelli che appunto da sotto spingono le margherite), da cui l’idea di indagare su casi di omicidio con l’amico (amico?) investigatore, potendo chiedere direttamente all’assassinato: chi ti ha ucciso? Anche se non sempre questo lo sapeva. E poi riscuotere eventuali premi in denaro sulla cattura dell’omicida. Era originale la storia d’amore con la zombie Charlotte “Chuck”, amica di sempre e zombie in quanto è Ned a riportarla in vita. Ma il dono di Ned ha una particolarità: al primo tocco riporta in vita, al secondo tocco uccide. Può riportare in vita solo per 60 secondi, se poi non tocca di nuovo il Lazzaro di turno, qualcun’altro morirà al posto del resuscitato. Non so se mi sono spiegato, eventualmente c’è wikipedia per capire meglio come la cosa funzioni. Questo dà uno spessore diverso alla trama, e la rende più intrigante. Ned riporta in vita la ragazza che ama e che lo ama, ma non può più toccarla. Se indiga su di un omicidio può far domande alla vittima solo per 60 secondi.

Il mio personaggio preferito era Olive dalla voce squittente, collaboratrice al PieHole di Ned e segretamente innamorata di lui. Le storie d’amore hanno una certa importanza, ma un ruolo non invadente. In effetti il telefilm è abbastanza orientato a tinte rosa, ossia si rivolge ad un pubblico dedito a festeggiare l’8 marzo, più che il 19 dello stesso mese, ma non essendo una soap, mantenendosi quindi su registri più unisex nella trama, è godibile anche per un pubblico maschile, nonostante le torte e le margherite.

Bon, ho scoperto che Pushing Daisies è durato pochissimo e poi è stato cancellato: la prima serie ha solo 9 puntate, causa sciopero degli sceneggiatori; la seconda è stata anche l’ultima. E neanche il tocco di Ned pare aver funzionato sulla serie dopo la soppressione. Non è così assurda la cosa, scrivere un genere di telefilm di questo tipo richiede, a mio avviso, per una duratura programmazione e sicuro appeal su pubblico un punta di maggiore causticità, huomor nero, persino cattiveria, che la serie non aveva. Tale mancanza alla lunga poteva portare (e forse era già così in parte) ad una ripetitività delle storie che sviliva un concept iniziale che aveva molte potenzialità, e un grado di originalità che in tv non è così facile da trovare.

Si parlava della possibilità di proseguire la storia via fumetto, ma evidentemente non sarà la stessa cosa.

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Venere e Giove

Non so se in queste sere vi sia capitato di alzare lo sguardo al cielo. A me capita spesso. Sono stato un astrofilo per un certo tempo, con il mio fedele telescopio Newtoniano, giallo, il Konus Dorado, me ne andavo a campi ad osservare stelle, pianeti, deboli luminescenze di nebulose lontane. Oggi campi dalle mie parti ce ne sono pochi (e non è molto igienico stazionarvi di notte) e l’inquinamento luminoso è tale che non ne vale più la pena. In vita mia sono riuscito a vedere una sola volta, ad occhio nudo, la via lattea: in Sardegna.

Bene, se avete sollevato il naso al cielo in queste sere, vi sarà di sicuro capitato di vedere due “stelle” luminose, specie sul far del tramonto, che stazionano molto vicine. Quei due punti luminosi non sono stelle, bensì due pianeti: Venere e Giove. Una congiunzione particolare, non frequente, uno spettacolo che ci regala questo 2012.

E c’è gente che scrive agli osservatori astronomici per chiedere se si tratti di UFO: – No, stia tranquillo signore, non sono navi aliene, si tratta solo di due enormi comete che si stanno dirigendo verso la Terra, alla fine ha visto che i Maya avevano ragione? (Il quadro lì sopra è di Pietro Liberi, Giove sulle nuvole tra divinità femminili).

Un bel film di invasioni aliene? Uno molto più intelligente dei tanti polpettoni che ci propinano adesso? La Guerra dei Mondi, il film del 1952 però, non quella minchiata di remake targato Spielberg.

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Non amo il caldo, specie quando si fa umido e soffocante. Da anni non sono un fan dell’estate, eppure per molte ragioni di ordine pratico la aspetto, la sopporto, dico: meglio dei guasti dell’inverno con il suo carico di neve, ghiaccio e nebbia. Ma, ripeto, solo per questioni pratiche, non certo per affinità di spirito. Il mio spirito è ben radicato nell’inverno. Potrei elencare decine di motivi per cui amo l’inverno, potrei elencarne altrettanti per cui non mi piace l’estate (né mai mi piacerà, questo è un dato di fatto).

