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Archive for settembre 2008

Qualche tempo fa ho letto il racconto di Qiu Huadong “la città di sabbia”.

E’ forte la sensazione che sia la città a strutturare il ritmo, gli umori e il senso profondo non solo del racconto, ma della vita e delle scelte dei personaggi che vivono nella città. In Qiu Huadong si parla di Pechino (ma il discorso, secondo me, ha validità universale, ossia vale per Pechino come per New York o Milano), e i suoi personaggi sono giovani senza soldi, artisti prevalentemente: un pianista, una pittrice e poi vagabondi, perdigiorno, la solita fauna.

Mi ha colpito il fatto che come da titolo “la città di sabbia” ogni palazzo, ogni strada, ogni incontro, ogni vita, ogni personaggio, persino il tempo, sia evanescente e privo di forma esattamente come la sabbia, e che tale caratteristica sia effetto di una città fluttuante e in continua trasformazione. Esiste un sotterraneo collegamento, un vincolo, tra la forma della città e la vita di chi ci abita. Risulta impossibile non assecondare i mutevoli capricci della città, che si riflettono sulla vita dei suoi abitanti e non solo a livello “fisico” – di qui non posso più passare con la macchina, perché hanno trasformato la strada in un senso unico – ma, come dicevo, più in profondità: sogni, scelte, obiettivi, amicizie e, chiaramente, l’amore:

“Perdere l’amore? E cosa c’è di strano – pensai. In questa città è tutto un vorticare di sabbia, intorno solo castelli di sabbia, tutto è effimero ed irreale”.

Tentare di opporsi a questo moto convulso e inarrestabile è possibile, ma probabilmente inutile, alla fine ogni sforzo sarà vano. Eppure, se il protagonista di questo racconto non ha trovato una via di fuga, beh, ha trovato una personale forma di vendetta nei confronti della città. Una vendetta evanescente esattamente come la sua vita di sabbia in una città di sabbia.

“mi sembra che Pechino sia una città di sabbia. Continua ad allargarsi, a espandersi circolarmente. Tutti i nuovi edifici che si stanno innalzando sono irreali: gli do un colpetto con il dito e i grattacieli cadono giù uno dopo l’altro come pezzi del domino”

Seppure confinata nella sua testa è una forma di lotta gratificante, ed in fondo lo si può capire. A chi non piacerebbe fare lo stesso, un semplice gesto per fare piazza pulita e, successivamente, focalizzare nella propria mente uno spazio vuoto da ricostruire, reinventare, uno spazio carico di nuove possibilità, persino di un barlume di speranza. Uno spazio vuoto in cui poter respirare e sentirsi finalmente liberi.

Di sicuro, anche si in una forma diversa, ha pensato lo stesso Basquiat, lo so perché ho letto il bel post che a questo artista ha dedicato Scarlett. Ecco cosa disse Basquiat “Voglio che tutti questi palazzi mi crollino addosso in questo punto esatto. Amico io odio New York, ti toglie l’energia”.

Curioso, ma in fondo la vita di ognuno di noi non è che una sottile linea in una rete di relazioni invisibili che passa attraverso il tempo e le distanze (fisiche, culturali, di sesso ecc.) e che probabilmente si muove con maggiore coerenza e velocità in uno spazio potenzialmente libero e vuoto (l’autoconsistenza senza ostacoli del Sutra della ghirlanda). 

“Tesi il pollice e il medio, mirai in direzione del cielo notturno e colpii. Sentii il fragore di tutti quei palazzi che cadevano uno dopo l’altro e assaporai una gioia che aveva molto a che vedere con il gusto della vendetta. E’ una città di sabbia” 

[Foto di William Klein]

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Sandy era inglese (non so di preciso di che parte dell’Inghilterra, non che la cosa sia importante, diciamo una micragnosa lercia città industriale, facciamo che sia dei bassifondi, quelli colati d’asfalto che si colorano negli atomi grigi della pioggia. Roba da stringere il cuore, roba da togliere il fiato, che Dickens ci sarebbe campato dieci anni con una storia così, o un Dostoevskij agli esordi vi avrebbe cagato fuori l’ispirazione – povera gente).

Sandy non ha mai conosciuto il padre (per forza, è una costante ineludibile che si accorda agli umori stitici del luogo che le diede i natali: merda liofilizzata e tanta pioggia per far diventare quella polvere liofilizzata la palude Stigia. Fosse nata in campagna avrebbe avuto una famiglia speciale: un padre amorevole, un paio di sorelle, una madre che profuma di biscotti e Vicks, dei cuccioli, una capretta, due coniglietti e magari pure un pesce rosso. Ma non è andata così). Invece Sandy conosceva bene la madre e avrebbe preferito non conoscerla (non so perché, lo diceva Sandy, cazzi suoi).

