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Archive for the ‘Racconti’ Category

charlie

Ne ho le palle piene di essere quello che sono, non di tutto me stesso, ma di quelle piccole incorostazioni infantili che mi portano a piagare i momenti di autentica felicità tra noi con inconsistenti paure, impalpabili incertezze, odiose ansie che non hanno ragione d’essere. Labirinti infiniti che costruisco nella mia testa, e nei quali mi perdo, paure irreali che io riesco a rendere concrete, a materializzare. E tu poi, tu dolce e meravigliosa, accanto a me che con una semplice carezza quei labirinti fai crollare uno ad uno. Tu che hai un’enorme pazienza, sì, ne hai di pazienza mia cara Julie, e la pazienza è una virtù rara, è la virtù di chi è esiliato, lontano da casa, dal bell’ovile, e attende il ritorno. Io quando sto con te, ovunque ci troviamo, mi sento sempre a casa. Il tuo coraggio, la tua pazienza, sono ciò che mi sostiene, la mia determinazione, la mia forza (che io trovo in te) ti sosterrà.

Mai come in questo momento ho considerato il tempo come mio (come nostro) nemico, mia adorata Julie, mai come ora in tutta evidenza ho capito quanto sono minchione, e che ogni occasione persa è un momento di vita tra di noi che nessuno potrà più restituirci. Ci rifaremo, te lo prometto, ci rifaremo, lo recupereremo quel tempo che io non ho saputo impiegare per renderti completamente felice, lo voglio, lo desidero, lo sogno, te lo devo, ce lo devo. Adesso basta con i labirinti, basta con i puerili infantilismi, voglio sbocciare in te. Liberami amore, liberami perché solo tu puoi, solo te voglio perché ti amo.

Ora, mia Julie, voglio essere la tua portaerei, quando puoi vieni, plana su di me e fa rifornimento. Julie tu per me sei un giardino in primavera, e io come un maggiolino voglio suggere da quel giardino tutto il nutrimento da cui dipende la mia vita. Fammi sbocciare Julie sul tuo meraviglioso prato, ho bisogno di te, solo di te, di te, ancora di te, sempre di te. Non sono che un vaso vuoto e sberciato. Sberciato come ogni cosa che non è bella. Vuoto lo sono sempre stato ed ora mi riempio di te, solo di te, di te, di te, ancora di te, sempre di te, non trabocco perché non ne ho mai abbastanza. Voglio solo sentirti scorrere dentro di me, voglio solo che tu sia accanto e dentro di me.

Hai una voce che sa accarezzarmi, scuotermi, soprendermi, estasiarmi, trilla come una sorgente nascosta che riverbera gioia pura, limpida, vergine. Le prime volte, quando non ci vedevamo, mi rammaricavo perché la tua immagine svaniva lentamente ed era doloroso, ma peggio era il fatto che in fretta si spegnesse il ricordo della tua voce, non la sentivo più. Ricordavo tutto ciò che mi avevi detto, che si sedimentava in me, ma non ricordavo la musica della tua voce, i mezzitoni, i sussurri, la melodia delle risate. Mi restava il forte piacere dell’impressione che essa mi dava (mi dà), mi sosteneva ed alimentava il ricordo della gioia di essere con te, di essere tuo.

Sfiorami come tu sai fare con il tuo nasino, lungo il collo e poi fin sull’orecchio a giocare con il mio lobo. Se mi sentirai mugolare, quello è il suono dell’estasi. Se ti chiedessero qual è il suono della falicità, tu risponderai che è il mio mugolio. Se dovessero chiederti che colore o che forma ha la felicità, tu ricorda i miei occhi nel momento in cui il tuo sguardo si posa su di me, e magari mi sorridi, ricordali Julie, quella che vedi è la felicità, si imprime talmente in profondità in me che io stesso, guardandomi allo specchio, stupisco di ciò che vedo, stupisco di quanto io sia cambiato, di quanto la mia vita ora ti appartenga. Quando tu mi guardi, nei mille modi che sai, quando mi parli, quando mi baci, quando mi sfiori, io non respiro, non respiro Julie.

Ogni volta è un miracolo quando constato che sono proprio io!  Che sei tu, mia Julie, che non sei un personaggio ritagliato nella carta, una figurina, ma sei vera e sei accanto a me, che hai spessore e profondità, che sei meravigliosa e grande e io sprofondo di piacere quando scopro una nuova stella nel cielo immenso che sei. E quando la luna in quel cielo è uno spicchio quello è il tuo sorriso, e quando è piena quello è il tuo abbraccio, l’abbraccio in cui ho fatto la tana, la nostra tana. Sei uno spettacolo, mia bellissima, sei la mia casa, la mia gioia. Mi manchi.

