Le prede:

 

La leonessa: preda? Pare un paradosso, e lo è. Occhio alla leonessa (può essere anche uomo) si finge preda ma in realtà è lei/lui a condurre il gioco. È anche vero che i morsi a tradimento non fanno sempre male, anzi, in certe situazioni sono pure intriganti.

 

L’elefante: materno/a, disponibile, simpatico/a, c’è tanto, ma proprio tanto da avere da lui/lei. In genere hanno un attributo fisico che li distingue: un gran bel fondoschiena.

 

La vacca della prateria: ed uso il termine vacca (anche uomini) perché mi pare ovvio cosa esso sottintenda: facile da catturare ma dà poche soddisfazioni a livello emotivo. È in genere il/la più appariscente, chiassosa, quello che balla più scatenato… in fondo se non si buttassero via, se riconsiderassero il loro look, gli mancherebbe un niente per essere leoni cacciatori, ma hanno l’indole della preda, a loro piace essere conquistati da una, due, tre, quattro (e via così)… cacciatori.

 

La gazzella: lasciar perdere, puoi correre finché vuoi ma non la prenderai mai. Terribilmente timidi, qui ci vorrebbe il ghepardo, ma di ghepardi tra i cacciatori ce ne sono pochissimi e il ghepardo in genere ha un grande spunto all’inizio (accetto la sfida!) ma si spompa subito. Piuttosto servirebbe una tartaruga: vai bella gazzella, corri finché ti pare che prima o poi arrivo. Per arrivare la tartaruga arriva, ma quando si arriva sono passati ormai vent’anni, addio mia giovinezza.

 

La poiana: terrrrrrribbbbbile, quella/o che se dici una mezza parola sbagliata ti cavano gli occhi a colpi di becco. Poiana posso dirti una parola? Ma vaffanculo, va…

 

La giraffa: come la gazzella sono imprendibili, quelle/i che camminano sollevati dall’aura di perfezione (che loro credono d’avere) un metro sopra i comuni mortali. Se la gazzella lo fa per timidezza, loro per vomitevole spocchia. Il loro motto è “tiriamo su il collo per non insozzarci con la vostra meschinità di omuncoli banali” figuriamoci, non vogliono neanche sentirlo il puzzo della savana. Te lo tirerei io il collo tacchina/o!

 

La scimmia (quelle vere sono piuttosto rare, ne esistono degli ibridi): ridono sempre (allegri di natura non superficiali o sciocchi) se fai una battuta sai che rideranno, per piacere o per pietà ma lo faranno. Se tu sei stanco di ballare lo sono anche loro, se vai al bagno magari ti accompagnano, nel senso di: fanno un pezzo di strada con te, se devi spostare la macchina “è una rottura vengo anch’io così intanto mi racconti di…”; se bevi loro bevono, se hai voglia di un gelato “perché no”, e non lo fanno per annullarsi, ma per il semplice piacere di stare insieme, di fare le cose insieme (le scimmie sono anche propositive). Se chiedi un piacere te ne fanno due. Ti senti bene con una scimmia, ti senti importante e gratificato anche se non sei importante, e hai sempre voglia di fare anche tu del bene agli altri, potremmo dire che ti rendono una persona migliore. Con loro hai voglia di lasciarti andare, di essere onesto, di mettere in gioco nel rapporto tutto/a te stesso/a. E quel sorriso poi… e come sono carine anche se imbronciate… ah, le scimmie. Bisogna piuttosto stare alla larga dai Gorilla: il buzzurro/a da sbarco, niente misura (rutto libero e commenti pesanti ad esempio), non esistono gli altri se non come tramite per il loro piacere, se ne escono continuamente con idiozie e volgarità a raffica che ti mettono in imbarazzo, il loro scopo è dominarti completamente e lo fanno nei modi più beceri ed umilianti (ed il dramma è che molti/e di loro non lo fanno per cattiveria, ma in assoluta buona fede).

 

Il colibrì (sono i miei preferiti): quelle prede di cui nessuno si accorge perché in genere se ne stanno in un cantuccio, nessuno li guarda, nessuno darebbe loro dieci denari (e neanche trenta) e non perché siano brutti (in genere si attestano sulla categoria del carino, ma se gli dai una sistematina fioriscono come i fiori che tanto amano, comunque è sbagliato agghindarli, li si snatura in modo idiota per trasformarli in ciò che loro sentono di non essere, anche se lo sono), sono schivi, non fanno la ruota o la danza dell’amore perché per loro in un rapporto l’aspetto fisico conta fino ad un certo punto. Ecco sono piccoli, sì, ma sono dotati di un ricco mondo interiore grande quanto l’universo, che è esaltante scoprire. Bisogna però avere l’intelligenza o la sensibilità per farlo.

