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Archive for the ‘ars’ Category

Sorprese inaspettate

Shibata Toyo, poetessa (a 92 anni), scrive “La vita può cominciare quando meno te lo aspetti”

Verità sacrosanta. Ogni tanto qualche parola di speranza, specie di sti tempi, fa bene leggerla.

La vita inizia, o ci sorprende, o cambia, o ci conquista, quando uno meno se lo aspetta, e a tal proposito c’è un gran bel film con Paul Newman, che consiglio, si intitola “La vita a modo mio”.

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Il titolo del post allude al fatto che oggi, entrando in libreria e dando una scorsa ai romanzi appena usciti, ci si accorgerà dell’alta percentuale di libri scritti da donne e per le donne, e di libri scritti da uomini per le donne. Con ciò intendo trame che prevalentemente parlano di donne, sentimenti e amore, meglio se con tragedie o storie complicate dietro l’angolo.

Ieri, in libreria con mia morosa, questo elemento si è palesato proprio scorrendo lo scaffale dei libri novità: basta osservare le copertine, basta leggere i titoli. Ne avevo il sospetto quando, dopo aver dato una scorsa ad uno di quei cataloghi-pubblicità, che sempre in libreria si trovano e ti danno dopo un acquisto, mi stupii e chiesi (in buona fede, non per fare dell’ironia) se il catalogo fosse in previsone dell’otto marzo e per questo virato a forti tinte rosa.

Non voglio dare giudizi di merito, e di sicuro non sono qui a lamentarmi – anche perché non ce n’è motivo – osservo e riporto solo un dato che mi pare evidente, e che mi ha colpito. Oggi la letteratura, in prevalenza, è rosa, cioé è donna. E mi interrogavo sul perché: forse oggi non solo chi scrive è donna, ma in prevalenza anche chi legge? Ma in fondo non è sempre stato così?

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Venere e Giove

Non so se in queste sere vi sia capitato di alzare lo sguardo al cielo. A me capita spesso. Sono stato un astrofilo per un certo tempo, con il mio fedele telescopio Newtoniano, giallo, il Konus Dorado, me ne andavo a campi ad osservare stelle, pianeti, deboli luminescenze di nebulose lontane. Oggi campi dalle mie parti ce ne sono pochi (e non è molto igienico stazionarvi di notte) e l’inquinamento luminoso è tale che non ne vale più la pena. In vita mia sono riuscito a vedere una sola volta, ad occhio nudo, la via lattea: in Sardegna.

Bene, se avete sollevato il naso al cielo in queste sere, vi sarà di sicuro capitato di vedere due “stelle” luminose, specie sul far del tramonto, che stazionano molto vicine. Quei due punti luminosi non sono stelle, bensì due pianeti: Venere e Giove. Una congiunzione particolare, non frequente, uno spettacolo che ci regala questo 2012.

E c’è gente che scrive agli osservatori astronomici per chiedere se si tratti di UFO: – No, stia tranquillo signore, non sono navi aliene, si tratta solo di due enormi comete che si stanno dirigendo verso la Terra, alla fine ha visto che i Maya avevano ragione? (Il quadro lì sopra è di Pietro Liberi, Giove sulle nuvole tra divinità femminili).

Un bel film di invasioni aliene? Uno molto più intelligente dei tanti polpettoni che ci propinano adesso? La Guerra dei Mondi, il film del 1952 però, non quella minchiata di remake targato Spielberg.

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Non amo il caldo, specie quando si fa umido e soffocante. Da anni non sono un fan dell’estate, eppure per molte ragioni di ordine pratico la aspetto, la sopporto, dico: meglio dei guasti dell’inverno con il suo carico di neve, ghiaccio e nebbia. Ma, ripeto, solo per questioni pratiche, non certo per affinità di spirito. Il mio spirito è ben radicato nell’inverno. Potrei elencare decine di motivi per cui amo l’inverno, potrei elencarne altrettanti per cui non mi piace l’estate (né mai mi piacerà, questo è un dato di fatto).

