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Archive for febbraio 2012

Viva la rai/quanti geni lavorano solo per noi... bei tempi quelli in cui senza paura di essere smentito, o quasi, Renato Zero poteva cantare questi versi. Ma oggi come è messa la tv? Pare non tanto bene. Noi spettatori quanto siamo complici di questo imbarbarimento? Ai posteri l’ardua sentenza.

Partiamo da un assunto imprescindibile: non è vero che tutta la TV fa schifo, esistono ancora dei programmi ben fatti, delle sacche di resistenza. Facciamo un esempio: La storia siamo noi, di Giovanni Minoli, nel corso degli anni ha raccolto premi e attestati di stima all’estero, molti meno in patria, come lo stesso Minoli in un’intervista al Tg2 ha voluto sottolineare. La storia siamo noi è un programma che seguo volentieri, c’è una cosa però che mi fa accapponare la pelle, prima del lancio della pubblicità la voce di Minoli che dice: la storia torna dopo la pubblicità! Non so se sia ironica, sferzante, consapevole battuta, so solo che la trovo agghiacciante… nella sua veridicità: la storia torna dopo la pubblicità.

E’ un ottimo punto di partenza per parlare della tv oggi e di come siamo messi: dell’asservimento a logiche incomprensibili, dovute al dominio della pubblicità: l’ansia da vendita di spazi pubblicitari, che porta al ricatto dell’ascolto a tutti i costi (che già illustri vittime ha fatto), da misurarsi con strumenti di dubbia validità, l’Auditel. Per non parlare dei continui rimescolamenti dei palinsesti, prassi consolidata negli scorsi anni, in cui tu tentavi di seguire le evoluzioni della tua serie preferita, che veniva cancellata, post-posta, rimandata, cambiata di fascia oraria o giorno, troncata ecc. Tanto che, abbandonate le guide tv, uno si dotava di sfera di cristallo e cercava di capire quando e dove avrebbero trasmesso la serie.

Se è vero che la TV è specchio, seppur distorto e deformato, del mondo in cui viviamo, e di noi stessi o quantomeno della gente che la guarda (non ci credo del tutto, ma ci credo), osserviamolo questo mondo. Cosa ci circonda? Dove stiamo andando?

Quando si parla di televisone di qualità, si svolge un’equazione (a mio avviso errata) di questo tipo: tv di qualità è quella che fa cultura, cultura è se si parla d’arte, storia, filosofia, economia, psicologia, sociologia. Ok, ci stiamo, ma fino a un certo punto. In ogni caso questo assioma è funzionale a quanto sto per dire.

Se il metro di paragone è l’arte, manifestazione alta del genio e dello spirito dell’uomo, questa è la condizione dell’arte da ormai una trentina d’anni (almeno). L’arte è mercato (è sempre stato così); il compratore d’arte e il mercante che lo serve , nonché gli artisti più in voga sono così: cito Mordecai Richler e il suo libro La versione di Barney (è un Bellow edulcorato, un Herzog alla portata di tutti)

  • non ha mai aperto l’Iliade, né Gibbon, Stendahl, Swift […] Scommetto che non ha mai passato un’ora davanti al ritratto della famiglia reale di Velàzquez […] ma invitatelo a una vernice che promette un crocifisso affogato nel piscio, o un culo sanguinolento di signora trafitto da un arpione, e arriverà di corsa sventolando il libretto degli assegni.

Desolante, quanto vero. Le stesse cose, e con la stessa verve combattiva, ma su di un altro piano dialettico, le si possono trovare in un testo come “Parigi – New York e ritorno, viaggio nelle arti e nelle immagini” del critico d’arte francese Marc Fumaroli, illuminante sotto molti aspetti.

Se questo è il metro di paragone, se persino le manifestazioni più alte sono cazzate e pubblicità, direi che siamo ben messi. Quanto di tutto ciò è dovuto anche a responsabilità di noi pubblico? Lo scopriremo presto, dopo la pubblicità.