Dalla mia personale esperienza ecco il campionario di tecniche predatorie e di prede, il tutto calato nella savana che è un tantino abusato come riferimento/analogia ma inquadra bene le dinamiche. Le categorie di cacciatori e cacciati, se non espressamente detto, si riferiscono sia all’uomo che alla donna. Tali tecniche si mettono in atto lì dove ci si incontra, luoghi di aggregazione come: piazze, feste, discoteche, matrimoni ecc.

 

Iniziamo dai predatori:

 

Il falco (spesso sono uomini). Vola in alto, lì dove l’aria è rarefatta perciò è più difficile pensare  e mettere a fuoco la situazione, per controllare il suo territorio di caccia con occhio acuto, acutissimo. Sceglie la preda, una sola indipendentemente dalle sue reali capacità poi di trasportarla (leggasi di conquistarla) al nido, quindi piomba dall’alto a botta sicura. Ed in genere la botta si sente quando finisce con il culo per terra dopo aver ricevuto l’ennesimo rifiuto.

 

Il leone. Indomiti e sicuri di sé mettono in mostra la criniera, sono gli epigoni di Costantino, quelli che “lì dove io arrivo porto la luce”: maniacale attenzione all’aspetto fisico, farciti di creme di tutti i tipi come solo una torta Saint Honoré, sorriso di pezza che è un optional in dotazione, guai a fare un discorso sensato (non è necessario in fondo), liberano il ruggito e tutti tremano, mai un miagolio da quelle bocche. Il maschio alfa (ma vale anche per le donne), lo/la si vede pavoneggiarsi tronfio conscio del ruolo che gli spetta: il re della situazione, il Tony Manero del XXI secolo, il faraone dell’ammmmore, il timoniere della seduzione… il pallone gonfiato, a sgonfiarlo ci vuole un niente, ma si rigonfia subito più e meglio di prima. La fenice dei cacciatori, non riuscirebbe a smontarlo neppure un metalmeccanico delle acciaierie acme.

 

Il serpente. Ne esistono di tre tipi: 1° ipnotico grazie all’aspetto fisico, non in generale, ma ha un particolare che ti colpisce. Guardandoli ti vien da dire “non è bello/a, però…” e non puoi togliergli/le gli occhi di dosso. 2° quello/a che ti ammalia con lo sguardo, magari dondolando un po’ la testa, ammiccamenti più o meno scopertamente cretini ma in fondo se l’occhio è ben truccato (ahimè vale anche per gli uomini) ha il suo fascino. Intendo però uno sguardo non da gnu, tipo quello bovino della Marini, non puerilmente ambiguo come la signorina Silvani di Fantozzi, perché lì ti viene il latte alle ginocchia. 3° il tipo (prevalentemente uomini) che corteggia in modo strisciante, ammorbandoti con complimenti dozzinali, stucchevoli, vere leccate di sedere che non inorgogliscono la preda, ma la mettono a disagio perché è palese che di tecnica da quattro soldi si tratti, usata e riusata come le virtù di una prostituta, e ci si sente anche un tantino trattate da prostitute di fronte a simili corteggiatori, per loro non esiste il soggetto che stanno corteggiando perché per loro le donne sono tutte uguali.

 

La iena (anche in questo caso prevalentemente maschi, ma non mancano le ragazze) ossia: prendo gli scarti degli altri.

 