Ognuno di noi credo abbia un elenco di cose che gli piacerebbe fare una volta nella vita, dalle più assurde e improbabili, alle più semplici (quelle per cui non c’è mai abbastanza tempo). Il mio elenco non è così lungo, anzi se ci penso forse c’è solo una cosa che mi piacerebbe fare nella vita ed è illustrata   in queste foto Giappone, una polla d’acqua termale calda, circondati dalla neve. Mi viene in mente il libro Il paese delle nevi, di Kawabata Yasunari

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@Giorgia

Per vedere le foto di Giorgia cliccate qui

Volevo essere breve, ma purtroppo non ho il dono della sintesi, in fondo ogni tanto mi piace straparlare. Scrivo alcune considerazioni (purtroppo un attimo di corsa) sulle tue foto, e lo faccio qui perché la tiro lunga.

Primo: invidio profondamente la tua capacità di saper usare Photoshop.

Ho visto che tu crei prevalentemente dei collage, o meglio dei Photocollage come venivano chiamati in un tempo lontano, e quindi ti colleghi direttamente alla radice della tradizione della fotografia e dei primi sperimentatori, che poi rielabori a tuo modo e secondo il tuo estro, questo in soldoni è ciò che si fa facendo arte. Mi pare che l’attenzione al passato sia ben presente in te e nei tuoi lavori, non solo come richiamo diretto attraverso la materia visiva che usi nei tuoi fotomontaggi, ma proprio come modus operandi, come idealità. Osservo che come ricerca e intenzione di fondo, le foto si muovono su diversi piani, come è naturale che sia vista la loro natura composita, dove talvolta emerge più forte una componente sulle altre: può essere ludica e di gioco, di “piacere della scoperta”, può essere stupore, divertimento, inconscio, amalgama, dialogo tra diverse realtà, poesia, intensità/struggimento emotivo ecc. Ognuno poi percepisce ciò che sente di fronte alla foto. Ognuno poi ti appiccica un’etichetta, che poi è così bello, perché un giorno sei surrealista, il giorno dopo dadaista, futurista, introspettiva, kandinskiana rediviva; credo non ti possano dare della “costruttivista” In questi casi uno prende e porta a casa. Ti dà fastidio quando ti appiccicano l’etichetta? Occhio, non vieni associata a… non è possibile in quanto quei movimenti non sono contemporanei a te, fanno parte del passato, ma vieni comodamente incasellata. Ti scoccia? Curiosità mia eh, se dici “no” non c’è nulla di male 😀

Per sua natura il collage ha come effetto quello di portare un certo straniamento, è destabilizzante in quanto viene a mancare un unico punto di vista o una precisa gerarchia tra gli elementi che lo compongono, e questo è ben presente nelle tue foto, dopotutto fu Leger (o qualcuno che parlava delle foto di Leger, non ricordo ora la citazione precisa) che osservava come un certo modo di lavorare con la fotografia porti a dissolvere la prospettiva. Accumulo denso di elementi: possibile trappola… forse. Che gli elementi stridano, o creino armonia tra loro, ci vuole un sotterraneo superiore equilibrio nel montare il photocollage. Il fotografo è libero di cercare il suo di equilibrio, la sua cifra estetica più autentica. Un eccesso di densità nella struttura, a mio modo di vedere, porta solo a respingere il riguardante dalla foto, sviando la sua attenzione “oltre” la foto. Ma non ne sono mica sicuro, chiaro, è più un’ipotesi.

In termini di significati , decriptare o elaborare un significato univoco o cercare le tracce dei mille significati del photocollage è una tentazione irrinunciabile. Personalmente devo dire che tra le tante cose che Eliot mi ha insegnato con la “terra desolata” è che non necessariamente si deve cercare un significato a tutti i costi; se qualcosa, tra le tante, mi ha insegnato E. Panowsky è che tutto sommato ogni tanto è interessante cercare dei significati 🙂 Ma in fondo ritengo che questo sia un falso problema, almeno inizialmente, in quanto il mio approccio all’arte avviene in un primo momento come semplice adesione/accettazione da parte dei sensi di ciò che guardo. Niente mediazioni o sovrastrutture intellettuali, o se ci sono lavorano in secondo piano, molto sfumate. E’ così che ho guardato le tue foto, è così che a mio avviso dovrebbero essere guardate.