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LUI E LEI IN CAMERA DA LETTO, dopo aver fatto l’amore. Lei è in baby-doll distesa sul letto che legge una rivista di moda, lui passeggia nervosamente avanti e indietro.

Lei: c’è speranza che la batteria si scarichi o continuerai così per molto? Se durasse così tanto quando facciamo l’amore sarebbe una vera benedizione per la sottoscritta

Lui: che? Parlavi con me?

Lei: no, parlavo con la porta del cesso, ci faccio delle conversazioni più interessanti che con te. Che hai oggi?

Lui: no… niente… cosa leggi?

Lei: quello che si legge dopo una scopata, Famiglia Cristiana. Ci risiamo, è ripartito il moto perpetuo

Lui: è solo che non capisco, è così strano…

Lei: cosa non capisci, perché 2 più 2 faccia 4? Hai scoperto il potere dell’addizione?

Lui: ma stai scherzando?

Lei: il potere dell’ironia invece resta ancora uno sconosciuto, giusto? Dico davvero, che ti prende?

Lui: dicevo, è strano forte… sono tre giorni che te la lecco ma quella non si consuma mai. Visto, lo conosco anch’io il potere dell’ironia

Lei: certo, e padroneggi anche gli arcani segreti della finesse. Qua l’unica cosa che si consuma è la mia pazienza. Perché non vai a farti un giro

Lui: e tu non vieni?

Lei: devo prendere il guinzaglio e portarti a fare pipì nel parco?

Lui: qua tira brutta aria, meglio se vado

Lei: copriti bene che anche fuori tira brutta aria, e poi mi pianti certe scene da moribondo per un semplice raffreddore

Lui: non c’è da scherzare con il raffreddore, basta un niente e si trasforma in polmonite

Lei: mai invece che tu ti trasformassi in un essere pensante

Lui: tu non fai che disprezzare il sottoscritto, ma ti assicuro che in giro c’è di peggio

Lei: sì, il virus Ebola. Vuoi che ti elenchi i sintomi, scommetto che nel giro di tre secondi te li senti tutti addosso. Ma perché voi uomini siete così piagnucolosi?

Lui: siete voi che ci portate ad essere così. Viviamo in uno stato di continua paura per quello che diciamo o facciamo, perché tanto non vi va mai bene niente. L’unico momento in cui godiamo di un po’ di libertà e ci sentiamo amati è quando stiamo male

Lei: povero caro, mi fanno tanta tenerezza i cuccioli malati e sofferenti, lo vuoi un calcio sulle palle?

Lui: vado che è meglio

Lei: è quello che ho detto io due minti fa. Ma si può sapere cosa avevi prima?

Lui: sono nervoso, c’è un argomento che non so bene come affrontare… vedi io ti amo e vorrei sposarti, solo che non so come chiedertelo. Non dici niente? Visto, sono riuscito a farti chiudere la bocca

Lei: guarda che se stavi scherzando io quel calcio ce l’ho sempre pronto

Lui: no, non stavo scherzando, ma non so come chiedertelo

Lei: se vuoi il mio parere questo è un modo idiota per farlo

Lui: è un inizio però

Lei: e se non ti impegni di più quest’inizio sarà anche la fine

Lui: ma tu mi ami?

Lei: se non ti amassi ti avrei già ammazzato da tempo, opzione comunque che tengo buona per il futuro

Lui: ti amo anch’io.

D’altronde tutti hanno bisogno di…

 

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Infila le scarpe della Strega del Nord, batti tre volte i tacchi ed esprimi un desiderio:

“Sì, ecco… beh… ne vorrei uno supplementare, che due sono sempre meglio di uno” TOC TOC TOC

 “ma non lì, cazzo! Strega vaffanculo! Sì, ridi, ridi… e adesso?”

“Sarà un bel problema quando avrai il raffreddore, occhio a non soffiarlo troppo che a sfregarlo non si sa mai cosa possa venir fuori. Posso chiamarti Pinocchio? Mi sa che anche a te il naso si allungherà, ma non quando dirai le bugie. La prossima volta le mie scarpe è meglio che non le metti”

[e con questo si chiude il ciclo “porno” 😀 … qualcuno ha mica un fazzoletto da prestarmi?]