Ognuno di noi credo abbia un elenco di cose che gli piacerebbe fare una volta nella vita, dalle più assurde e improbabili, alle più semplici (quelle per cui non c’è mai abbastanza tempo). Il mio elenco non è così lungo, anzi se ci penso forse c’è solo una cosa che mi piacerebbe fare nella vita ed è illustrata   in queste foto Giappone, una polla d’acqua termale calda, circondati dalla neve. Mi viene in mente il libro Il paese delle nevi, di Kawabata Yasunari

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Fiat e forme di neo-colonialismo di ritorno, dove gli spazi da conquistare in ogni modo, meglio il più lucroso per l’azienda, sono i nostri, siamo noi. Doveva succedere. Ieri in treno un tizio, rifacendosi a certa filosofia rupestre, affermava che: ogni male fatto torna indietro. Ciò che noi abbiamo permesso si facesse nel mondo, senza troppo curarcene, ora lo paghiamo sulla nostra pelle. Qualcuno ha scoperto che fa male, ma sono comunque pochi.

Osservando l’esempio della Fiat a Detroit, come qui in Italia, vediamo svilupparsi un modello economico che non è di certo nuovo, ma che risulta raffinato nelle sue forme, che si fanno sempre più “sofisticate” e stringenti, in un’assenza totale a livello istituzionale di forme di protezione e controllo per i lavoratori e i loro diritti.

Oggi un’azienda cerca spazi non solo in paesi emergenti, dove più facile è dettare legge per ovvie ragioni, Marchionne propone un sistema  che presto attecchirà: si opera in un contesto di profonda crisi (Detroit, l’Italia), si investe: meglio se con i soldi dello Stato, più che con quelli dell’azienda – e se va male chi ha pagato quell’investimento, i cittadini? – quello stesso Stato che poi non si interessa di come e cosa farà l’azienda; tanto piuttosto che niente è meglio piuttosto. Questo è l’adagio pericolosissimo (lassismo più per incapacità di affrontare il problema alla radice che non per pigrizia – mettiamoci in testa che la classe dirigente, che noi abbiamo voluto! è altamente incompetente, qui in Italia come in Europa, come oltre oceano), su cui si appoggia chi avvalla queste operazioni. E su cui cerca conforto la maggior parte dei lavoratori il: piuttosto che niente… salvo poi scoprire che su quel piuttosto (finché dura poi) non è possibile costruire il futuro. Non sono modelli pensati per la crescita di un paese, di una regione, di una città, se domani va male, o anche solo benino, l’azienda alza le tende e sul territorio non resta più niente.

E veniamo proprio a quei lavoratori che pur di lavorare preferiscono il piuttosto che. Qui troviamo l’elemento geniale su cui punta il neo-neo-colonialismo economico. Per i lavoratori l’azienda non è vista come l’antagonista, o è tale solo per una minoranza. Dividi ed impera è il motto alla base di chi detta le regole: o accettate le nostre condizioni o cazzi vostri, andiamo dove più ci conviene. E chi dice no (sempre un’esigua minoranza) si trasforma nel nemico degli altri operai, mentre chi dice sì diventa il nemico di quella minoranza, e ogni conflittualità si risolve interamente in una guerra tra poveri che non tocca l’azienda, né la riguarda. Pro e contro, gli uni contro gli altri.

Dobbiamo accettare se no che si fa? Non ci sono alternative, non ci sono proposte, né altre vie percorribili. Ecco il punto dolente, in tutta la sua evidenza. Ecco palese l’incapacità di porogettare il futuro, come gestire una crisi, o sviluppare un paese, da parte delle istituzioni a tutti i livelli, ecco la debolezza di un’università (non solo per colpe di questa) che non è centro propositivo, completamente scollegata dal mondo del lavoro, al collasso in fatto di fondi per la ricerca (ma è solo colpa dei vari ministri della pubblica d-istruzione che negli ultimi ventanni si sono dati il cambio al governo?). Ecco anni e anni di: chi se ne frega; di: faccio i miei interessi, coltivo il mio orticello, che ha imperato in Italia.

Tornando alla guerra tra operai, è chiaro che vinceranno i sì, chi accetta le nuove regole pur di lavorare, sperando che le cose più o meno vadano per il verso giusto (non è mai così). Se le cose vanno male, se i Visitors aziendali vanno a colonizzare un altro pianeta, si capisce che quel piuttosto che niente era proprio niente.

Sintetizzando: l’azienda si inserisce in un contesto di “disperazione”, impone le proprie regole e se va bene resta, se no ciao. E se va bene, va bene solo per l’azienda, mentre i lavoratori hanno fatto un salto indietro di cento anni rinunciando a diritti, salari, previdenza sociale, pensioni, e non solo loro. Cristallizzato il modello, accettate le nuove regole (non è vero, come qualcuno vuol far credere, che si tratterà solo di una deroga temporanea a diritti e salari, finché l’economia non ricomincerà a tirare), chi ne pagherà veramente le spese saranno i nostri figli. La scarsissima lungimiranza di un paese (istituzioni e cittadini) è il male maggiore in tutto ciò, non riuscire a capire che non si sta costruendo ricchezza, né delle basi solide su cui impostare l’economia futura. Non si sta costruendo, ma si sopravvive e anche male, parecchio male.

Ora, come di consueto, l’angolo del film, per tirarci su. Due film su sindacato, diritti e crisi, giusto per alleggerire: Fist con Stallone e, in tema di industria automobilistica, Gung-Ho Arrivano i Giapponesi, di Ron Howard, protagonista Michael Keaton

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