Io credo che l’aria stia cambiando, le coscienze e la voglia delle persone di tornare a ridere come dio (il dio della tv) comanda, tornare a riflettere e a commuoversi come uomini e non come burattini, sia una necessità sempre più impellente nel pubblico. Professionalità in chi lavora in tv e fa tv pare il nuovo mantra, ben venga il nuovo mantra.

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La cricca del cattivo fare in cucina, capitanata dall’anticucina (per scelta o pigrizia) Benedetta Parodi, colpisce ancora. Cosa ne penso dei vari cotto e mangiato l’ho già scritto in questo post, ma non finisco di stupire.

Un’altra deliziosa ricetta viene proposta sulla rubrica di cucina, che la Parodi cura sulle pagine del TV Sorrisi e Canzoni. La meravigliosa lasagna ai carciofi fatta con: pasta fresca già preparata (e qui ancora ci siamo, in commercio ce ne sono di ottima qualità); besciamella che immagino confezionata, primo non è scritto come farla, poi conoscendo… cubetti di cotto (ah, ne esistono di già tagliati e pronti in confezione, nel caso vi fosse sfuggito, no eh, di sicuro non vi è sfuggito) ed ecco la meraviglia delle meraviglie: volete una lasagna ai carciofi? Benissimo, comprate la crema di carciofi già pronta, quella in barattolo. Mmmh che bontà, mi invitate a cena? Ho i brividabadibidi

Ma poi sta roba la mangiate davvero? Comprate i surgelati che fate prima, o meglio ordinate una pizza, fate ancora prima e spendete meno. Che soddisfazione può dare confezionare un piatto del genere? Uno può sentirsi fiero di averlo preparato? Può in tutta coscienza proporlo agli ospiti, o darlo da mangiare ai propri figli? Il sapore di sta lasagna, deve essere paragonabile al morso dato alle scarpe di un maratoneta, smesse dopo 250mila chilometri percorsi nel deserto. La tossicità (parlo di tossicità) la stessa di quelle scarpe.

Questa non solo è roba immangiabile, ma fa pure un male tremendo all’organismo! Vi avvelenate cazzo, sono conservanti e chimica da 4 soldi. Preparare la stessa lasagna con ingredienti freschi vi porterebbe via solo un po’ di tempo in più, quel tempo lo trascorrereste in famiglia ottenendo il doppio benefico risultato di giovare alla digestione, e rafforzare le relazioni familiari.

Ma non è finita, già che ci siamo, per la serie: cosa non si farebbe pur di andare in televisione! Malati di protagonismo. Ho visto chef, o presunti tali nonostante le loro stelle Michelin, sfilare nel programma televisivo della Parodi. Ora, caro chef stellato, o tu non sai cosa sia fare dell’ottima cucina (e può benissimo essere), oppure tu pur di andare in televisione partecipi a qualsiasi programma (comprese le previsioni meteo), senza informarti su come sia quel programma. Se poni in cucina la stessa cura che metti nell’informarti, meglio tenersi alla larga dal tuo ristorante.

Ma cosa sta diventando la cucina in Italia? Favorevole a questa esplosione modaiola di cucina di cui si parla ovunque e si fa ovunque, contrario ai cattivi maestri, contrario ai cialtroni che lo fanno di mestiere e avvallano cattivi maestri, pur di ritagliarsi l’ennesimo spazio in tv, che neanche Alessia Mertz ai tempi era così attaccata ad un passaggio televisivo.

Eccolo un vero chef: Remy, del film Disney-Pixar Ratatouille (il miglior film sulla cucina che mi sia capitato di vedere). Passione, attenzione, cura, amore per gli ingredienti, voglia di far star bene gli altri!

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La notizia del giorno in rete è che Belen, al festival di Sanremo, non portava le mutande, probabilmente la cosa deve essere imputata alla crisi.

Dopo aver pagato Enel, gas e canone Rai anch’io mi trovo, come Belen, letteralmente senza mutande.

