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Posts Tagged ‘film’

Se ti siedi davanti al pc, ti metti a scrivere, guardi lo schermo e pensi: qui non mi pareva di aver messo un punto; torni indietro con il cursore (per ben due volte), provi a cancellare il punto ma quello non se ne va. Allora osservi da vicino lo schermo e ti accorgi che non si tratta di un punto, ma di un’indefinita macchia tonda, capisci che è tempo di pulire lo schermo.

In fatto di pulizie questi sono due specialisti:  i fratelli Sheen(Estevez) nella commedia, Il giallo del bidone giallo, (1990)

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La cricca del cattivo fare in cucina, capitanata dall’anticucina (per scelta o pigrizia) Benedetta Parodi, colpisce ancora. Cosa ne penso dei vari cotto e mangiato l’ho già scritto in questo post, ma non finisco di stupire.

Un’altra deliziosa ricetta viene proposta sulla rubrica di cucina, che la Parodi cura sulle pagine del TV Sorrisi e Canzoni. La meravigliosa lasagna ai carciofi fatta con: pasta fresca già preparata (e qui ancora ci siamo, in commercio ce ne sono di ottima qualità); besciamella che immagino confezionata, primo non è scritto come farla, poi conoscendo… cubetti di cotto (ah, ne esistono di già tagliati e pronti in confezione, nel caso vi fosse sfuggito, no eh, di sicuro non vi è sfuggito) ed ecco la meraviglia delle meraviglie: volete una lasagna ai carciofi? Benissimo, comprate la crema di carciofi già pronta, quella in barattolo. Mmmh che bontà, mi invitate a cena? Ho i brividabadibidi

Ma poi sta roba la mangiate davvero? Comprate i surgelati che fate prima, o meglio ordinate una pizza, fate ancora prima e spendete meno. Che soddisfazione può dare confezionare un piatto del genere? Uno può sentirsi fiero di averlo preparato? Può in tutta coscienza proporlo agli ospiti, o darlo da mangiare ai propri figli? Il sapore di sta lasagna, deve essere paragonabile al morso dato alle scarpe di un maratoneta, smesse dopo 250mila chilometri percorsi nel deserto. La tossicità (parlo di tossicità) la stessa di quelle scarpe.

Questa non solo è roba immangiabile, ma fa pure un male tremendo all’organismo! Vi avvelenate cazzo, sono conservanti e chimica da 4 soldi. Preparare la stessa lasagna con ingredienti freschi vi porterebbe via solo un po’ di tempo in più, quel tempo lo trascorrereste in famiglia ottenendo il doppio benefico risultato di giovare alla digestione, e rafforzare le relazioni familiari.

Ma non è finita, già che ci siamo, per la serie: cosa non si farebbe pur di andare in televisione! Malati di protagonismo. Ho visto chef, o presunti tali nonostante le loro stelle Michelin, sfilare nel programma televisivo della Parodi. Ora, caro chef stellato, o tu non sai cosa sia fare dell’ottima cucina (e può benissimo essere), oppure tu pur di andare in televisione partecipi a qualsiasi programma (comprese le previsioni meteo), senza informarti su come sia quel programma. Se poni in cucina la stessa cura che metti nell’informarti, meglio tenersi alla larga dal tuo ristorante.

Ma cosa sta diventando la cucina in Italia? Favorevole a questa esplosione modaiola di cucina di cui si parla ovunque e si fa ovunque, contrario ai cattivi maestri, contrario ai cialtroni che lo fanno di mestiere e avvallano cattivi maestri, pur di ritagliarsi l’ennesimo spazio in tv, che neanche Alessia Mertz ai tempi era così attaccata ad un passaggio televisivo.

Eccolo un vero chef: Remy, del film Disney-Pixar Ratatouille (il miglior film sulla cucina che mi sia capitato di vedere). Passione, attenzione, cura, amore per gli ingredienti, voglia di far star bene gli altri!

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Maniaci della corsa

Io corro da diversi anni, nel senso che faccio Jogging. Un’attività utile, sana, ma che non mi è mai granché piaciuta, né mi ha mai dato quella scossa di endorfine (se non in misura limitata a fine corsa), che trasforma il footing in una droga per molti.

Si può parlare davvero di droga, gente che se non va a correre comincia a soffrire di convulsioni causa crisi di astinenza.

Posso capire tutto, ma vedere quelli che corrono la domenica pomeriggio sul ghiaccio e la neve, no, quello non lo capisco! Metti a rischio caviglie e ginocchia, perché non puoi saltare un giorno di corsa causa neve? Mi piace l’agonismo, l’impegno, la dedizione, ma aborro il fanatismo.

