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Archive for febbraio 2009

Ieri ero in libreria e, nonostante in quel momento la merce esposta fosse l’ultimo dei miei pensieri, essendo io ben più intento a contemplare l’immenso, mi è cascato l’occhio su di un libro che occhieggiava dagli scaffali. Nello specifico il libro è “Lo spaccone” (The Hustler) di Walter Tevis, Minimum Fax Calssic. Io conoscevo il film (uno dei miei preferiti tra l’altro) interpretato da Paul Newmann, non sapevo però che il suddetto film fosse stato tratto dal suddetto libro.

Ho acquistato lo Spaccone e ne ho letto la prefazione curata con passione e niente compiacimento da Fabio Stassi. Beh, c’è un’osservazione che mi ha colpito parecchio mentre leggevo: la storia è una “favola adulta” come la definisce Stassi, e vi si trovano tutti gli ingredienti della favola, seppure una favola amara: ci sono vittoria, sconfitta e desiderio di riscatto, anime sole che si incontrano, necessità, amore, coraggio, paura, perdita e speranza… l’osservazione è la seguente: per trovare un senso, per lottare occorre “un qualche talento su cui scommettere”. Iniziato quel processo di identificazione che inevitabilmente ci coinvolge durante la lettura (che io rimando perché adesso sono infoiato con Pennac, vera goduria) mi sono detto: Taglia, ma tu ce l’hai un qualche talento su cui scommettere? So scrivere, questo mi ha caratterizzato fin da bambino, io ero quello che studiava, quello tanto educato e simpatico, quello che: quanta fantasia quando scrive e che bene scrive. Quattro parole le ho sempre sapute arrangiare, non sgorganti da una febbrile estasi alla Kerouac, io ho bisogno di leggere, rileggere, far sedimentare ciò che ho scritto, limare come Machiavelli all’Albergaccio, e poi ottengo un risultato soddisfacente. Ciò che mi manca, ciò che mi è sempre mancato è una storia da scrivere. Proprio non ce l’ho, o ce l’ho però non è quella storia, la storia (ci vuole pazienza, Bukowski scrisse che al massimo sono tre i buoni libri che uno scrittore può sperare di imbastire, solo tre, sacrosanto, spiegatelo alla Yoshimoto). In generale, chi non ha niente da scrivere, in un libro parla di sé, io preferisco per quanto mi è possibile vivere ciò che mi accade senza la fastidiosa urgenza di razionalizzare all’istante, per poi mettere su carta ciò che mi capita, trasformando ogni cosa e ogni persona attribuendole una forma bidimensionale, che è quella delle parole stampate su carta. Micragnose parole che parcellizzano il senso di ciò che avviene, trasformandolo secondo le inclinazioni dello scrittore sottoforma di una patina: snob, compiaciuta, bugiarda, minchiona, ironica… e chi più ne ha più ne metta, ma alla fine sempre di fiction si tratta (versimile come categoria aristotelica nella migliore delle ipotesi) ma non di vita, piuttosto forme mediate di vita e a me la mediazione non piace, perché se ciò che è accaduto me lo racconta Tizio, filtrandolo attraverso la sua coscienza, io so già che in quel passaggio (il filtro) il meglio va perduto, tutto ciò che io avrei colto lui lo scarta, matematico. Per farla breve non sempre mi va di trasformare la mia vita in un’opera d’arte, con buona pace di Wilde e compagnia cantante, specie mentre la sto vivendo, falsando ogni momento incrostandolo di qualità e sovrastrutture perniciose.

Mi sono perciò detto: Taglia, uomo privo di talenti e qualità (come quello di Musil),  che fa uno che non ha talento? Che fa? Beh, la cosa migliore e più onesta che io possa fare è amare. È una constatazione che mi riempie di gioia e fiducia, è una costatazione (la mia mancanza di talento e il mio desiderio di amore) che in sé ha tratti di inevitabilità, la stessa che ti porta a scegliere un colpo rispetto ad un altro mentre giochi a biliardo (come fa Eddi Falson detto the fast, il protagonista dello Spaccone), la stessa inevitabilità che non pregiudica né esclude sorprese o possibilità illimitate di scelta (non è fatalismo, né rassegnazione).