Il coccodrillo (la mia preferita, io sono un coccodrillo). Il coccodrillo sa che non è necessario sbattersi in giro per la savana con il caldo, la polvere, i rischi connessi alla caccia. No! Il coccodrillo se ne sta serafico nella sua polla d’acqua, tanto è chiaro che prima o poi una preda si avvicinerà per dissetarsi ed allora non la si azzanna, ma la si inchioda con una pregnante battuta del tipo: “baby (è un must iniziare così) hai catturato la mia attenzione come le righe di un manuale di storia sottolineate da un evidenziatore giallo”. È fatta. Occhio però, prima che la preda si avvicini, a non far seccare l’acqua della polla in cui si è immersi, bisogna darsi un certo tono, esistono diverse pose da assumere: annoiato snob (si beccano altri annoiati snob, meglio formarsi una solida cultura per interagire con queste prede, in genere funziona parlare del libro in testa alle classifiche di vendita, pochissimo di politica, meglio i problemi connessi all’età, le vacanze estive perciò è necessario un ripasso di geografia, tanta tanta musica; nel caso in cui tirasse brutta aria, non so… la conversazione langue o non si conosce l’argomento trattato, il gossip funziona meravigliosamente anche con loro). Indifferente a tutte/i (questo va alla grande, curiosamente attira i predatori, specie i più feroci, coloro che pensano “col cavolo che ignorerai me”. In questo caso il coccodrillo si finge preda e si becca un cacciatore, d’altronde anche leoni, falchi e serpenti devono bere). Triste (la più faticosa come posa, me è un altro terno al lotto sicuro: si conquistano prevalentemente scimmie, vedi le prede, o predatori iene “sta messo/a così male che di sicuro faccio centro”). Sorridente, faccio le battute con gli amici, sono un tipo/a di spirito, occhio a non esagerare o si sembrerà solo deficienti. Interessato, partecipe, di ciò che accade ma anche distaccato: sono un uomo/donna saggio/a con un solido equilibrio emotivo, dimostrarlo sarà un problema, per ovviare basta impostare la caccia sull’opzione una botta e via, incontri occasionali, un pasto veloce, altrimenti frequentandosi crolla il palco e salta fuori tutto tranne che saggezza ed equilibrio, ossia ciò che cercava la preda e che ha permesso a noi piante carnivore (ossia: tutto un trucco) di catturarla.

 

Il Gorilla: vedi la sezione prede, voce scimmie.

Oggi, nonostante il consueto stato catatonico che mi permea la mattina presto, mentre mi lavavo ho fatto una scoperta… una scoperta… beh, non saprei come definirla, diciamo che per la prima volta mi sono accorto del fatto che tutte le etichette dei prodotti da bagno traboccano di parole inglesi, la cui funzione è definire le qualità del prodotto stesso. In concreto:

 

  • la schiuma da barba è classica, idratante e for man;
  • le lamette da barba invece sono extra grip; 
  • il dopobarba è rinfrescante Energy / o in alternativa anti-age;
  • il burro di cacao è hydro care;
  • i bastoncini per le orecchie: 200 pezzi cottonstick;
  • sapone liquido e colluttorio sono Genera Beauty;
  • l’altro colluttorio (da farmacia) è trattamento prolungato anti discoluration system;
  • lo sbiancante per i denti è trattamento di bellezza pearl drops / o in alternativa c’è quello antimacchia expert;
  • la carta igienica è soft and strong (morbida e resistente);
  • lo shampoo è force extra forte;
  • il bagnoschiuma è aromatico shower cream;
  • il gel è ultim fix.

 

Ma è possibile che per entrare in cesso ci si debba munire del dizionario inglese-italiano? Avanti di questo passo mi toccherà mostrare un documento al valico di frontiera tra bagno e camera: “ha qualcosa da dichiarare?”, “sì, un sonno agghiacciate”. O peggio, una mattina entrando in bagno rischierò di trovarvi Camilla Parker Boool che ringhiando mi dice “occhiupato, Sir”. Camilla, puoi starci dentro anche per i prossimi duemila anni a spalmarti creme di bellezza, ma mi sa che il risultato non cambierà. ;)

Ieri sera mi stavo catapultando in camera “sono in ritardo, sono in ritardo” come il Bianconiglio, passando per il salotto in cui la tv era accesa su Italia1, e mi sono improvvisamente trovato paralizzato ad osservare la scatola elettrica, un impulso più forte della mia volontà. Chi ti vedo? Un’epifania improvvisa: Alice che mi inseguiva? “Scusi signor coniglio…” no! la Chiabotto vestita di catarifrangenti o specchietti per le allodole si contorceva come colta da spasmi: sorriso vagamente ebete stampato in faccia, fisso come se stuccato, gambette fine come le caviglie di Lupin III (un tantino: avrei fame ma figurati se posso mangiare qualcosa che non sia un gambo di sedano), tette della consistenza di noci di cocco in quanto ha appena rifatto il tagliando. L’esibizione risultava in sé grottesca perché, lungi dall’essere sensuale, l’ex miss Italia che parla usando tutte le vocali chiuse: “sono pulita dentro e bela (ogni tanto dimentica anche qualche consonante) fuori”, si muoveva come una ballerina di lap dance di quart’ordine. Roba che più che essere eccitante per i sensi del maschio, già eccitato dalle sciagure che vede su RTV (ma si può?), faceva colare un’insopprimibile tristezza dallo schermo del mio televisore. Cara Italia (e cara ItaliaUnoooo) come stiamo messi.

