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Archive for the ‘manga’ Category

Sarà che non ho più tre anni, magari mi manca la capacità di stupire in modo spontaneo davanti a piccole meravigliose cose, particolari, dettagli troppo spesso trascurati… e mi manca quel sesto senso per scoprire piccoli tesori nascosti nella campagna, offerte della natura per un animo sensibile o candito, o semplicemente inesperto. Sarà che le bambine protagoniste dell’anime “Totoro” (studio Ghibli, Hayao Miyazaki, e chi altri!) sono portatrici di una vitalità concentrata e pronta ad esplodere mentre in me, che sono grandicello, di concentrata c’è solo la nostalgia per un passato vissuto in modo simile al loro, per quanto concerne il rapporto con la natura, non per altro. Però curiosando nella campagna intorno a casa mia non sono riuscito a trovare gatti tigrati a forma di autobus, né giganteschi Totoro e un po’ tutto questo mi dispiace, mi dispiace e mi manca. Già, mi manca non essere più in grado di trovare gatti con gli occhi a fanale, né piccoli grandi misteri da svelare. Solo la pioggia, il suo rumore, il suo profumo, il brivido che attraversa l’aria quando scende dal cielo, mi concede un’emozione da sempre uguale, piacevolmente immutata. Come è bello camminare con l’ombrello aperto sotto la pioggia, magari nel silenzio di un posto tranquillo, magari quando comincia a fare sera. Beh, però potrei sempre provare a canticchiare: To-toro-to-toro… chissà, magari qualcosa di assurdamente piacevole, perché inaspettato, potrebbe succedere

Ecco cosa io ho trovato in campagna (alcune cose almeno, oltre a zanzare killer):

 

   

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Sto aspettando, pochi minuti prima di andare… guardo fuori dalla finestra… piove, non fa freddo, anzi, però la sensazione è che il cielo abbia già quella coltre settembrina che a me concede un insieme di inesplicabili eccitanti emozioni… e così mi viene in mente questa canzone (Dearest)… silenzio… solo la pioggia furoi, è un peccato rovinare questo momento pensando di dover andare, perché questa è una serata in cui non si dovrebbe andare, un momento da non sprecare banalmente, irreparabilmente; bensì da assaporare, godere, gustare, piantare nella memoria, così, una piccola cosa, un’inezia, un momento di pace… beata, ripiegata, ricca, solitudine… autentica felicità…

 “Dearest” di Ayumi Hamasaki qui in versione per pianoforte

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Evviva, è tornata MICIA!

Ma che ti fai i cavoli tuoi? Perché? Sono contento che Micia sia tornata. Io, Monia e Chissene (e molti molti altri) ne sentivamo la mancanza 😀 perciò fuoco alle polveri:

Ciao Micia!

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Ieri, sul tardi, sono riuscito a trovare dieci minuti per andare a fare un po’ di jogging. Come da due mesi a questa parte a metà il tendine del ginocchio sinistro mi ha mollato “caro, io vado avanti, ti aspetto a casa!” e così ho dovuto passeggiare. Dietro a me sono arrivati due ragazzini, 15 max16 anni, un lui e lei (fidanzati) più staccato l’amico di lui, si teneva alla larga con la testa bassa. Io procedo a passo lemme e loro in breve mi raggiungono. Non avrei mai creduto che in una ragazzina così carina e magrolina fosse concentrato un simile vocabolario di parolacce. Ce l’ha con lui colpevole di averla lasciata indietro per fare il figo – il maratoneta da olimpiadi – con l’amico. Non è questo il modo per impressionarla, al massimo la fai incazzare. Povero cucciolo, nel rapporto si muove ancora a tentoni. Vorrei dirgli: consolati, sarà così per il resto della vita, comunque prendi appunti che ti servirà per il futuro. Passata la prima sfuriata lui prova ad abbozzare un “ma io pensavo…”

“eh, sì, tu pensi, certo, tu pensi sempre, eccome se pensi…” e giù la seconda ondata. Attenzione però, lei non usava un tono esasperatamente aggressivo, non so se per istinto o per esperienza (esperienza che lui immediatamente farà di come girano certe dinamiche nel rapporto di coppia, come interpretare certe situazioni e certi toni di voce) lei aveva impostato quel tono querulo un po’ supplichevole grazie al quale ti può dire tutto ciò che vuole (nello specifico anche parolacce ed improperi) e tu, invece di contrattaccare, ti senti maledettamente in colpa per averla fatta sentire così male, per averla egoisticamente ferita e ridotta in quello stato pietoso prossimo alle lacrime, e va a finire che ti convinci di essere il peggiore uomo venuto sulla terra dopo Hitler.  Occhio alla finezza che avvalora ciò che dico. Lei: “certo, sono la tua vergogna non è vero? Sono una vergogna perché non riesco a correre veloce come vorresti… vaffa di qua vaffa di là” deve affinare la tecnica ma la ragazzina ci sa fare