La crisi è qualcosa di palpabile e presente, non sono più chiacchiere da bar, catastrofismo da fine del mondo, oppure furboneria cialtronesca per dichiarare meno e non pagare le tasse. Non analizzo sintomi e prove evidenti di questa situazione (non ora almeno), che sono sotto gli occhi di tutti. Piuttosto mi chiedo dove andremo a finire: tutti senza mutande?

Tra crisi e latitanza delle mutande mi viene in mente il film The Survivors – Come ti ammazzo un killer (ma quanto brutte sono talvolta le traduzioni dei titoli di film o libri stranieri?) con Walter Matthau e Robin Williams. La trama contempla un paio di mutande mancanti, crisi economica nera, disoccupazione e killer professionisti. Williams e Matthau si incontrano in un dinner, dopo essere stati all’ufficio di collocamento (perdono il lavoro entrambi causa recessione), qui vengono rapinati da un killer professionista che, a causa della crisi economica (va fiacca anche nel suo settore) è costretto a  compiere rapine comuni. Il rapinatore-killer impone agli avventori di spogliarsi, per facilitare la sua fuga, ma Matthau si rifiuta di farlo perché, non avendo fatto il bucato, non indossa le mutande. Ne nasce una mezza discussione, approfittandone Mattahu e Williams sventano la rapina. Nella lotta Matthau toglie il passamontagna al killer e lo vede in faccia. Da qui iniziano le roccambolesche avventure che coinvolgono i due compagni forzati Williams-Matthau (la dinamica da strana coppia funziona bene anche qui), in una godibile commedia, leggera nonostante i temi trattati e con una punta di surreale che la arricchisce. Battute spiazzanti e buon ritmo.

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Maniaci della corsa

Io corro da diversi anni, nel senso che faccio Jogging. Un’attività utile, sana, ma che non mi è mai granché piaciuta, né mi ha mai dato quella scossa di endorfine (se non in misura limitata a fine corsa), che trasforma il footing in una droga per molti.

Si può parlare davvero di droga, gente che se non va a correre comincia a soffrire di convulsioni causa crisi di astinenza.

Posso capire tutto, ma vedere quelli che corrono la domenica pomeriggio sul ghiaccio e la neve, no, quello non lo capisco! Metti a rischio caviglie e ginocchia, perché non puoi saltare un giorno di corsa causa neve? Mi piace l’agonismo, l’impegno, la dedizione, ma aborro il fanatismo.

Consiglio una commedia come si facevano una volta “Cammina, non correre”: Cary Grant (questo credo sia stato il suo ultimo film), e il grande Jim Hutton (purtroppo prematuramente scomparso, straordinario interprete di Ellery Queen, serie tv basata sull’omonimo investigatore dei libri gialli – i libri non mi hanno mai esaltato molto, la serie tv invece era valida, intrigante e divertente, e con un cast di superbi interpreti). Ci ho preso gusto con sta cosa dei film 😀

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Fin da bambino sono stato un appassionato di scacchi. Passione che ho coltivato crescendo e a cui, a fasi alterne, mi sono dedicato. Il mio giocatore preferito è Michail Tal. Ogni giocatore di scacchi ha un campione preferito o più di uno, e nel 90% dei casi  uno scacchista (me compreso) nella rosa dei preferiti mette Robert James “Bobby” Fischer (Chicago 9 marzo 1943 – Reykjavik 17 gennaio 2008). Genio e sregolatezza degli scacchi, campione del mondo nel 1972 contro Spassky. Il suo era un gioco limpido, cristallino, profondo, aggressivo, imprevedibile, limpido e razionale, ma non solo: universale lo ha definito Elie Agur (e prima di lui Alexei Suetin) nell’interessante libro dedicato al GrandeMaestro statunitense e al suo stile di gioco, Percorsi e stile di gioco di un grande campione, Prisma Editori, 2003.

Circa Fischer come uomo valgano le parole dello scacchista Max Euwe: “Bobby vive in un altro mondo”, contraddittorio, polemico ai limiti del surreale, persino folle se osservato dal punto di vista del senso comune, esule negli ultimi anni della sua vita, esiliato dal suo paese, in debito con la legge.