Consiglio una commedia come si facevano una volta “Cammina, non correre”: Cary Grant (questo credo sia stato il suo ultimo film), e il grande Jim Hutton (purtroppo prematuramente scomparso, straordinario interprete di Ellery Queen, serie tv basata sull’omonimo investigatore dei libri gialli – i libri non mi hanno mai esaltato molto, la serie tv invece era valida, intrigante e divertente, e con un cast di superbi interpreti). Ci ho preso gusto con sta cosa dei film 😀

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Fin da bambino sono stato un appassionato di scacchi. Passione che ho coltivato crescendo e a cui, a fasi alterne, mi sono dedicato. Il mio giocatore preferito è Michail Tal. Ogni giocatore di scacchi ha un campione preferito o più di uno, e nel 90% dei casi  uno scacchista (me compreso) nella rosa dei preferiti mette Robert James “Bobby” Fischer (Chicago 9 marzo 1943 – Reykjavik 17 gennaio 2008). Genio e sregolatezza degli scacchi, campione del mondo nel 1972 contro Spassky. Il suo era un gioco limpido, cristallino, profondo, aggressivo, imprevedibile, limpido e razionale, ma non solo: universale lo ha definito Elie Agur (e prima di lui Alexei Suetin) nell’interessante libro dedicato al GrandeMaestro statunitense e al suo stile di gioco, Percorsi e stile di gioco di un grande campione, Prisma Editori, 2003.

Circa Fischer come uomo valgano le parole dello scacchista Max Euwe: “Bobby vive in un altro mondo”, contraddittorio, polemico ai limiti del surreale, persino folle se osservato dal punto di vista del senso comune, esule negli ultimi anni della sua vita, esiliato dal suo paese, in debito con la legge.

Circa Fischer come scacchista, ne sintetizza la levatura un altro gigante della scacchiera, il campione del mondo Botvinnik “Fischer è nato con il dono degli scacchi”.

La leggenda di Bobby nasce innanzitutto perché egli era un grandissimo giocatore. Inoltre è stato il primo (e finora unico) statunitense a diventare campione del mondo, battendo i sovietici in un momento in cui la cortina di ferro era ben salda. Nasce anche perché, eccentrico fino ai limiti del parossismo, tre anni dopo essere diventato campione del mondo, accampando cavilli e richieste per la FIDE inaccettabili, fece saltare il match per la difesa del titolo (che andò a Karpov a tavolino) e di lì a poco scomparve. Bobby Fischer scomparve senza lasciare tracce, fino al 1992 quando, in una Jugoslavia sotto embargo e in guerra, riapparve e disputò un match di rivincita con Spassky. Lo vinse e sparì di nuovo.

Passarono venti anni tra il primo eclatante match nel ’72, e la rivincita del ’92; vent’anni in cui il più formidabile giocatore di scacchi, all’apice del successo, lasciò dietro di sé un numero crescente di nuovi appassionati, e un buco nero difficile da riempire. Buio, vuoto.

Da ciò prende spunto il film Searching for Bobby Fischer; da noi tradotto come: Sotto scacco – in cerca di Bobby Fischer (1993) in cui viene raccontata l’infanzia del Maestro di scacchi americano Joshua Waitzkin, la sua passione per il gioco, il suo talento, i tornei, la scuola, la sua famiglia. Le riflessioni sul gioco si intrecciano con le riflessioni sulla parabola di Bobby Fischer. E’ un film ben fatto, in cui il senso e le sfacettature di un gioco tanto complesso quanto (potenzialmente) divertente, vengono mostrate sotto una luce priva di retorica, sensazionalismi, o invenzioni improbabili per allettare lo spettatore. C’è il gioco degli scacchi nelle sue diverse forme, ci sono i giocatori di scacchi, c’è il senso che ognuno di loro attribuisce al gioco. C’è anche la vita, reale (Waitzkin è un Maestro di scacchi che realmente esiste), di un giovane, le sue passioni, il confronto con un modello e un idolo del passato, e attraverso la vita di Waitzkin emerge, in un continuo dialogo fatto di rimandi, la vita di Fischer. Ci sono due giocatori: Waitzkin, il più giovane, per cui gli scacchi restaranno sempre una passione, ma con un ruolo ben definito in una vita che sia fatta anche d’altro, di molto altro; e un grande, indimenticato, unico, campione del mondo per cui gli scacchi erano la vita, fino a farsi da essi assorbire. Giudizi e valutazioni morali sono sfumate nel film, allo spettatore spetta il compito di cogliere ciò che è sottotraccia. Da appassionato di scacchi dico che questo è un film ben fatto, godibile però anche per un pubblico che non conosce il gioco.