“ma no, io ti avevo visto che eri rimasta indietro…” mica lo lascia finire, riparte subito all’attacco dopo che lui ha buttato lì un massimo di cinque parole, che servono a lei solo per avere nuovo materiale con cui continuare la sfuriata

“certo, quella povera scema indietro ero io, spero bene che tu mi abbia visto, però non hai rallentato bla bla bla”

“ma io pensavo di fare una corsa…” ma ti pare il caso di insistere ragazzo, anche se la tua voce ha un tono profondamente contrito con te non funziona

“ah, perché io invece che cosa credevi che fossi venuta a fare? Solo che non ce la faccio, io, a correre come voi, faccio schifo, sono una vergogna, dai, dillo che ti vergogni di me”. L’alterco, o meglio il monologo, prosegue su questo tono ed ogni tanto (e mi si gela il sangue se penso alla mia di esperienza) lei mette dentro il “no! Basta!” una pietra tombale che chiude ogni conversazione, cioè, tu non sei autorizzato a parlare ma lei ne ha di cose da dire sul tuo conto, e ci tiene che tu le sappia tutte. Lei poi imposta una scena madre sedendosi sul ciglio della strada, ma io mi allontano e non so come vada a finire.

 

Quanto materiale, che background di esperienza per lui se ha fatto attenzione a ciò che è successo (lei invece ne sa già una pagina più del libro); ad esempio, teorizzo ma credo sia andata così: se lei ti chiede di andare a correre tu metti in preventivo di non andare realmente a “correre”, la accompagni fuori, segui il suo ritmo, ci chiacchieri, ma soprattutto non inviti il tuo amico (è chiaro che l’abbia invitato lui, e lei avrà sbuffato perché la corsa è solo un pretesto per stare un po’ insieme tu e lei, ed è altrettanto chiaro che lei aspettava l’occasione per fargliela pagare e lui gliel’ha servita su di un piatto d’argento) ma se anche lo inviti, in ogni caso, ti concentri su di lei, se all’amico va bene buona, se no cavoli suoi.

 

Mi hanno fatto venire in mente un cartone che ho visto un po’ di tempo fa (chiaramente la loro era una situazione da cartone) “le situazioni di lui e lei” (Kare Kano), che mi colpì perché in una puntata, quando lui e lei fanno per la prima volta all’ammmore, il momento era sottolineato da una variazione su di un preludio di Bach che era qualcosa di spettacolare. Ma perché noi in Italia che siamo il paese dell’arte, della cultura, della musica bla bla bla non abbiamo la stessa sensibilità musicale (e la stessa creatività) quando imbastiamo una fiction o un film?

 

 

MI piaceva anche la sigla finale, 30 secondi che mi mettevano di buonumore

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Aveva cominciato con l’irritare mio padre che, vedendolo bagnato, gli aveva detto con interesse: “Ma, Bloch, che tempo fa dunque? Ha piovuto? Non capisco, il barometro segnava bellissimo tempo”.

Non aveva avuto che questa risposta “Monsieur, non posso assolutamente dirvi se ha piovuto. Io vivo così decisamente fuori dalle contingenze fisiche che i miei sensi non si prendono la pena di notificarmele”.

“Ma, mio povero ragazzo, il tuo amico è completamente idiota” mi aveva detto mio padre quando Bloch se ne era andato “Come? Non può nemmeno dirmi che tempo fa? Ma non c’è niente di più interessante. È un imbecille” [M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto – Dalla parte di Swann]

 