Amare presuppone (lo sa bene Eddi) due passaggi ineludibili: guarigione (è sempre guarigione) e metamorfosi. Amare è un cammino per capire quanto si è bravi, per mettere alla prova il proprio talento, per scoprire che si è più bravi di quanto immaginassimo e per dimostrarlo, sì, per dimostrarlo! Avere la voglia e la determinazione di dimostrarlo. Amare, come il biliardo, è un gioco, nel senso positivo non superficiale del termine, con ciò intendo che giocare e imparare sono sinonimi e io voglio imparare a giocare, niente regole fisse, si scrivono di volta in volta ma le si rispetta.

In questo gioco di regole fluttuanti esiste un forte legame tra il talento che una persona sa sviluppare e “assenza di…”. Esiste un talento e c’è un vuoto da riempiere, possibilmente usando quel talento. Un vuoto da riempire, questa è la posta in gioco, questo il senso profondo dell’esserci, il senso di una vita, il senso di amare. Un vuoto da riempire che non è solo mio ma nostro, insieme siamo pieni l’uno dell’altra.

Amare, se fatto con trasporto e onestà, è un esercizio di stile, è una dichiarazione di poetica (come dice Stassi), perciò è solo un altro modo di scrivere, stessa forza, stesso impatto su sé e sul mondo. Insomma, io a scrivere mi arrangio per cui…

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Emptiness

Capire il mondo è una questione di proporzioni: osservare la realtà da diverse prospettive. In fondo deve essere proprio questo che ci ha fregato, la prospettiva intendo, la profondità attraverso cui noi attribuiamo spessore e dimensioni alle cose, ai problemi, agli altri e a noi stessi.

 

Guarda il mondo dal tetto di un palazzo, guardalo dall’oblò di un aereo non cambia niente rispetto a quando ci sei in mezzo e ti turbina attorno, proprio niente, eppure talvolta provare a cambiare la prospettiva da cui osserviamo le cose, noi stessi, gli altri, i problemi, il dolore, la felicità, può aiutarci a capire quali siano le nostre reali proporzioni, la nostra forma, la nostra densità, la nostra forza, il grado di coraggio e pazienza che riusciamo a sviluppare.

 

Se guardassimo la realtà attribuendole solo due dimensioni, come nell’immagine di una foto, forse non capiremo molto lo stesso, ma magari ci spaventerebbe meno. Solo un po’ meno, è la paura il collante di ogni nostra emozione non solo quando siamo giù, ma anche la molla che fa scattare la felicità fino all’estasi perché dopo ogni salita sappiamo esserci una ricaduta e allora tanto vale salire e godere, salire e godere, salire e guardare  idealmente dall’alto il mondo – felicità – altra prospettiva, stessa storia. Il mondo è sempre lo stesso, forse siamo noi che dobbiamo e possiamo cambiare. Un attimo retorico, ma provare non costa nulla.

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Talvolta io non capisco, spesso io non capisco… che ci vuole a dire un semplice buongiorno-buonasera, o a rispondere ad un saluto cortese con un altrettanto cortese sorriso? E’ un semplice gesto educato, non costa niente, fatica zero, è un modo per manifestare un minimo di solidarietà al prossimo: ehi amico, come va? Discretamente di merda, grazie, e a te? Se la tua merda la mettiamo insieme alla mia concimiamo per un anno i campi di Rovigo. Roba del genere insomma, qualcosa per sentirsi meno soli, un discorso tutto in un sorriso, magari tirato, magari solo accennato giusto per non respirarne troppa di merda, ma comunque un sorriso. Anche se proviene da uno sconosciuto non è pur sempre una lacrima, un cincinin, di calore umano? E tu hai voglia ad essere cortese, tu hai voglia a stiracchiarlo quel sorriso, a dire buongiorno e buonasera e grazie (cazzo, devo piantarla di ringraziare gli stronzi, ringraziarli di che? Di mostrarmi che alla stupidità o all’indifferenza umana non c’è limite, sono discretamente grande per capirlo anche da solo, no?):

Il casellante dell’autostrada non saluta, non ti dice niente e ti guarda come fossi un alieno, o peggio un povero idiota, perché sei cortese… vaffanculo! E mio padre “ma tu saluti uno così?” lo saluto ironicamente per mostrargli che al mondo ci sono persone meno idiote di lui.