Dicevo, tu lavori per addizione, accumulo, rifrazioni, riferimenti, omaggi magari… sarai mica fan del fantomatico, ineffabile, contenitore definito post-moderno? No, perché in quel caso spiegami bene di cosa si tratta, perché io non ci ho capito una mazza… o meglio, è solo una forma di resistenza attiva del mio cervello che di fronte alle stronzate che mi è capitato di leggere grida pietà! :mrgreen:

Dopo questa inutile divagazione, ti dico che ho visto il tuo lavoro sul dipinto di Frida Kahlo. L’opera di Frida vive chiusa in sé costituendo un mondo personale, intimo, perfettamente sufficiente a se stesso. Io mi avvicino alla sua opera con un grande pudore, mi pare quasi di non aver diritto di guardare, sbircio. Ho visto che tu sei intervenuta drasticamente destabilizzando quel mondo e quell’intimità, sciogliendolo, reinventandolo. Un’operazione attiva, forte (non dissacrante, che non ha senso dirlo) oh, non fraintendermi, sto solo osservando, non sto giudicando, tantomeno giudicando negativamente il tuo intervento. L’opera di Frida è lì anche per questo, e in fondo un’opera va prevalentemente vissuta, giusto? E il tuo è un modo di viverla.

Mi piace il tuo autoritratto “Grigio Arlecchino“, beh, quello è un omaggio alla fotografia, lì è condensata la storia della fotografia (fotografi e cineasti di inizio ‘900, fino a Lang e Hitchcock, quegli occhi lì li hanno spesso usati), e inserendo il tuo ritratto nella foto a pieno titolo ti immergi in quella storia, con intenzione di portarla avanti immagino, in un cammino, che sempre immagino, sia all’inizio.

Quanto mi piace across the universe nella versione di Fiona Apple.

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Taylor Wessing Portrait Prize

Queste, nell’ordine, sono le prime quattro fotografie (ritratti) premiate al Taylor Wessing Portrait Prize.

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Prima è la fotografa Lottie Davies (1971, Guildford, Gran Bretagna) con Dream of a quintuplet birth, 2008. Rappresentazione dell’incubo di un’amica che sogna di avere cinque gemelli. Immagine costruita e rielaborata al computer. Diversi sono i riferimenti, se il concept di base richiama certe strutture, ambientazioni e l’uso della luce dei dipinti del rinascimento italiano (Tiziano ad esempio, ma azzardo pure, con le dovute proporzioni, Correggio specie nel fulcro di luce della madre e del letto, luce simbolica più che reale che promana da lei, un po’ sul modello di una Sacra Natività) d’altra parte l’eleganza cromatica, se non la sontuosità del drappo rosso e dei tessuti, è mitigata da un sottofondo ammuffito di un ambiente che più che essere quello prezioso di certi dipinti rinascimentali, rimanda piuttosto ad un clima più propriamente ottocentesco, malato, decadente, il Toulouse-Lautrec de La toletta, o magai il Telemaco Signorini de La toletta del mattino, solo per citare i primi che mi vengono in mente, e la stessa posa della madre ricorda la bellissima Olympia nel celebre nudo di Manet. Un contrasto apparentemente stridente (restiamo pur sempre nel clima del sogno, meglio, dell’incubo) che quantomeno ha il pregio di vivificare la composizione, nobilitandola al rango di idea interessante e non pedissequa imitazione, o gioco ozioso.

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In fatto di citazioni preferisco di gran lunga questa, è una foto elegante intellettualmente e visivamente. L’autore è il fotografo Hendrik Kerstsen (1956, l’Aia), titolo: Bag, 2007. Il riferimento è alla tradizione del ritratto fiammingo ed olandese, il fondo scuro da cui a forza di luce emerge la figura, che proprio su quella luce si struttura e assume densità. La posa di trequarti, mezzobusto, l’abito nero di castità calvinista, la cuffia fatta con un sacchetto di plastica, ecco il messaggio che viene veicolato dall’immagine: un messaggio teso ad evidenziare gli sprechi della società, l’importanza del riciclaggio: un sacchetto può diventare prezioso elemento di decoro. La foggia mi ricorda le cuffie monumentali delle donne bretoni, quelle stesse dipinte da Gauguin in, La visione dopo il sermone, e successivamente in due dipinti identici di Emile Bernard, Donne bretoni in un parco, e Vincent Van Gogh, Donne bretoni.