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Qualche tempo fa ho letto il racconto di Qiu Huadong “la città di sabbia”.

E’ forte la sensazione che sia la città a strutturare il ritmo, gli umori e il senso profondo non solo del racconto, ma della vita e delle scelte dei personaggi che vivono nella città. In Qiu Huadong si parla di Pechino (ma il discorso, secondo me, ha validità universale, ossia vale per Pechino come per New York o Milano), e i suoi personaggi sono giovani senza soldi, artisti prevalentemente: un pianista, una pittrice e poi vagabondi, perdigiorno, la solita fauna.

Mi ha colpito il fatto che come da titolo “la città di sabbia” ogni palazzo, ogni strada, ogni incontro, ogni vita, ogni personaggio, persino il tempo, sia evanescente e privo di forma esattamente come la sabbia, e che tale caratteristica sia effetto di una città fluttuante e in continua trasformazione. Esiste un sotterraneo collegamento, un vincolo, tra la forma della città e la vita di chi ci abita. Risulta impossibile non assecondare i mutevoli capricci della città, che si riflettono sulla vita dei suoi abitanti e non solo a livello “fisico” – di qui non posso più passare con la macchina, perché hanno trasformato la strada in un senso unico – ma, come dicevo, più in profondità: sogni, scelte, obiettivi, amicizie e, chiaramente, l’amore:

“Perdere l’amore? E cosa c’è di strano – pensai. In questa città è tutto un vorticare di sabbia, intorno solo castelli di sabbia, tutto è effimero ed irreale”.

Tentare di opporsi a questo moto convulso e inarrestabile è possibile, ma probabilmente inutile, alla fine ogni sforzo sarà vano. Eppure, se il protagonista di questo racconto non ha trovato una via di fuga, beh, ha trovato una personale forma di vendetta nei confronti della città. Una vendetta evanescente esattamente come la sua vita di sabbia in una città di sabbia.

“mi sembra che Pechino sia una città di sabbia. Continua ad allargarsi, a espandersi circolarmente. Tutti i nuovi edifici che si stanno innalzando sono irreali: gli do un colpetto con il dito e i grattacieli cadono giù uno dopo l’altro come pezzi del domino”

Seppure confinata nella sua testa è una forma di lotta gratificante, ed in fondo lo si può capire. A chi non piacerebbe fare lo stesso, un semplice gesto per fare piazza pulita e, successivamente, focalizzare nella propria mente uno spazio vuoto da ricostruire, reinventare, uno spazio carico di nuove possibilità, persino di un barlume di speranza. Uno spazio vuoto in cui poter respirare e sentirsi finalmente liberi.

Di sicuro, anche si in una forma diversa, ha pensato lo stesso Basquiat, lo so perché ho letto il bel post che a questo artista ha dedicato Scarlett. Ecco cosa disse Basquiat “Voglio che tutti questi palazzi mi crollino addosso in questo punto esatto. Amico io odio New York, ti toglie l’energia”.

Curioso, ma in fondo la vita di ognuno di noi non è che una sottile linea in una rete di relazioni invisibili che passa attraverso il tempo e le distanze (fisiche, culturali, di sesso ecc.) e che probabilmente si muove con maggiore coerenza e velocità in uno spazio potenzialmente libero e vuoto (l’autoconsistenza senza ostacoli del Sutra della ghirlanda). 

“Tesi il pollice e il medio, mirai in direzione del cielo notturno e colpii. Sentii il fragore di tutti quei palazzi che cadevano uno dopo l’altro e assaporai una gioia che aveva molto a che vedere con il gusto della vendetta. E’ una città di sabbia” 

[Foto di William Klein]

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Sandy era inglese (non so di preciso di che parte dell’Inghilterra, non che la cosa sia importante, diciamo una micragnosa lercia città industriale, facciamo che sia dei bassifondi, quelli colati d’asfalto che si colorano negli atomi grigi della pioggia. Roba da stringere il cuore, roba da togliere il fiato, che Dickens ci sarebbe campato dieci anni con una storia così, o un Dostoevskij agli esordi vi avrebbe cagato fuori l’ispirazione – povera gente).