Circa Fischer come scacchista, ne sintetizza la levatura un altro gigante della scacchiera, il campione del mondo Botvinnik “Fischer è nato con il dono degli scacchi”.

La leggenda di Bobby nasce innanzitutto perché egli era un grandissimo giocatore. Inoltre è stato il primo (e finora unico) statunitense a diventare campione del mondo, battendo i sovietici in un momento in cui la cortina di ferro era ben salda. Nasce anche perché, eccentrico fino ai limiti del parossismo, tre anni dopo essere diventato campione del mondo, accampando cavilli e richieste per la FIDE inaccettabili, fece saltare il match per la difesa del titolo (che andò a Karpov a tavolino) e di lì a poco scomparve. Bobby Fischer scomparve senza lasciare tracce, fino al 1992 quando, in una Jugoslavia sotto embargo e in guerra, riapparve e disputò un match di rivincita con Spassky. Lo vinse e sparì di nuovo.

Passarono venti anni tra il primo eclatante match nel ’72, e la rivincita del ’92; vent’anni in cui il più formidabile giocatore di scacchi, all’apice del successo, lasciò dietro di sé un numero crescente di nuovi appassionati, e un buco nero difficile da riempire. Buio, vuoto.

Da ciò prende spunto il film Searching for Bobby Fischer; da noi tradotto come: Sotto scacco – in cerca di Bobby Fischer (1993) in cui viene raccontata l’infanzia del Maestro di scacchi americano Joshua Waitzkin, la sua passione per il gioco, il suo talento, i tornei, la scuola, la sua famiglia. Le riflessioni sul gioco si intrecciano con le riflessioni sulla parabola di Bobby Fischer. E’ un film ben fatto, in cui il senso e le sfacettature di un gioco tanto complesso quanto (potenzialmente) divertente, vengono mostrate sotto una luce priva di retorica, sensazionalismi, o invenzioni improbabili per allettare lo spettatore. C’è il gioco degli scacchi nelle sue diverse forme, ci sono i giocatori di scacchi, c’è il senso che ognuno di loro attribuisce al gioco. C’è anche la vita, reale (Waitzkin è un Maestro di scacchi che realmente esiste), di un giovane, le sue passioni, il confronto con un modello e un idolo del passato, e attraverso la vita di Waitzkin emerge, in un continuo dialogo fatto di rimandi, la vita di Fischer. Ci sono due giocatori: Waitzkin, il più giovane, per cui gli scacchi restaranno sempre una passione, ma con un ruolo ben definito in una vita che sia fatta anche d’altro, di molto altro; e un grande, indimenticato, unico, campione del mondo per cui gli scacchi erano la vita, fino a farsi da essi assorbire. Giudizi e valutazioni morali sono sfumate nel film, allo spettatore spetta il compito di cogliere ciò che è sottotraccia. Da appassionato di scacchi dico che questo è un film ben fatto, godibile però anche per un pubblico che non conosce il gioco.

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E’ una domanda che ci siamo posti per anni, che fine hanno fatto i Guns’n’Roses? E non mi riferisco tanto all’attesa biblica, divenuta poi barzelletta, trasformatasi poi in delusione – o per i più tenaci fan parziale delusione (era inevitabile) – di Chinese Democracy, tanto più che dei Guns era rimasto solo Axl. Il mio discorso è più ampio, e certamente personale, ma con la distanza che solo il tempo può mettere nell’analizzare le umane vicende, ciò che allora mi chiedevo (1990), oggi corroborato dai fatti, era: che fine hanno fatto i Guns’n’Roses dopo Appetite for destruction?

Il 6 Febbraio Axl Rose ha compiuto 50 anni. Foto di rito su quotidiani e magazine di un ex rock star in declino, soprattutto fisico, qualche articolo commemorativo che sa già di “come eravamo” e fine.