Quando questa mattina, tirando su la tapparella, ho visto passare davanti alla mia finestra un simpatico vecchietto su di una barca di legno che trasportava un certo numero di animali, mi sono detto: starò ancora dormendo. Quando poco dopo un amico è passato davanti alla stessa finestra (ed io abito al primo piano) con il gommone e salutandomi mi fa: “che ben, non occorre più andare a Jesolo, il mare ce lo abbiamo qui” (il mare sì, è la spiaggia che non si vede) mi sono detto che: va ben la pioggia, ma adesso si esagera. Intanto tiro fuori la canna da pesca, che non si sa mai che riesca a risolvere il problema della cena. Il ragionier Filini “ma come Fantozzi, non ha mai sentito parlare del pesce ratto? Lo si può cucinare in diversi modi, ad esempio io vado ghiotto per la grigliata di pesce ratto” a dire il vero non ricordo se la battuta la faccia Filini o lo stesso Fantozzi, ma che importa? Ciò che importa è che temo si faccia questa fine: apocalittico mondo sommerso dalle acque… Conan di Miyazaki

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Maison Ikkoku è stato prima manga di Rumiko Takahashi (quella di Lamù, Ranma ½, Inuyasha) poi cartone. Ogni volta che tiro fuori una videocassetta e me ne guardo una puntata, mi lascia secco sulla poltrona. Essendo io un dannato snob pignolo in campo d’arte (e Maison Ikkoku è arte, non mi vergogno ad affermarlo e sottoscriverlo) non è mica facile. Mi siedo muto, trattengo il fiato, sospeso, pronto solo a riempirmi di immagini e musica, pronto a far mia una delle più belle storie mai pensate, scritte, disegnate, rappresentate e poi trasportate su video. Quanti passaggi con il concreto rischio di annacquare la storia, di farla scivolare verso pericolosi binari di ovvietà, col cavolo. La trama ha come filo conduttore la travagliata storia d’amore tra lo sfigato Godai, ingenuo fino alla stupidità, prima studente eternamente fuori corso, poi insegnante d’asilo (passando per un tirocinio da incubo in un liceo femminile), classico perdente a cui però non si può non volere bene, e la giovane vedova Kyoko (di qualche anno più grande) che gestisce la casa-pensione (da cui il titolo) in cui lo sfigato vive assieme ad altri personaggi al limite dell’assurdo (Ichinose con il figlio e un marito che è una specie di ombra; Akemi Roppongi disinibita rossa tutto pepe e sakè, e il misterioso Yotsuia scroccone parassita che vive alle spalle di Godai). Dicevo, la storia d’amore (i due si amano ma non osano dichiararsi, o fare quel passo in più, sempre trattenendo i sentimenti, specie Kyoko, Godai molto meno) si regge e si trascina tra mille equivoci, cose non dette, mai del tutto chiarite, sentimenti mai del tutto elaborati, gelosia, e ogni volta che le cose sembrano andare per il verso giusto, ecco l’imprevisto. Situazioni surreali ai limiti della follia, sconfinato divertimento e, sotto-sotto, un po’ di rabbia: maledetti casinisti ma volete mettervi insieme, che ci vuole? La trama è strutturata su di un’alchimia inafferrabile, un equilibrio segreto, di quelle cose che neppure chi l’ha scritta e disegnata saprebbe spiegare (credo che la Takahashi sia la prima a stupirsi del risultato finale), quelle storie di cui uno non è autore ma una sorta di tramite per farle venire fuori, storie che appartengono a tutti. Maison Ikkoku si svolge tra divertimento, situazioni più serie, tenerezza, idiozia, e il dramma sempre toccato con sensibilità, mai sbattuto in faccia, mai retorico, mai compiaciuto da lacrima facile (roba stomachevole da fiction italiana), ti conquista, ti fa sorridere, ti commuove, ti rende partecipe, ti fa sentire vivo. Ti fa pensare che se una cosa del genere esiste allora la vita non è poi una merda, e se anche non esistesse, finché si scrivono storie come questa, beh, la terra non è proprio l’inferno di Shopenhauer. C’è persino il concreto rischio che ti dia un sentore di speranza, roba da matti.

 

 

Questo cartone è un piccolo gioiello. Ha una colonna sonora calibratissima che sottolinea ogni scena in modo evocativo, composizioni dal tipico impianto ad ampio respiro della tradizione giapponese, con quella malinconia distillata che dopo averle ascoltate ti verrebbe voglia di buttare la braccia al collo anche al primo che passa, perché l’accompagnamento musicale ti fa sentire il calore umano, ne evoca il tepore e tu vorresti che si propagasse in te, che ti appartenesse, che qualcuno fosse lì ad abbracciarti. Ma la musica sa anche sdrammatizzare in modo ironico.