catherineTerza classificata è la foto di Catherine Balet (Parigi, 1959), Ines connected with Amina, 2007,  rappresentazione del rapporto simbiotico tra giovani e nuova tecnologia. Dato che la luce proviene prevalentemente da computer e Ipod (io non ne sono convinto, ma forse sbaglio)  francamente un contrasto accentuato in senso drammatico avrebbe a mio avviso dato un po’ di senso ad una foto che è semplicemente rappresentazione di quanto idiota sia, sempre!, assegnare un premio in fatto d’arte, perchè francamente questa foto pare più inserita tra le migliori per scelta politica “sì, dai, i ggggiovini schiavi del computer, mettiamola che è edificante dal punto di vista morale, o rappresenta il nostro tempo ecc.” che non per qualità. Mi dice veramente poco, nel senso che l’idea è anche buona, la realizzazione banale. Opinione personale, chiaro.

Veniamo ora alla quarta classificata, la foto che appena l’ho vista mi ha fatto esclamare: sticazzi! Questa, a mio avviso, batte di gran lunga quelle che la precedono, ma senza paura di sbagliare lo affermo, questa è arte allo stato brado.

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Tom Stoddart (1953, Morpeth, Gran Bretagna) che in effetti non è proprio l’ultimo arrivato. Per un servizio apparso sul Time Magazine, il fotografo  immortala in questo scatto Rupert Murdoch, re dei media. Titolo della foto Murdoch reflects, 2007, non è che abbia semplicemente colto la fragilità dell’uomo potente, come si è scritto, non è solo la naturalezza dell’immagine resa con un’altissima qualità, non è solo il gioco struggente del riflesso sul tavolo, non è quel sentore anni ’50,  è che è riuscito a trasformare Murdoch in una specie di barbiere di Brooklyn che fa fatica ad arrivare a fine mese, e che trascorre le giornate nella sua bottega, parlando con gli amici anziani delle vecchie glorie della boxe. Un barbiere un attimo frastornato come se non capisse bene chi è e dove si trova, magari sta facendo anticamera prima di incontrare un potente e continua a sfregare le mani nervoso sotto il tavolo. Dire che in un certo senso Stoddart ha trasfigurato la realtà reinventandola non mi pare eccessivo o azzardato, e il tutto in un intenso, meraviglioso, click. Sticazzi!

[Bon, ringrazio Eppifemili che mi ha spiegato come mettere le foto, in effetti lo stesso procedimento l’avevo provato anch’io diverso tempo fa, ma non so perché fin’ora non aveva funzionato, mah, forse dipenderà dal tipo di design-template-layout di blog che si è scelto? Mistero] 

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Presso il Museo Trastevere di Roma dall’8 al 28 di Maggio è possibile visitare la mostra dedicata alle foto premiate nel 2009 al prestigioso World Press Photo.

La foto vincitrice è del fotografo Anthony Suau (statunitense), scattata nel marzo 2008; vi è rappresentato l’agente Kole di Cleveland (Ohio) che, pistola in mano, controlla che una casa, i cui proprietari a causa della crisi economica avevano ricevuto lo sfratto, sia effettivamente vuota. La foto fa parte di un servizio commissionato dal Time Magazine, appunto per illustrare gli effetti della crisi economica, ed ha vinto il World Press Photo 2009 come migliore fotografia.

world_press_photo_2009_winner

Si è registrato tra i fotografi in lizza per il premio un aumento dei partecipanti provenienti dai paesi emergenti, interessante, anche se non originalissima, la sequenza di foto del cinese Fun Yongjun che ritrae lo stesso albero in diversi periodi dell’anno.

Consideravo come oggi sia piuttosto semplice, per certi versi almeno, ottenere delle foto di ottima qualità anche per chi non è un professionista, e allora la discriminante tra una foto interessante e una foto buona ma che dice poco, credo stia non tanto nel mezzo tecnico utilizzato, ma nell’idea che c’è alla base dello scatto, nella capacità di cogliere e rappresentare quell’idea, o in alternativa la realtà, in modo profondo, personale, originale. La foto vincitrice a mio avviso ha queste caratteristiche, è una foto eccellente qualitativamente e interessante. Fine.

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