Ho tirato fuori dall’armadio i Tarocchi (gli Arcani Maggiori) e ho fatto qualcosa che non avevo mai, programmaticamente, fatto prima. Mi sono fatto un giro per leggermi il futuro (dando uno sguardo intorno a me e al mio passato).

 

Ora, quando si parla di Tarocchi tutti sanno tutto, ognuno crede di essere depositario dell’unica ed assoluta verità sulle carte, o sul modo giusto di interpretarle, o crede con malcelato sussiego e vanto di conoscere un segreto nascosto ai mortali, di cui non vede l’ora di far partecipi gli altri solo per il gusto di lasciarli di stucco e fare il figurone del Gran Maestro dei Templari addetto alle iniziazioni “lo sai mantenere un segreto?” “no” “beh, te lo dico lo stesso”. Come il tizio che una volta mi fece “ma tu li leggi anche di lunedì, mercoledì e venerdì?” “non lo faccio di professione, ma se capita sì”, “e allora non sei uno vero, perché non sai che in quei giorni porta sfortuna?”, “ma va a cagare, vedi però di astenerti il lunedì, mercoledì e venerdì perché porta sfortuna” [gli unici “in quei giorni” in cui è meglio stare attenti a come ci si muove, sono “quei giorni” in cui alla tua fidanzata/moglie girano storte. Qui i Tarocchi non sono d’aiuto. Se poi quelli veri sono i ciarlatani che fregano soldi alla gente, grazie a Dio fieramente affermo di non essere uno di loro]. Dopo essermi documentato ho deciso di attenermi a due regole auree, alla prima ho trasgredito ieri:

·         Mai leggere a se stessi (o ad una persona e in una situazione in cui si sia direttamente ed emotivamente coinvolti) in quanto si perde di lucidità ed imparzialità;

·         Mai fare troppe letture in un giorno (per il motivo del precedente, si perde di lucidità).

 

Bene, scrivo adesso quella che doveva essere la premessa a questo post, per non rischiare di essere frainteso: i Tarocchi per me sono un affascinante (perché in fondo intrigano) gioco, un momento di disimpegno in modalità allegria quando si è tra amici e la serata langue (tanto più che, meglio si conosce la persona a cui si stanno leggendo le carte, più accurata sarà la lettura), il tutto all’insegna del divertimento, più per abbandonarsi ad una liberatoria risata, che non come mistico momento per aprire i lucchetti delle porte del futuro (a proposito di porte, non mi è piaciuto il film La Nona Porta con Johnny Deep). Ed è in quest’ottica e sottolineando questa condizione che io ho sempre letto i Tarocchi (mai a Johnny Deep però… preferirei la mugliera Vanessa Paradì). Diciamola tutta, ho iniziato perché in fondo fa figo con le ragazze e le attira più del miele con le mosche (o delle mie scarpe da jogging con le mosche; o la mia macchina appena lavata con i temporali, o le calamità quando si è in compagnia di un idiota, ecc.), ma anche gli uomini dimostrano un certo interesse. Quando si tratta del futuro cadono i pregiudizi e tutti sono curiosi: “non si sa mai che riesca a fare sei al Superenalotto, così scappo con la segretaria alle Maldive (c’era una storia del genere in Lost?), o che il mio capo sia colto da coliche modello armageddon”. Piace a chi chiede la lettura quell’aura di mistero, di incertezza, e magari l’idea di ricevere un po’ di speranza, sentirsi dare una simbolica pacca sulla spalla. Personalmente mi intriga la possibilità di costruire storie, perché è questo che in fondo faccio. D’altronde è nella mia indole, quando si giocava ai giochi di ruolo io facevo sempre il master. Le situazioni sono identiche: entrambe sono fantasia in azione.

 

Ho sempre avuto un buon rapporto con le carte ed in effetti esse dicono molto più di chi quel futuro ti legge, che non del futuro stesso. Però ieri mi hanno stupito lasciandomi in certo senso perplesso. Ecco la foto, purtroppo non è il massimo perché ho poco tempo, la macchinetta aveva il flash che partiva in automatico ed io non so come toglierlo, perciò è un tantino nebulosa (come il futuro ;) ).