Sandy non ha mai conosciuto il padre (per forza, è una costante ineludibile che si accorda agli umori stitici del luogo che le diede i natali: merda liofilizzata e tanta pioggia per far diventare quella polvere liofilizzata la palude Stigia. Fosse nata in campagna avrebbe avuto una famiglia speciale: un padre amorevole, un paio di sorelle, una madre che profuma di biscotti e Vicks, dei cuccioli, una capretta, due coniglietti e magari pure un pesce rosso. Ma non è andata così). Invece Sandy conosceva bene la madre e avrebbe preferito non conoscerla (non so perché, lo diceva Sandy, cazzi suoi).

Sandy crebbe nel quartiere passione della città appassita (sotto la nebbia fluiva una folla verso il ponte, tanti ch’io non avrei creduto che morte tanti n’avesse disfatti. Giocava a calcio nel quartiere con i maschi e prendeva a calci il pallone tanto quanto il culo dei compagni. Sandy non si trovava male con i maschi, giocava sempre con loro, solo perché nel quartiere fogna non c’erano bambine, e se c’erano i genitori le blindavano in casa: un’esistenza da pesce rosso, come quello della Sandy di campagna).

A Sandy non piaceva la scuola (alcune cose sì altre no. Le piaceva morbosamente il fatto che il prof di inglese picchiasse sulle mani, usando una stecca di legno, chi gli disobbediva. Mentre assisteva alla punizione, guardare le dava una sensazione formicolante di piacere, un misto di potere e allo stesso tempo di grande fragilità che si piazzava sotto la pelle. Quella è la vita Sandy: mazzate, potere, fragilità… ti si piazza e ti si spezza sotto la pelle. Per il resto la scuola era una merda: prof merdosi, libri merdosi, merda nei bagni, merda che camminava nei corridoi indossando scarpe alla moda, sfoggiando tagli di capelli ghiacciati in volute di gel, e masticando gomma. E non ti salutavano mai, giusto? – perso niente Sandy).

Sandy a 17 anni aveva già mollato la scuola e per tirare avanti si prostituiva (la cosa all’inizio non le andava proprio a genio, ma con il tempo ci fece l’abitudine. Funzionò come per tutti: il lavoro prima ti soffoca, poi ti ci abitui e alla fine, quando comincia pure a piacerti, è l’ora di crepare. In ogni caso farsi farcire la passera era un modo come un altro per fare soldi, e i soldi fanno sempre comodo, anche in una città schifosa).

Sandy voleva andarsene (ci pensava tra una scopata e l’altra, e ci pensava durante le scopate, tanto mica si perdeva chissà che. Le piaceva immaginare che una mattina, svegliandosi, avrebbe trovato un paio d’ali piantate nella schiena, così da poter scegliere, ogni giorno che Dio scarica il sole nel cielo, un posto diverso dove poter volare. Libertà: il sale della vita, sale sparso sulle ferite aperte. Libertà intesa come possibilità di scegliere il luogo in cui vivere, e libertà di prendere solo i cazzi che si desiderano, e non tutti quelli che pagano in contanti: prego, la grana si sborsa in anticipo).

Sandy amava il cinema e amava i film (così scoprì di avere lo stesso nome della protagonista di Grease, e la cosa non le fece né caldo né freddo).

Sandy aveva una vagina enorme (insomma, idealmente e simbolicamente enorme, si dice di una persona generosa che abbia il cuore grande, non vedo perché non si possa dire lo stesso della patatina. E quella di Sandy era enorme, doveva esserlo perché lei lì ci accatastava tutto il dolore che provava e che la vita le vomitava addosso. Sandy sperava che i cazzi che nella vagina facevano il loro comodo, spingessero quel dolore sempre più in fondo, non tanto per fare spazio al successivo dolore, piuttosto sperava che alla fine, mandandolo sempre più giù, quel dolore sparisse, si perdesse nei recessi più oscuri del suo corpo, così che lei potesse sentirsi finalmente libera, leggera… sempre quelle maledette ali. Che se ne faceva di una vagina enorme in cui chiudere tutto il dolore che provava? Tanto non serviva per svelenirlo, disinnescarlo, via! lei desiderava quelle due ali. Scherzi del fottutissimo destino. In un certo senso anche il destino si era fottuto Sandy, era uno dei suoi più affezionati clienti, e non pagava mai il figlio di puttana!)

Sandy è morta a 21 anni (non le sono mai cresciute quelle due ali, che cazzo di sfiga, eppure di uccelli ne aveva maneggiati parecchi, di tutti i tipi e di tutte le forme, ma nessuno che le avesse svelato il segreto per farsi crescere le ali. D’altronde quegli uccelli non le avevano le ali! Non li si può rimproverare)

Al funerale di Sandy c’erano un padre, una madre, due sorelle, un coniglietto ed un paio di cuccioli e la capretta, ma non erano lì per lei. Non si celebrava solo il funerale di Sandy quel giorno.