Bella la rappresentazione di Tokyo, è incredibile la regia: se cercassi tracce della pesante eredità di Ozu, beh, Maison Ikkoku direi: certe sospensioni, certe cesure, certi riferimenti, certe citazioni, certi poetici particolari così espressivi ed essi stessi narrativi (la lattina che scorre via nel fiume ingrossato dalla pioggia, il lampeggiante blu e rosso del passaggio a livello su un’inquadratura fissa con sotto i rumori della città, il treno che passa è solo un sibilo di traversine che si piegano), e poi la neve e la pioggia, la natura presenza complementare che pulsa nella città, sottolineature simboliche (i due innamorati sotto un unico ombrello), i bagni pubblici, le terme, il mare e l’anguria, i 108 rintocchi di campana la notte dell’ultimo dell’anno, i kimono, l’incenso che brucia, luce ed oscurità, la nota straziante della trombetta del venditore di ghiaccio che passa in bici la sera e non si vede neppure, e pensi sia uno spirito che informa i vivi che il sole sta tramontando “affrettatevi alle vostre case”, intimità, la birra, la soba e il ramen nei precotti, il cestino preparato da Kyoko, la frutta, gli esami, il caldo, gli esami con il caldo, il freddo, gli esami con il freddo “devo studiare, non ce la farò mai!” occhio a non inciampare! i baci, i petali di ciliegio, è già primavera? Sì… un’altra. Ricordo una scena drammatica con Kyoko sulla strada a metà di una collina, Kyoko è a destra nell’inquadratura, è sera e si stanno accendendo le luci dei lampioni (a sinistra), lo fanno nel silenzio, ma non contemporaneamente bensì in sequenza partendo dal fondo, uno alla volta, e la luce prima di uscire vacilla come se faticasse, come se sentisse che il momento è difficile… ritrosia, pudore. Che classe, è nel particolare che si costruisce la perfezione. Maison Ikkoku tocca vertici di liricità che uno non si aspetterebbe in un cartone e nello stesso contesto, due secondi dopo, esplode la gag informata di una comicità sempre sorprendente e si ride. Maison Ikkoku ti tiene emotivamente inchiodato. E alla fine? Beh, tutti i nodi vengono al pettine e il pettine li appiana senza strappi: un generale lieto fine per tutti, e che cazzo ogni tanto ci vuole pure quello, i pezzi del puzzle vanno al loro posto, ognuno trova la sua collocazione ed è quella giusta. Maison Ikkoku è la rappresentazione del riscatto degli umili, non c’è boriosità, non c’è compiacimento, niente superpoteri per supereroi così vuoti e distanti, niente spacconerie, niente sovrastrutture intellettualoidi, il bello è che in fondo si tratta di una storia comune, di persone comuni che vivono e vivranno vite comuni tra gioia e difficoltà, vite che trovano riscatto e senso nell’amore. Ogni tanto è bello sperare che sia così, che le cose vadano come in Maison Ikkoku in cui il dramma è riassorbito nella felicità, nella semplicità con cui si affrontano le difficoltà: un passo alla volta, insieme, e nella forza che ci si mette nel fare quel passo per non farsi schiacciare, per non abbandonarsi al rischio di auto commiserarsi, voluttà del compatimento. Il dolore non viene cancellato (sarebbe ingenuo e sarebbe scopertamente finto) ma reso sopportabile, reso parte inscindibile di un’esistenza che vale la pena di essere vissuta, anche solo per abbracciare idealmente una Kyoko o un Godai e guadare la neve che scende dolcemente da dietro i vetri di casa, magari in silenzio accordando il nostro respiro con quello del partner. Ancora insieme.

 

 

Rumiko Takahashi non ha più scritto niente del genere (non lo ha fatto nessuno probabilmente), l’ho detto, questa storia non le apparteneva veramente, non era sua, lei ne è stata sensibile ed intelligente tramite, questa è roba di tutti, un dono fatto da… boh.  Cinque minuti, mi bastano cinque minuti per prendere una boccata d’ossigeno, per tirarmi su. Se perdersi in un cartone, se fantasticare andando ad un passo dal sognare ad occhi aperti escludendo il mondo è peccato, io marcirò all’inferno, non fa differenza, comunque starò in buona compagnia, comunque lì sono destinato. Se per una volta godo sbrodolando melassa, fanculo, i denti che si cariano sono i miei. Al di là di tutto Maison Ikkoku è una di quelle storie che, dopo averla letta e vista e metabolizzata, nessuno potrà portartela via, diventa parte di te, la si custodisce gelosamente e la si tira fuori quando è necessario. Quando se ne sente il bisogno. Chiuso.

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