 

 

Ho fatto una lettura generale ad ampio spettro, solo gli Arcani Maggiori. Il numero di coincidenze è piuttosto alto rispetto al solito. La cosa mi incuriosisce. Veniamo al dunque: riguardo alle influenze future esce l’Imperatrice, la figura di una donna, ed effettivamente il mio futuro è legato a doppia mandata a donna/e (per ora sono due, ma se ne potrebbe aggiungere una terza di cui non sono a conoscenza), si dirà: capirai che predizione avevi il 50% di possibilità che fosse donna (o donna o uomo) ok, ma nella posizione influenze/fattori ambientali è uscita un’altra donna: la Papessa (l’intero giro è all’insegna del femminile, se ci fosse stata la carta Amanti da qualche parte, avrei subito prenotato la chiesa, perché era matrimonio in vista). Ancora: nella posizione immediato futuro esce la carta della Morte, ed è vero che io entro poche settimane dovrò scegliere, mi trovo ora in prossimità di un bivio ineludibile, una decisone rimandata da troppo tempo, utile per uscire dal caos attuale della mia vita. Ora attendo una risposta che tale cambiamento porterà. Dico, tra tutte le carte proprio la Morte, non solo, e proprio in quel punto? Lì doveva essere per avere senso e lì era. Fosse stato il Sole, o l’Appeso, non avrebbe avuto senso più nulla. Avanti: nella posizione in cui si trova la carta che indica indole, stato, comportamento, in una parola di connotare chi ha chiesto la lettura (il consultante) esce il Matto. Se prima di iniziare mi avessero chiesto: quale carta oggi ti rappresenta? Considerando il mio stato attuale avrei detto il Matto, non tanto per la connotazione di imprevedibilità che esso testimonia, né del fatto d’esser portatore di gaudio (seppure questo fattore rappresenti in lettura un’ascendenza minoritaria), ma perché indica alcune croste di certo infantilismo di cui mi accorgo d’essere sporcato, è forse una componente che nel bene e nel male mai riuscirò ad eliminare. Non è uscito l’Imperatore, avrei detto: sta fresco se sono io quello, neppure l’Eremita che mi rappresenta in certo modo, ma non avrebbe alcun senso in relazione alle altre carte. Ecco, ho qualche difficoltà ad attribuire un significato certo alla Ruota della Fortuna nella posizione di risultato finale (tra parentesi quella di Papi faceva schifo) mai leggere a se stessi! non so se sia un monito incoraggiante: guarda che il momento è nero, ma la vita si sviluppa a cicli; oppure se riferito al futuro lavorativo indichi che sarà un momento di passaggio verso qualcos’altro (e potrebbe essere), oppure: in ambito lavorativo fatto il cambiamento avrai momenti buoni e meno buoni. Se guardo il passato recente l’unica carta che poteva uscire per indicare un disastro, l’unica che porta con sé qualche componente negativa è la Torre, e che salta fuori? La Torre. Poi: c’è effettivamente la Giustizia che non quaglia moltissimo, ma qui per capire ed essere obiettivo dovrei prendere le distanze da me, vedere in prospettiva la mia vita dal di fuori ed è cosa che non posso fare (mai leggere a se stessi le carte) volendo ce la potrei incastrare ma resta una forzatura di cui non sono convinto. Se volessi semplificare riferendo la carta alle influenze nel mio passato remoto, ecco ancora una donna e nel contesto ci sta dentro alla grande. Nel presente su influenze immediate c’è la Stella: un’esortazione ad essere positivo e ancora una donna che ritorna! Specularmente nelle mie emozioni interiori salta fuori il Carro, devo essere più ottimista. Si incastra al bacio. E così, tornando al presente (burrascoso in parte) ecco la Temperanza: un invito, seppur mitigato dal fatto che la carta è uscita al contrario, a controllare le mie emozioni (ne ho proprio bisogno) e cercare equilibrio/armonia con gli altri.

 

Ebbene, questo è il fascino del Tarocco… non il sottoscritto, non l’arancia… ma la carta (e purtroppo anche elemento di mistificazione per chi fosse male intenzionato), la possibilità di sovrimporre un’infinità di significati, di incastrarli a piacimento creando sempre una storia coerente, lasciando però una porticina aperta sul mistero: “cacchio è proprio così, e quella carta si è infilata proprio lì dove doveva essere!”. Poi si chiude la baracca e, consci del fatto che il destino sia esclusiva conseguenza delle nostre azioni (e in parte di quelle degli altri), si torna alla vita vera.