Sandy era una che valeva e dico che amo più lei da morta che molte stronze perbene vive. Pace Sandy, secondo me quelle ali non ti sono spuntate nemmeno dopo, vero? Dopotutto che te ne fai di un paio di ali quando sei due metri sottoterra? Fanculo.

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Linee… forma… felicità

 

Quando faccio l’amore con Elisa, nel movimento le linee che formano il suo corpo paiono sfumare per poi ricomporsi mescolate, dandole una nuova forma ogni volta diversa, ogni movimento diverso. Non lo so… mi piacerebbe avere la forza d’essere io a sconvolgere e reinventare quelle linee, non solo d’essere spettatore passivo di quella metamorfosi. Quando sento le sue dita stringermi mi convinco che lei sia in grado di smontarmi e rimontarmi a piacimento, lo sento dentro, lo capisco da come mi guarda. Io, invece, non ne sono capace. La guardo ebete, sorrido e cerco di fare del mio meglio. Mi piace sfiorarle il corpo con le ciglia. Mi piace avvicinarle alle sue orecchie e muovermi seguendone la forma. Le orecchie di Elisa sono piccole e perfette, simili ad un corpo nudo rannicchiato che riposa: puoi baciarlo senza temere di svegliarlo. Puoi baciarlo senza correre il pericolo di indispettirlo. Non capisco perché la sua pelle così bianca non diventi mai opaca, piuttosto brilla. È curioso, ad Elisa non piace prendere il sole. Non piace neanche a me, in fondo, se uno ci pensa, starsene sdraiati su di una spiaggia è una cosa stupida. Tanto quanto starsene sdraiati a letto a fare l’amore. Entrambe le cose suscitano piacere, di entrambe c’è da pentirsi se si esagera. Mi piace esagerare quando faccio l’amore, ma non mi piace il sole. Anche la mia pelle è pallida e forse anche la mia brilla, sarebbe un peccato spegnere quella luce sporcandola di sole. Io ed Elisa siamo due bicchieri di cristallo, due immagini di cristallo. Magari siamo fragili come il cristallo, ma non altrettanto preziosi, almeno io non lo sono e lei non vuole esserlo.

“Dì” faccio “credi che se io fossi felice, veramente felice, potrei essere anche più bello? Una vita felice rende un corpo o un volto più bello?”

“non saresti più bello, ma il fatto di essere bello o brutto probabilmente non ti interesserebbe”

“per te la cosa è diversa, perché tu sei bella e felicità o dolore si limitano a dare una diversa qualità alla tua bellezza, ma per me non funziona così. Magari se fossi felice il fatto di non essere bello si noterebbe meno, magari riuscirei ad ingannare gli altri, la felicità comporrebbe le linee del mio viso diversamente, in modo migliore. Gli altri ci amano quando vedono in noi qualcosa da rubare: bellezza o felicità”

“tu non sei così brutto”

“appunto, essendo una via di mezzo, non avendo una qualità di bellezza o bruttezza specifica, forse un sentimento realmente vissuto come la felicità potrebbe lasciare un’impronta precisa su di me, darmi una forma più riconoscibile”

“sei felice quando facciamo l’amore?”

“non è la felicità di cui parlo io, non è quella che ti cambia la vita”

“in ogni caso, se sei felice quando lo facciamo ti dico che non sei più bello, sembri solo… più felice”

“e questo non cambia la mia faccia?”

“solo in minima parte”

“comunque non è la felicità di cui parlo”

“e quale sarebbe la felicità di cui parli?”

“qualcosa di vicino all’estasi, qualcosa in grado di riverberarsi in ogni tuo gesto, in ogni movimento, in ogni parola, di modificare il tuo modo di vedere il mondo e te stesso. Un orgasmo prolungato e continuo”

“una sorta di beatitudine”

“sì, credo di sì”

“quella allora non ti migliorerebbe l’aspetto, lo peggiorerebbe perché porteresti stampato sulla faccia un sorriso stronzo che diverrebbe l’emblema della tua ottusa stupidità, perché mica si può essere così felici, non ha senso, è idiota, non è naturale”

“vorresti dire che per essere così felici occorre essere un tantino fessi?”