Sandy crebbe nel quartiere passione della città appassita (sotto la nebbia fluiva una folla verso il ponte, tanti ch’io non avrei creduto che morte tanti n’avesse disfatti. Giocava a calcio nel quartiere con i maschi e prendeva a calci il pallone tanto quanto il culo dei compagni. Sandy non si trovava male con i maschi, giocava sempre con loro, solo perché nel quartiere fogna non c’erano bambine, e se c’erano i genitori le blindavano in casa: un’esistenza da pesce rosso, come quello della Sandy di campagna).

A Sandy non piaceva la scuola (alcune cose sì altre no. Le piaceva morbosamente il fatto che il prof di inglese picchiasse sulle mani, usando una stecca di legno, chi gli disobbediva. Mentre assisteva alla punizione, guardare le dava una sensazione formicolante di piacere, un misto di potere e allo stesso tempo di grande fragilità che si piazzava sotto la pelle. Quella è la vita Sandy: mazzate, potere, fragilità… ti si piazza e ti si spezza sotto la pelle. Per il resto la scuola era una merda: prof merdosi, libri merdosi, merda nei bagni, merda che camminava nei corridoi indossando scarpe alla moda, sfoggiando tagli di capelli ghiacciati in volute di gel, e masticando gomma. E non ti salutavano mai, giusto? – perso niente Sandy).

Sandy a 17 anni aveva già mollato la scuola e per tirare avanti si prostituiva (la cosa all’inizio non le andava proprio a genio, ma con il tempo ci fece l’abitudine. Funzionò come per tutti: il lavoro prima ti soffoca, poi ti ci abitui e alla fine, quando comincia pure a piacerti, è l’ora di crepare. In ogni caso farsi farcire la passera era un modo come un altro per fare soldi, e i soldi fanno sempre comodo, anche in una città schifosa).

Sandy voleva andarsene (ci pensava tra una scopata e l’altra, e ci pensava durante le scopate, tanto mica si perdeva chissà che. Le piaceva immaginare che una mattina, svegliandosi, avrebbe trovato un paio d’ali piantate nella schiena, così da poter scegliere, ogni giorno che Dio scarica il sole nel cielo, un posto diverso dove poter volare. Libertà: il sale della vita, sale sparso sulle ferite aperte. Libertà intesa come possibilità di scegliere il luogo in cui vivere, e libertà di prendere solo i cazzi che si desiderano, e non tutti quelli che pagano in contanti: prego, la grana si sborsa in anticipo).

Sandy amava il cinema e amava i film (così scoprì di avere lo stesso nome della protagonista di Grease, e la cosa non le fece né caldo né freddo).

Sandy aveva una vagina enorme (insomma, idealmente e simbolicamente enorme, si dice di una persona generosa che abbia il cuore grande, non vedo perché non si possa dire lo stesso della patatina. E quella di Sandy era enorme, doveva esserlo perché lei lì ci accatastava tutto il dolore che provava e che la vita le vomitava addosso. Sandy sperava che i cazzi che nella vagina facevano il loro comodo, spingessero quel dolore sempre più in fondo, non tanto per fare spazio al successivo dolore, piuttosto sperava che alla fine, mandandolo sempre più giù, quel dolore sparisse, si perdesse nei recessi più oscuri del suo corpo, così che lei potesse sentirsi finalmente libera, leggera… sempre quelle maledette ali. Che se ne faceva di una vagina enorme in cui chiudere tutto il dolore che provava? Tanto non serviva per svelenirlo, disinnescarlo, via! lei desiderava quelle due ali. Scherzi del fottutissimo destino. In un certo senso anche il destino si era fottuto Sandy, era uno dei suoi più affezionati clienti, e non pagava mai il figlio di puttana!)

Sandy è morta a 21 anni (non le sono mai cresciute quelle due ali, che cazzo di sfiga, eppure di uccelli ne aveva maneggiati parecchi, di tutti i tipi e di tutte le forme, ma nessuno che le avesse svelato il segreto per farsi crescere le ali. D’altronde quegli uccelli non le avevano le ali! Non li si può rimproverare)

Al funerale di Sandy c’erano un padre, una madre, due sorelle, un coniglietto ed un paio di cuccioli e la capretta, ma non erano lì per lei. Non si celebrava solo il funerale di Sandy quel giorno.