A casa…

Sulla via di casa mi affianca l’auto del comandante, lui è seduto dietro, tira giù il finestrino e mi dice “grazie”, “dovere” rispondo battendo i tacchi e mimando un saluto militare. Mi guarda più perplesso che schifato, tende più a compatirmi che non a disprezzarmi. Se mi conoscesse probabilmente opterebbe per la seconda, così invece dovrebbe disprezzarmi sulla fiducia ma un carabiniere, forse per deformazione professionale, è un uomo poco incline a concedere fiducia al prossimo. “Dicevo” prosegue il comandante “grazie a lei abbiamo preso l’assassino. Lo sa che si trattava proprio di quel suo amico? Quando ho mandato un’auto per interrogarlo ha tentato di fuggire, una volta catturato ha confessato”. Non aggiunge altro, forse non ha sufficienti dati. Una botta del genere ti scuote le ossa e ti riassembla gli organi interni, magari facendo finire il cuore sotto i polpacci – Allegro Chirurgo risistema al suo posto il cuore e guadagnerai mille euro… BZZZZ… non sono mai stato bravo all’Allegro Chirurgo, non ho la mano ferma, preferisco il Masrter Mind, necessita solo di un po’ di lucidità. Io sono moderatamente lucido “dice davvero? Perché se sta scherzando lei è così bravo che dovrebbe avere un suo show alla tv”, “tutto vero” risponde, si tocca il frontino del cappello e la macchina riparte, con il lampeggiante blu della sirena che taglia la spessa gelatina d’odio sospesa nell’aria. Magari leggerò i dettagli della storia domani sul giornale, il movente ad esempio… non credo proprio: sezionare una vita, sezionare i fatti, è roba per l’Allegro Chirurgo. Io preferisco il Master Mind.

 

Sono a casa “Ciao” la mia fidanzata mi saluta venendomi incontro “sei stato via parecchio, ti piace il mio nuovo taglio?” le lascia scoperto il collo, è incredibilmente sottile e così le sue dita. Mi piace quando quelle dita mi accarezzano, e mi piace poggiare le labbra su quel collo, con delicatezza, piccoli tocchi in punta di pennello. “Stai magnificamente, sai che mi piaci con i capelli corti, fanno risaltare la bellezza del tuo viso, allo stesso modo di come la bellezza di una ninfea risalta in uno specchio d’acqua” sì, come Ofelia, potevo trovare qualcosa di meglio. Lei non ci fa caso, sorride, è felice, mi piace il modo in cui sorride perché mi fa sentire giusto e puro, almeno per un attimo e, certo, anche felice. Felice. “E a te come è andata?” vuole sapere. “Questi sono per te” le dico porgendole un mazzetto di fiori gialli e viola, fiori spontanei, fiori senza nome come un corpo riverso tra i rovi di more. Aggiungo solo “fiori, erba, sole, un po’ di vento, il cielo è ancora appiccicato sopra le nostre teste, le solite cose, niente di nuovo”.

Esistono diversi modi per migliorare le proprie capacità di chitarrista come:  velocità, coordinazione, pulizia, creatività, ma ce n’è uno solo che dà un risultato sicuro (nella fattispecie un successo planetario) in tempi brevissimi e soprattutto con uno sforzo minimo. Ho sentito dire in giro (in giro… non posso aggiungere di più, vediamo di capirci) che esiste un plettro ricavato da un dente di Satana che se usato (e pare sia appartenuto a tutti i più grandi del rock, e di sicuro non fa parte del bagaglio dei Tokio Hotel) infonde un magico potere al suo possessore… ho cercato tra i miei plettri ma credo di non averlo… non è materia di ricerca nell’ultimo film di Indiana Jones, per cui è ancora là fuori…

  Tenacious D con Jack Black, Satana è interpretato da Dave Grohl (non ho potuto inserire il video direttamente qui, perché cliccandovi sopra youtube dice: mi dispiace ma non possiamo inviarlo, perciò ho messo solo il link. Fun-cool). 