“no, tu sei fesso ma non sei felice. Comincio ad annoiarmi”

“se mi baci non ci penso più, la tua faccia si stampa sulla mia e per il tempo del bacio anch’io sono bellissimo”

“ma da dove salta fuori ‘sta smania di essere bello?”

“una volta nella vita mi piacerebbe capire cosa si prova ad essere belli. Vorrei sentirmi desiderato persino in modo violento e ridicolo, non rispettato, o amato, ma desiderato. Mi piacerebbe che le ragazze si girassero verso di me, non dalla parte opposta rispetto a me, e mi sorridessero. Mi piacerebbe capire cosa si prova ad essere belli e camminare tra la gente. Tu che cosa provi?”

“se la gente diventa folla provo fastidio, perché io sono una che sa esattamente dove andare e la folla mi rallenta. Contento?”

“chiaro, tu sei inconsapevole della tua bellezza (ci sei nata bella), o ne prendi atto solo in limitate circostanze, per questo non mi puoi capire. Vorrei essere bello, vorrei provare per questo una gioia radiosa in grado di sconvolgermi, in grado di cambiarmi e con me di cambiare il mondo. Desiderio puerile da asilo nido?” mi chino verso di lei e le sussurro all’orecchio “ho paura che la mia bruttezza amorfa possa ferirti” lei prende il mio volto tra le sue mani e mi bacia “se un giorno ti capitasse di provare la felicità di cui parli, tienitela per te”. 

 

 

 

 

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Un racconto in tre parti: 3

A casa…

Sulla via di casa mi affianca l’auto del comandante, lui è seduto dietro, tira giù il finestrino e mi dice “grazie”, “dovere” rispondo battendo i tacchi e mimando un saluto militare. Mi guarda più perplesso che schifato, tende più a compatirmi che non a disprezzarmi. Se mi conoscesse probabilmente opterebbe per la seconda, così invece dovrebbe disprezzarmi sulla fiducia ma un carabiniere, forse per deformazione professionale, è un uomo poco incline a concedere fiducia al prossimo. “Dicevo” prosegue il comandante “grazie a lei abbiamo preso l’assassino. Lo sa che si trattava proprio di quel suo amico? Quando ho mandato un’auto per interrogarlo ha tentato di fuggire, una volta catturato ha confessato”. Non aggiunge altro, forse non ha sufficienti dati. Una botta del genere ti scuote le ossa e ti riassembla gli organi interni, magari facendo finire il cuore sotto i polpacci – Allegro Chirurgo risistema al suo posto il cuore e guadagnerai mille euro… BZZZZ… non sono mai stato bravo all’Allegro Chirurgo, non ho la mano ferma, preferisco il Masrter Mind, necessita solo di un po’ di lucidità. Io sono moderatamente lucido “dice davvero? Perché se sta scherzando lei è così bravo che dovrebbe avere un suo show alla tv”, “tutto vero” risponde, si tocca il frontino del cappello e la macchina riparte, con il lampeggiante blu della sirena che taglia la spessa gelatina d’odio sospesa nell’aria. Magari leggerò i dettagli della storia domani sul giornale, il movente ad esempio… non credo proprio: sezionare una vita, sezionare i fatti, è roba per l’Allegro Chirurgo. Io preferisco il Master Mind.

 

Sono a casa “Ciao” la mia fidanzata mi saluta venendomi incontro “sei stato via parecchio, ti piace il mio nuovo taglio?” le lascia scoperto il collo, è incredibilmente sottile e così le sue dita. Mi piace quando quelle dita mi accarezzano, e mi piace poggiare le labbra su quel collo, con delicatezza, piccoli tocchi in punta di pennello. “Stai magnificamente, sai che mi piaci con i capelli corti, fanno risaltare la bellezza del tuo viso, allo stesso modo di come la bellezza di una ninfea risalta in uno specchio d’acqua” sì, come Ofelia, potevo trovare qualcosa di meglio. Lei non ci fa caso, sorride, è felice, mi piace il modo in cui sorride perché mi fa sentire giusto e puro, almeno per un attimo e, certo, anche felice. Felice. “E a te come è andata?” vuole sapere. “Questi sono per te” le dico porgendole un mazzetto di fiori gialli e viola, fiori spontanei, fiori senza nome come un corpo riverso tra i rovi di more. Aggiungo solo “fiori, erba, sole, un po’ di vento, il cielo è ancora appiccicato sopra le nostre teste, le solite cose, niente di nuovo”.

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