Sandy era una che valeva e dico che amo più lei da morta che molte stronze perbene vive. Pace Sandy, secondo me quelle ali non ti sono spuntate nemmeno dopo, vero? Dopotutto che te ne fai di un paio di ali quando sei due metri sottoterra? Fanculo.

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Primo, a scanso di equivoci, questo è Bukowski:

“Sapeva qualcosa di me. Sapeva che nonostante tutti i miei racconti sporchi, sotto il manto dello stupratore c’è un bacchettone”

già, è così, non si sbaglia. Io l’avevo capito, l’avevo sentito, l’avevo intuito, perché oltre la patina inzaccherata di non si sa che fluidi, umori e voglie, Bukowski resta ed è un romantico (e come tale un moralista, ma non in modo pedante o distorto o ipocrita) e non finge neppure di non esserlo. Lo trovi lì, tra le sue righe, tutto il suo fottuto romanticismo, il suo amore, la sua delicatezza. Anche nella merda più turpe l’animo candido di Bukowski non ne esce piagato, anzi… vecchio moccoloso sdilinquito. Non mi stancherò mai di ripetere, che ci vuole una sensibilità fuori dall’ordinario per concepire e costruire un personaggio femminile come Cass (e come la tratta poi, con un grazia che spezza le budella, almeno a me ha fatto questo effetto, una grazia che non è né paternalismo, né pietismo, piuttosto è fottuto amore) del racconto “La più bella donna della città” che qui ho già citato, inutile ripetersi, inutile dire che è una ragazza di cui il sottoscritto potrebbe senza remore innamorarsi, e godere con lei e poi lasciarsi perché, in fondo, il nostro sarebbe un incontro di solitudini, non cercheremmo nell’altro un’ancora di salvezza, solo un po’ di calore, solo una traccia di noi e poi di nuovo divisi, altrimenti che solitudini sarebbero? Diversamente saremmo degli ipocriti. Insieme e divisi, dentro e fuori come il ritmo di una scopata, ma con la convinzione di aver vissuto per un momento, di aver raggiunto Dio e avergli tirato la barba urlano “guardaci, cazzo, guardaci per una maledetta volta, non siamo forse i tuoi figli?”. Mica per ringraziarlo del piacere che io e Cass condivideremmo, ce lo siamo preso e voluto e goduto solo per noi; non per elemosinare che quell’estasi duri per sempre, lo sappiamo che non può essere così, ma solo per vedere Dio specchiarsi nella nostra felicità e vedere che faccia avrebbe fatto scoprendo che due delle sue creature, cazzo, possono essere sconvolgentemente felici. Per un po’ almeno, alla fine vincerà Lui, ok, ma almeno gli avremmo fatto vedere che abbiamo le palle.

Taglia, adesso facciamo basta! che quando parlo di Cass mi ci vuole un niente per perdermi in fantasie assurde. Piuttosto, stavo dicendo: dopo aver recentemente fatto l’account a Facebook, mi sono iscritto al gruppo Bukowski, che già è una contraddizione in termini, se non una stronzata, in quanto Bukowski mai si sarebbe iscritto ad un gruppo, mai avrebbe voluto che qualcuno facesse un gruppo per o con lui. In ogni caso l’ho fatto. Bene, il gruppo consiste in questo: chi commenta nella bacheca comune non fa altro che lasciare una citazione presa da Charles, o Hank come lo chiamano in confidenza. Complimenti, interessante, se voglio Charles (o Hank) leggo Charles, che me ne faccio di un “sentito dire”- obiezione vostro onore è sentito dire – obiezione accolta! – come nei telefil americani.

Dico, ma la gente non ha un cazzo di idea sua? Amico/a, ma tu perché leggi Bukowski e cosa ci trovi? E tu, stronzo, che cosa hai scritto? Io? L’unica cosa pertinente: Cheers! Pigliatevelo nel culo mi sembrava un po’ troppo (sì, un po’ troppo poco)… anch’io, in fondo, resto un romantico.

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Ecco due diversi modi di rendere il difficile lavoro dello scultore, attraverso una fotografia. Partiamo dal primo:

l’interpretazone aulica del Taglia

Ed ecco quella di V. Ivanovski

Ne devo fare di strada…

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La massima confuciana recita: “mangiare, bere ed i rapporti tra uomo e donna sono la cosa più grande per il popolo”. Sottoscrivo e ci aggiungo pure un verso di Otomo no Tabito dai Tredici poemi in lode del sake” (Cina e Giappone si incontrano per il bene dell’occidente): “piuttosto che dire cose sagge, è meglio bere sake e spargere lacrime d’ebbrezza”. Sottoscrivo (e due): scopare e bere e mangiare, qualche volta piangere, sta tutto qui.