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E’ una domanda che ci siamo posti per anni, che fine hanno fatto i Guns’n’Roses? E non mi riferisco tanto all’attesa biblica, divenuta poi barzelletta, trasformatasi poi in delusione – o per i più tenaci fan parziale delusione (era inevitabile) – di Chinese Democracy, tanto più che dei Guns era rimasto solo Axl. Il mio discorso è più ampio, e certamente personale, ma con la distanza che solo il tempo può mettere nell’analizzare le umane vicende, ciò che allora mi chiedevo (1990), oggi corroborato dai fatti, era: che fine hanno fatto i Guns’n’Roses dopo Appetite for destruction?

Il 6 Febbraio Axl Rose ha compiuto 50 anni. Foto di rito su quotidiani e magazine di un ex rock star in declino, soprattutto fisico, qualche articolo commemorativo che sa già di “come eravamo” e fine.

Che fine hanno fatto i Guns dopo Appetite for destruction? A mio modo di vedere i Guns sono tutti e solamente lì. Fu un successo enorme, fu la loro consacrazione, fu un album che si inseriva (1988-89) in un contesto trita palle e loffio di glam metal (si pensi a Motley Crue, Poison, L.A.Guns ecc., in parte Bon Jovi) che tanto successo aveva in quegli anni e avrebbe avuto poi in quelli successivi, apportandone una componente di maggiore “aggressività” tanto nei testi (politicamente scorretti, sessisti, razzisti, violenti – polemiche, accuse, difese, smentite) quanto nella musica.

Se consideriamo la storia dei Guns osserviamo che già il secondo album, Lies, non è che un tentativo di battere il ferro del successo finché è caldo, proponendo qualche inedito (Petience ebbe notevole fortuna), e qualche pezzo già noto in chiave acustica. Tracce che non lasciano il segno.

La svolta con Use your Illusion uno e due (1991). Una svolta prevalentemente pop-rock, seppure un’anima più aggressiva rimanga in diversi pezzi, è una melodia più accomodante per il grande pubblico, e accattivante per le radio (e la tv-MTV), a imporsi come filo rosso che lega i brani. Alcuni potrebbero definire il doppio album (venduto però singolarmente) la maturazione di uno stile già in nuce nei Guns. Appetite è più grezzo ma in fondo ha quell’appeal pop rock che lo rende più facile all’ascolto anche per un pubblico non di nicchia, però Appetite in sottofondo ha una genuinità ed una freschezza che mancano completamente agli Use Your Illusion. Più maturi certo, ma anche più mainstream.

Segue The spaghetti incident? (1993) Album, a mio modo di vedere incolore, fatto di cover.

L’anno dopo registrano la cover di Sympathy for the devil, dei Rollin Stones, per la colonna sonora del film Intervista con il vampiro. Mi stupì cosa Slash dichiarò riguardo al pezzo: “quello è il sound di una band già morta”

E se dicessimo che i Guns’n’Roses sono artisticamente morti dopo l’uscita di Appetite for destruction? A mio modo di vedere non ci si discosterebbe molto dalla realtà.

In attesa di una loro, mai del tutto smentita e perciò probabile, reunion non ci resta che ascoltare ciò che di buono nel passsato ci hanno regalato, ricordando che la strada verso il successo di una gruppo non è affatto semplice e c’è chi è disposto a far di tutto, si veda Airheads: una band da lanciare

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Ve lo ricordate il film: ricomincio da capo, con Bill Murray e Andie MacDowell, diretto da Harold Ramis? In cui Murray, giornalista e metereologo di un canale tv, si reca a Punxsutawney, Pennsylvania, per documentare l’annuale giorno della marmotta, e si trova a rivivere giorno dopo giorno sempre lo stesso giorno? Bel film.

Bene, ho scoperto che quella cittadina dal nome impronunciabile esiste davvero, come esiste davvero il giorno della marmotta, che si svolge i primi di febbraio. Phil, la marmotta, nel suddetto giorno, alla presenza di tutto il paese festante, esce dalla sua tana per fare un vaticinio importante: se in quel mentre vede la sua ombra l’inverno durerà altre sei settimane, se non la vede invece l’inverno finirà presto.

Immaginavo che il giorno della marmotta negli States esistesse come celebrazione folkloristica disseminata in diversi centri del nord, non che ci fosse una festa ufficiale, con un paese che ufficialmente, dal lontano Ottocento, ha dato i natali a questa curiosa tradizione. Invece esiste. Cosa scopriremo ancora di incredibile, che c’è qualche forma di vita pensante a Montecitorio? Ne dubito, è più probabile trovarne su Marte.

Questo post è stato scritto per esibire la mia sconfinata ignoranza, e per dire che il buon Phil quest’anno ha previsto altre sei settimane d’inverno negli USA. Qua pare non siamo messi meglio.

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Qualche settimana fa stavo facendo zapping: non so che film fosse, non conosco titolo o trama, né so chi fossero gli interpreti (tranne uno), so solo che nel momento in cui ci sono capitato Walter Matthau ha recitato questa battuta:

  • chi non sogna, e chi non suda, accumula veleno.


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