Odio…

Non mi era mai capitato di vedere un uomo morto e al comandante dei Carabinieri non era mai capitato di vedere un uomo morto dalle nostre parti. Se si considera il fatto in sé: un omicidio avvenuto a due passi da casa, proprio come il lattaio o la fermata dell’autobus, ti vien voglia di sperare che a commetterlo sia stato un vampiro o un licantropo (ciarpame fantascientifico) perché le implicazioni di una storia scioccamente, convenzionalmente, fantasiosamente horror sarebbero più rassicuranti, e senz’altro più facilmente metabolizzabili, rispetto a quelle che la realtà propina: un omicidio a due passi da casa. Ma in fondo non sono fatti miei, la cosa non mi tocca direttamente “comandante io quell’uomo non l’ho mai visto prima. Passeggiavo da queste parti e ci ho sbattuto il muso contro. Non posso esserle d’aiuto”. Bianco, mezza età, faccia convenzionalmente banale, vestiti convenzionalmente banali. Non sono mai stato un buon osservatore. In lontananza sento il treno che martella un ritmo costante ingoiando chilometri di rotaie “il treno” dico al comandante. Mi guarda in un modo indecifrabile e la cosa mi mette a disagio “prima” continuo “ho incrociato un amico che stava facendo jogging, posso darle le sue generalità, magari lui ha visto qualcosa, potrebbe aver incrociato un individuo sospetto”. Il comandante scrive nel suo taccuino. Adesso Mac delle due: o ti ho regalato un piacevole diversivo per non dover pensare al tuo lavoro, perché non credo che tu corra per tutto il giorno, oppure tra interrogatori e deposizioni avrò aggiunto un altro po’ di merda alla tua vita di merda. In ogni caso è tutto merito del sottoscritto. Questa mattina la mia fidanzata davanti allo specchio “non mi sta niente e questi capelli… devo tagliarli. Dio, certe mattine mi odio” “se la cosa può farti stare meglio, ti dico che certe mattine anch’io ti odio”. Questo è il punto: odio, il collante che tiene unita la vita di provincia. Chiacchiere vuote e odio, magari distillato sottoforma di invidia. Suona retorico, ma analizzando i dati: la mia fidanzata dopo quella battuta cretina mi avrà odiato, Mac mi odierà perché l’ho coinvolto in questa faccenda, l’odio porta all’omicidio, il comandante odia dover lavorare sotto il sole con quell’uniforme, io mi odio perché non c’era alcuna ragione per venire a fare questa dannata passeggiata, non c’è alcuna ragione plausibile per trovarmi in mezzo a tutto questo odio. Una catena, tessuto connettivo. Se l’odio potesse colorare l’aria di nero cammineremmo nel buio, se avesse consistenza cammineremmo in uno strato spesso di gelatina. Se l’odio ha il potere di propagarsi, di trasmigrare contagiando le persone, va a finire che di quest’omicidio siamo tutti responsabili. “Secondo me è stata una cosa fatta in fretta, niente premeditazione, un attacco d’ira, una lite magari” azzardo “probabilmente l’assassino ha usato uno degli attrezzi del giardiniere, il baracchino è vicino alla fontana e rimane sempre aperto”. “E’ un esperto lei?” domanda il comandante, e chi non lo è tra CSI, Lucarelli, Montalbano, un giorno in pretura e RIS vari. Mi tappo la bocca con un gargarismo di cemento a presa rapida, sussurro solo “posso andare?”. “Vada”. Ulisse si rimette in viaggio. Passando davanti alla casa di Mac vedo l’auto dei carabinieri in strada, lo stanno caricando. Allora qualcosa ha visto, non gli hanno neppure dato il tempo di fare la doccia, mi viene da ridere, un sorriso acido che parte dalla bocca dello stomaco, più che costruito dai muscoli della faccia. [continua...]