 

Forse sbaglierò, ma guardandomi intorno mi sembra d’essere circondato da un sacco di persone che sono sole e disperatamente fingono di non esserlo. Persone che sono sole anche quando stanno con qualcuno, ed è così perché vivono il rapporto per abitudine, paura, inerzia, convenienza, cattiveria, ipocrisia, noia… aggiungete alla lista quello che vi pare.

 

Altra banalità (ma non è forse la nostra vita, migliaia di discorsi, migliaia di scopate, la routine del lavoro ad essere banale? Mica mi macchio di chissà che crimine per cui essere punito, magari, con la morte, perché se la banalità fosse una colpa sufficiente per essere fatti fuori, l’intera umanità dovrebbe essere sterminata): pare che ognuno giri come una formica impazzita mentre va a fuoco il formicaio, alla ricerca di un frammento di identità. Noi siamo yixing: frammenti, se suona esotico ci fa meno paura. Frammenti in divenire, mai completi, e spesso la cosa è dolorosa da accettare. Ma xing significa anche stella. Noi siamo tante, piccole stelle nei recessi, o meglio, nel buco del culo spaventosamente vuoto (in senso romantico e non fisico) dell’universo, stelle che bruciano… bruciano.

 

Solitudine e mancanza d’identità (non è detto che siano esclusivamente condizioni negative, ma a lungo andare possono diventarlo in chi non è un santo, o in chi non è un idiota, perché santi ed idioti non sono mai stati uomini, noi sì; traetene le debite conclusioni) che possano in qualche modo essere bypassate grazie al sesso? Che nel sesso sia possibile trovare un frammento autentico di noi, e che questo frammento di noi poi lo si possa riconoscere nel partner così da sentirci meno soli? Non come se ci guardassimo in uno specchio, che quello restituisce un’immagine frigida, ma come se ci stessimo guardando negli occhi – nei nostri occhi! – attraverso quelli del partner e così facendo riuscissimo a trovare il centro caldo e pulsante della vita, dell’universo, delle stelle. Niente frammenti bensì piena e condivisa totalità. Magari per un attimo, giusto il tempo di una scopata, ma dopotutto la vita non è altro che una sequela ordinata di attimi tra i quali noi dobbiamo scegliere i più autentici, i più appaganti.

 

Veniamo al sottoscritto: io. È così sempre, no? Anche in coppia: io, io, io [Mi piace dire che io non capisco gli altri, sono intimamente convinto che sia così, ma è anche vero che il problema sta nel fatto che io non capisco me stesso, o meglio, mi capisco solo che certe cose preferisco nasconderle, mascherarle, ignorarle… non funziona, ma questo è un altro discorso]. Nei rapporti con gli altri il baricentro sono sempre io, io, io [tra l’altro un io distorto, sempre quell’altro discorso]. E l’altro? Ma di più: e l’altra, e lei? Lei diviene solo un’immagine dietro un vetro opaco, un’immagine sfocata e bastarda (e quindi falsa) che si costruisce nella mia testa, è come se lei non esistesse, è come per la ragazza del poema Song of myself di Whitman che spia da casa 28 giovani in spiaggia, senza conoscerli, e idealmente ogni giorno ne sceglie uno e nuota con lui e scopa con lui e gode con lui e la cosa le piace, anche se avviene tutto nella sua testa. L’unico modo per uscirne, per incontrarsi realmente, è spaccare quel maledetto vetro, guardarla in faccia l’altra, guardarla! e l’unico modo di farlo è facendo l’amore, allora non esiste più io ma noi. Ferma restando quella condizione imprescindibile che Mishima aveva osservato commentando Kawabata, e che ho altrove citato: l’erotismo come totalità (e cioè quel noi) implica profonda umanità. Non è sufficiente solo scopare, lo si deve fare con umanità, che è anche voglia di condividere e conoscere e ascoltare e imparare e…

 

Strano, dolorosamente curioso, sono più le volte che mi ritrovo a chiedere scusa perché noi per me è io, che non le volte in cui capisco quel io-tu-noi. Probabilmente per vivere in modo gratificante e consapevole, dovremmo passare l’intera nostra esistenza scopando, scopando, scopando, scopando, scopando, scopando, un attimo che tiro il fiato, scopando, scopando, scopando (mangiare? Ok, qualche volta) scopando, scopando, scopando (dormire? Sì, ma solo abbracciati) scopando, scopando, scopando, scopando, scopando, scopando (un ti amo puoi pure buttarlo dentro ogni tanto, giusto per prendere fiato tra un bacio e l’altro) scopando, scopando, scopando, scopando, scopando, scopando…