Che fine hanno fatto i Guns dopo Appetite for destruction? A mio modo di vedere i Guns sono tutti e solamente lì. Fu un successo enorme, fu la loro consacrazione, fu un album che si inseriva (1988-89) in un contesto trita palle e loffio di glam metal (si pensi a Motley Crue, Poison, L.A.Guns ecc., in parte Bon Jovi) che tanto successo aveva in quegli anni e avrebbe avuto poi in quelli successivi, apportandone una componente di maggiore “aggressività” tanto nei testi (politicamente scorretti, sessisti, razzisti, violenti – polemiche, accuse, difese, smentite) quanto nella musica.

Se consideriamo la storia dei Guns osserviamo che già il secondo album, Lies, non è che un tentativo di battere il ferro del successo finché è caldo, proponendo qualche inedito (Petience ebbe notevole fortuna), e qualche pezzo già noto in chiave acustica. Tracce che non lasciano il segno.

La svolta con Use your Illusion uno e due (1991). Una svolta prevalentemente pop-rock, seppure un’anima più aggressiva rimanga in diversi pezzi, è una melodia più accomodante per il grande pubblico, e accattivante per le radio (e la tv-MTV), a imporsi come filo rosso che lega i brani. Alcuni potrebbero definire il doppio album (venduto però singolarmente) la maturazione di uno stile già in nuce nei Guns. Appetite è più grezzo ma in fondo ha quell’appeal pop rock che lo rende più facile all’ascolto anche per un pubblico non di nicchia, però Appetite in sottofondo ha una genuinità ed una freschezza che mancano completamente agli Use Your Illusion. Più maturi certo, ma anche più mainstream.

Segue The spaghetti incident? (1993) Album, a mio modo di vedere incolore, fatto di cover.

L’anno dopo registrano la cover di Sympathy for the devil, dei Rollin Stones, per la colonna sonora del film Intervista con il vampiro. Mi stupì cosa Slash dichiarò riguardo al pezzo: “quello è il sound di una band già morta”

E se dicessimo che i Guns’n’Roses sono artisticamente morti dopo l’uscita di Appetite for destruction? A mio modo di vedere non ci si discosterebbe molto dalla realtà.

In attesa di una loro, mai del tutto smentita e perciò probabile, reunion non ci resta che ascoltare ciò che di buono nel passsato ci hanno regalato, ricordando che la strada verso il successo di una gruppo non è affatto semplice e c’è chi è disposto a far di tutto, si veda Airheads: una band da lanciare

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I Giants di New York ce l’hanno fatta, hanno battuto (ancora, come 4 anni fa) i bostoniani New England Patriots, con un touchdown all’ultimo secondo che ha portato il punteggio finale sul 21-17. Scarto minimo, grandi emozioni.

Che i Giant avessero buone possibilità lo si era capito dopo la vittoria nella finale di Conference, in un epico duello sotto la pioggia, vinto al tempo supplementare, con i San Francisco 49’s. Arrivavano all’appuntamento cruciale del Super Bowl (dopo una regular season non certo entusiasmante) avendo messo in fila una serie consecutiva di vittorie ai play-off che li confermavano in forma, e ostici avversari per i più quotati Patriots, che per la finale recuperavano anche Gronkowski dall’infortunio alla caviglia.

Eli Manning quarterback dei Giants, eletto Mvp dell’incontro, non ha sbagliato nulla (zero intercetti), uscendo vincitore dal duello con il grande Tom Brady (quarterback dei Patriots), costretto così a rimandare l’appuntamento con la storia: vincere 4 Super Bowl come il mitico Joe Montana. Ma Eli Manning vince anche il duello a distanza con il fratello maggiore Peyton, fin qui più considerato e quotato dai giornalisti, che di Super Bowl ne ha vinto uno, e che nello stadio di Indianapolis, dove ieri si è giocato, è di casa.

Per chi volesse vedere un bel film sul football americano, ma non solo sul football, una commedia divertente sul tempo che passa e i rimpianti, senza tanta retorica: Tempi migliori

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