Passeggiando…

Se vado a passeggiare lo faccio da solo, è una forma di rispetto verso me stesso che amo concedermi. Parto da casa, la prima parte della scarpinata si snoda lungo una pista ciclabile, un fosso tombato, a margine di una strada tombata, perché non passano auto. È più una piacevole coincidenza che non la norma. Ma in fondo è presto, sono le due e venti. La pista ciclabile sbuca su di un’ampia area verde dominata da una collinetta che al centro custodisce un vecchio fortino, un deposito di munizioni, circondato da un laghetto. Nessuno in vista, solo il canto dei grilli in sottofondo, un ideale accompagnamento, tipo la colonna sonora di un film. Il prato come un piccolo sommerso brulicante mondo d’insetti, riduzione in scala della piccola sommersa brulicante vita di provincia, ripiegata attorno ad una chiesa fornita di campanile che, più che generatore d’identità del luogo, è uno spillone utile a tener su il cielo per evitare che ci caschi in testa. Il cielo oggi è azzurro, quella qualità uniformemente morta di azzurro che non viene alterata da nessun dettaglio, niente nuvole, uno schermo privo di profondità che incombe su tutto. Quando cammino guardo sempre per terra, per evitare di sentirmi soffocare. C’è un sentiero che passa accanto ad una villa rossa, strutturata su di un solo piano che si sviluppa longitudinalmente. Sulla facciata ha una veranda a cui si accede dopo aver attraverso un semplice arco. Il tizio che vi abita sta tagliando l’erba, si è sposato da poco, un amore impostato sull’opzione tregua forzata, in cui i due contendenti si sono reciprocamente traditi per anni ed alla fine hanno deciso di farsi il dispetto più grande sposandosi. Beata normalità. Abbandono il sentiero e salgo lungo la collinetta, è abbastanza alta da nascondere l’orizzonte ma ha un’inclinazione che non stanca le gambe. Mi torvo in mezzo all’erba sporcata da piccoli fiori gialli che si espandono e contraggono in un’unica interminabile macchia agitata dal vento, una leggera brezza inchiodata all’altezza delle mie ginocchia. Il vento stende le sue dita, il vento accarezza la collina come fosse un turgido seno verde e lo fa con piacere, un piacere che si trasmette anche a me attraverso un brivido che dalle gambe si rincorre fino alla base del collo. È come se stessi facendo l’amore con il vento e l’erba. Dico, se uno sa accontentarsi va bene anche così. Toh, guarda, Mac sta facendo jogging , un puntino che avanza acquistando una forma nitida, linee compattate in un sorriso cordiale “come va Mac” faccio appena è a portata di voce. Corre a petto nudo, niente maglietta. Rallenta l’andatura  fino a farla scemare quando mi arriva davanti, Mac come un’onda che muore sulla battigia. Scuote la testa sbuffando “il lavoro…” lascia la frase in sospeso, odio dover comporre nella mia testa un discorso iniziato da un altro: troppe possibilità, troppe incognite, troppo violento l’impatto del sole per non costringermi a cedere ad un indolente torpore “c’è dell’altro o la chiudiamo qui?” faccio io, “il lavoro fa schifo, sono stanco”, “e la corsa serve per darti il colpo di grazia?”, “mi aiuta a non pensarci”. Amico, ti toccherà correre per almeno altri trentacinque anni, fino alla pensione (buona fortuna), e poi continuerai a farlo più che per inerzia per non dover pensare al fatto che in fondo stavi meglio quando lavoravi. Gli faccio “quantomeno fa bene alla salute”, annuisce. Alla mia di salute però, che mi sento sempre sollevato quando vedo uno che dopo essersi sfibrato al lavoro, si impone un ulteriore carico di fatica andando a correre. Il lato est della collinetta è seminato ad alberi da frutto, susini prevalentemente, file compatte di iris viola e rovi di more. Dopo aver salutato Mac mi dirigo là. Il fiume d’erba descrive un’ansa per assecondare la linea morbida della terra, appena sbuco oltre vedo un tizio che si fissa le scarpe. Mi avvicino e capisco che non trova interessanti le sue scarpe, ma il corpo di un uomo riverso a terra, con la testa fracassata ed un rivolo di sangue che gli cola lungo l’occhio, scansando lo zigomo e poi giù, inghiottito dalle crepe della terra arsa, tante cicatrici nere. Testa e terra: squarcio per squarcio, crepa per crepa… crepa! Ironia semantica da quattro soldi, cioè spicciola. Il tizio, continuando a guardare il cadavere, mi chiede “secondo te è morto?”, “o è morto, oppure dorme profondamente, molto profondamente”. [continua...]

Ho visto che in rete impazza la nuova moda di “inventa il tuo avatar”, assembla il tuo ritratto qui.

Dopo: trasformati in uno dei Simpson; dopo: che faccia avresti se abitassi a South Park, ecco la nuova moda: diventa un personaggio da manga. Io ci arrivo di striscio, come al solito, attraverso Monia (contagiata da Ani); non è una novità dato che Monia per me funge da badante, o meglio, da Virgilio che guida Dante nell’intricato mondo di internet. Dico Virgilio e non Beatrice (incalcolabili le implicazioni) non perché lei non sia “Donna di virtù” per citare il Poeta, ma pensando più a me e al mio rapporto contraddittor-contrastato con la rete. Ecco, è come se fossi, magari non all’Inferno, ma in Purgatorio sì. Così ho provato a montare il mio ritratto e dopo snervanti sforzi, passando attraverso tre tappe (come il Poeta), ecco il risultato:

 Primo tentativo: no, non va, i capelli non li porto più così lunghi… 

 neanche così corti però, comunque ci stiamo avvicinando …

 ecco, ci siamo :D sono io… li senti gli agnellini Clarisse?

Eppure ho come l’impressione che la cosa non funzionasse così, perché gli altri ritratti virtuali, quelli che vedo in giro, sono usciti diversamente. Dove avrò sbagliato?

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