 

Non è curioso pensare che sopra uno strato di nubi ci sia il sole? Non è curioso il fatto che spesso ci si convinca che se piove nella nostra piccola, micragnosa, fettina di mondo ci pare che stia piovendo sull’intero universo, mentre invece poco più in là e poco più sopra il sole splende? Quando capiremo che oltre le nuvole, poco più sopra, c’è l’universo, quando capiremo che noi siamo solo una minuscola particella, un frammento di totalità, allora non esisterà più io, ma noi, ed allora tutto assumerà uno spessore diverso, si materializzerà una dimensione nuova e migliore e giusta e concreta e persino scopare senza umanità sarà un’esperienza meravigliosa, perché non esisterà più una scopata senza umanità, perché non esisteranno più rapporti distorti, perché non esisteranno più vetri opachi, perché non esisterà più io… o solo poco poco, come per il Philadelphia e Kaori.

 Foto di Tim J. Phillips

 

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Concludo (almeno per un po’) da dove sono partito: Monia.

 

“Se Dio esiste spero abbia una scusa valida”

 

Che “La fata carabina” mi sia piaciuto è testimoniato dal fatto che l’ho letto in dodici secondi netti (trattasi di iperbole, chiaro, ma esemplifica il concetto). Che mi sia piaciuto persino più del primo “il paradiso degli orchi” della saga di Benjamin Malaussène e della sua svalvolata famiglia, lo testimonia il fatto che ho stabilito un nuovo record, nel senso che il primo l’ho letto in ben 22 secondi.

 

Salto di botto ogni considerazione stilistica per venire a ciò che mi preme di più: mi ha dato l’idea che Pennac ci abbia messo un gran gusto nello scrivere La fata carabina, che ogni riga conservi l’entusiasmo dello scrittore per la storia che sotto i suoi occhi prendeva forma, e questo entusiasmo gli ha permesso di infondere alla storia un gran ritmo, di renderla viva e speciale. Mi piace ciò che dice Benjamin riguardo a Julie “le mammelle di Julie sono il letto del mio cuore” 😀

 

Se non fosse stato per Monia io non avrei letto Pennac. Ai tempi, quando andava di “moda” me ne tenevo debitamente alla larga: leggere qualcosa che leggono tutti? Non sia mai! E dato che in queste cose ho buona memoria e una certa coerenza, probabilmente la saga di Malaussène non l’avrei mai affrontata. Lo so è un pregiudizio idiota, senz’altro immotivato, è un atteggiamento che riconosco essere più stupido che irrazionale, eppure per me funziona così. È un modo per tenermi lontano da certi facili entusiasmi modaioli che colgono i miei simili (altro atteggiamento, il loro, più stupido che irrazionale), soprattutto per tenermi lontano dal gorgo dove tutti annaspano, dal vortice… vortice di che? Dal vortice, punto.

 

Ma poi se uno conosce una persona, Monia, che vale (che non è facile a entusiasmi isterici, una che nuota oltre il gorgo) e questa persona ti consiglia di leggere un libro, io sono stupido, ma fino ad un certo punto, e perciò seguo il consiglio. Ed eccomi a finire il suddetto libro in brevissimo tempo, ed ecco che mi sento pure felice, soddisfatto, felice, che bello… già.

 

Riprendo la citazione iniziale che diceva “Se Dio esiste spero abbia una scusa valida”, io invece una volta ero solito dire:

 

“Se un Dio esiste è senz’altro in debito con me”

 

blasfemo! Sì, blasfemo, probabile… comunque, facendomi conoscere Monia quel Dio ha pagato metà del suo debito. Altra iperbole? Macché! È che in fondo mi sono reso conto che anch’io sono in debito con Monia. Ho avuto in parte l’occasione di sdebitarmi con i Diamonds Weblog, occasione non colta per pudore e per non buttare tutto nel gorgo (che nel casino c’è il rischio che le cose che uno dice si perdano e si confondano con il resto… che resto? Il resto). Non ho scritto quel benedetto post nel post, come avrei dovuto fare, e me ne dispiaccio. Magari così un pochino (pochissimo) mi sono sdebitato, pochissimo perché fin dall’inizio (dalla notte dei tempi Taglia-bloggara), grazie a te non mi sono mai sentito solo in questa dipsersiva assurda dimensione virtuale, “Never leave lonely alone” come canta Ben Harper. Merci, salut e ci vediamo da te!

  

 

 

 

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Torno subito… o quasi…

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