La ragazza alla cassa del supermercato non saluta mai, una biondina giovane, che cazzo avrai da non tirare fuori un micragnoso ciao, e io ti saluto sempre, e poi grazie… vattene affanculo!

L’impiegata dietro lo sportello alle poste non ti saluta neanche se da ciò dipendesse la sua vita… vattene affanculo pure tu!

Il vicino di casa se non lo saluti per primo manco ti considera, per carità non è che uno perda chissà che, però ti trovi sempre in quell’imbarazzo: lo saluto o non lo saluto? Boh.

Mi sono rotto, veramente rotto della maleducazione della gente, rotto di essere cortese con tutti. Magari è ora che pure io diventi un tantino stronzo, che bello: aggiungiamo merda alla merda così i pomodori a Rovigo vedi che bene che vengono su quest’anno!

Da oggi inizio lo sciopero del saluto e del grazie! 

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La musica

La musica: ideale colonna sonora che accompagna ogni nostro ricordo, ogni momento vissuto nel bene e nel male. Che sottolinea un episodio piacevole, divertente, estatico, come anche ci aiuta a sopportare un dolore. La musica che ci dà la spinta per tirare avanti, per affrontare un problema, vincere una paura, sostenere l’ansia, per uscire da un momento di crisi o farcelo sentire meno opprimente. La musica che è lì dove e quando ci divertiamo ,facendoci godere ancora di più, mandandoci in orbita ebbri di felicità. La musica che accompagna i nostri sogni ad occhi aperti, le speranze, ciò che sentiamo nell’intimo. La musica che è anche condivisione, condividere con gli altri una parte di ciò che provo. La musica che ci aiuta ad identificare un amico perché lo si associa a quel pezzo, e lo stesso vale per un amore, una stagione della vita. La musica che connota e caratterizza il nostro modo d’essere e quando noi cambiamo, cambiano anche le influenze musicali che più ci piacciono, che sentiamo nostre, che ci ppartengono, in cui ci identifichiamo. La musica è una costante imprescindibile di ogni vita vissuta, non importa come la vita venga vissuta, la musica è là se non a dare un senso a quella vita, almeno a colorarla di una gamma di emozioni che solo noi sappiamo interpretare e riconoscere nel nostro intimo. La musica… già, come l’amore…

“Nessuna cosa mi desta più affetti, e più varj, e terribili. E quasi tutte le mie tragedie sono state ideate da me o nell’atto del sentir musica, o poche ore dopo” scrisse nella – Vita – Vittorio Alfieri

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E’ partito Sanremo…

… il guaio è che tutti gli anni ritorna.

Nonostante io non ami Sanremo, nonostante io non l’abbia seguito, nonostante sia stato preso da sconforto per la pochezza dei testi delle canzoni in gara, di molte almeno, nonostante come al solito se ascolti la melodia di una canzone ti pare di riconoscerne altre tre, ma come insegna Giovanni (che citava Morricone in una discussione da Chissene) è in parte normale che sia così in quanto si parla di musica pop – popolare, quindi la cantabilità/orecchiabilità della canzone deve essere immediata per permettere un’ampia riconoscibilità, e ciò porta a creare dei prodotti che si assomigliano (credo che il discorso fosse più o meno così)… credo che vada riconosciuto al Sanremo di Bonolis di aver riportato nelle gente, specie in chi segue la kermesse, la voglia di cantare. Non so, magari sbaglio, ma ho questa sensazione, mi sembra che il clima generale attorno a Sanremo sia di festa, magari caciara, magari sagra paesana, ma in fondo ci sia la voglia di cantare, la voglia di musica. Per esorcizzare un attimo la mediocrità incombente di Sanremo, prima che essa ci seppellisca, propongo un pezzo da cantare, se proprio ne avete voglia almeno che sia qualcosa di decente, specie perché ho paura che inizieranno a tartassarci con la stucchevole retorica dei Gemelli Diversi, o l’insopportabile vuoto di Povia:

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E’ primavera

Non ci sono dubbi ormai sul fatto che la primavera stia per esplodere come una tetta di Carmen Di Pietro in alta quota. Da che cosa ho capito che la primavera sta arrivando? Dai primi germogli sugli alberi? Dal fatto che le giornate si stanno allungando? Dal fatto che anche se c’è un vento freddo  che spazza queste giornate, il sole sulla pelle lo si sente caldo? Dal fatto che le tortore son tornate a nidificare sugli alberi del giardino di casa?

No, dal fatto che con il cambio di stagione (inverno-primavera, come poi estate-autunno) mi tormentano i miei fastidiosi mal di testa, dormo male e specie la domenica sono più rincoglionito del solito. Che fretta c’era maledetta primavera… che poi la primavera mi piace, la vivo così-così solo perché essa è il preludio dell’estate (e per i mal di testa, chiaro)… che fretta c’era, maledetta primavera… lo so io cosa mi ci vorrebbe per tirarmi su…

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Ci si potrebbe fare un fumetto. Titolo di questo albo: Taglia, il mona (o come si dice dalle parti di Monia: l’invornito) regala momenti di autentica ilarità alla famiglia (fortuna che mia sorella era impegnata, altrimenti mi avrebbe preso in giro fino al prossimo Giubileo; mio padre l’ha saputo in un secondo momento).

Dopo cena passo davanti ad uno specchio (non si è rotto, no, tranquilli ci è abituato) e noto che sulla guancia destra ho un punto rosso a me sconosciuto. Un rosso cangiante non esattamente tondo ma quasi, perfettamente livellato con la pelle. Mi chiedo cosa sia, specie perché non ce lo avevo la mattina. Comincio a scrutare la cosa, ci passo il dito sopra, lo sfioro, osservo con attenzione e preoccupazione… non capisco. Convoco il consiglio di famiglia, ho mia madre a portata di voce:

“Mamma, che cavolo è sta roba? Che sia un angioma rubino? Così grande e venuto fuori così all’improvviso?” mia madre mi piazza bene sotto la luce e comincia a guardare “mah, potrebbero essere alcuni capillari che si sono rotti a causa di una micro botta; oppure è un brufoletto perché pare appena escoriato in superficie. O magari è un pelo che cresce sottopelle e ti ha un po’ irritato, o è un angioma rubino” io continuo a toccarlo e dico “non capisco, forse è un brufolo, domani andrà via. Sì, deve essere così, però è talmente rosso”. Resto là a tenere un simposio su nei che spuntano, angiomi rubini e compagnia cantante con la faccia un attimo preoccupata, del tipo: che è sta roba? Poi ci passo l’unghia sopra per vedere se è realmente un brufolo e il coso si stacca, era un frammento di polpa d’arancia che si era tenacemente (e pervicacemente) attaccato alla guancia. Io faccio la faccia stupita, mia madre si piega in due dalle risate. Le avevo preparato una spremuta con lo spremi agrumi a mano e siccome quell’aggeggio non spreme bene, i residui d’arancia sulla buccia mi seccava buttarli e me li sono ciucciati come farebbe un bambino: ossia impiastrandomi il viso. “Mona” fa mia madre “te l’avevo detto o no di lavarti bene la faccia? Vuoi la spazzola di ferro che c’è tra gli arnesi di tuo padre? Quello è un neo o un avanzo della cena della cresima di tua sorella?” e avanti di questo passo. Certo però che avevo ingannato per bene anche lei (oltre che me stesso), magari ho un futuro come tecnico degli effetti speciali. Buonanotte.

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