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Opinioni di un Clown

Mi piacerebbe inaugurare una rubrichetta: un libro in poche parole, anche perché non ho tempo per dedicargliene di più, anche perché spesso non ha senso farlo.

image_book.phpPartiamo dal presupposto che i clown mi stanno sul cazzo, che la retorica e la miseria che li circonda nelle storie stereotipate che li rappresentano non mi piace per niente (quella necessità di mendicare la lacrima al lettore/spettatore) e diciamo subito che niente di tutto questo c’è nel libro di Heinrich Böll “Opinioni di un clown”. Libro definito il più cupo di questo scrittore, io lo trovo semplicemente il più deciso e disilluso, il più onesto e profondo.

Böll attraverso l’analisi che fa il suo protagonista della realtà che lo circonda, quella della Germania del secondo dopoguerra, non fa che mettere a nudo l’uomo: contraddizioni, meschinità, cattiveria, ipocrisia (quanta!) e lo fa in modo lucido, intenso, cristallino, profetico, mai compiaciuto, mai piagnucolando, anzi. L’uomo nudo al di fuori di ogni determinazione storica, è questa la vera forza del libro, non è rappresentata una realtà nella storia, è rappresentato l’uomo come da sempre è e sarà.

E il clown, chi è il clown? Un ragazzo di cuore  drammaticamente e irresolubilmente solo, che ha voglia di bere un goccio e farsi una scopata.

I nostri rapporti erano stranamente tesi: una cosa idiota perché in fondo al cuore lui trovava “straordinaria” la mia vita “fuori dalla legalità”, mentre la sua, così borghese e limitata, in fondo al cuore mi colmava d’invidia.

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Ah, ma quanto è meglio la piccola libreria, le piccole care vecchie librerie, quelle d’essai, le librerie con l’anima.

Inferno 01_01-02 La selvaQuanto mi girano l’intestino crasso sti discorsi: io mi trovo benissimo dentro le grandi catene: la melbook per dire è il mio paradiso, tre piani di piacere, ci vado sempre con l’amore mio. Invece se sei uno in gamba, uno che ama i libri, le dovresti detestare: le grandi librerie impersonali, gli squallidi supermercati del libro non hanno l’anima! Ok, le piccole con il caro vecchio libraio ce l’hanno l’anima, ma è un anima di merda: snob, apparenza, retorica borghese da salotto in, ipocrita, stronzetta, in più i libri che cerco non ce li hanno mai. – Te li ordino, arrivano next week, per la prossima settimana mi è passata la voglia di leggere quel libro, che hai a portata di mano? E non c’è mai niente che mi vada, così esco a mani vuote e insoddisfatto. Ma vuoi mettere i consigli del libraio? E quando mai ho bisogno di consigli, che non ce l’ho una testa per sapere cosa desidero leggere, o un po’ di fantasia per inventarmelo ciò che desidero e mi aspetto da un libro? Come può uno che non mi conosce consigliare una cosa tanto intima come un libro? Come posso io chiedere a uno che non mi conosce di consigliarmi un’esperienza tanto intima come la lettura di un libro? E’ un cazzo di consiglio senz’anima, oh voi che ci tenete tanto all’anima. Ma d’altronde si va nella libreria di un tempo per comprarla l’anima, giusto: la libreria ha l’anima, il saggio libraio ce l’ha e così il libro ha l’anima, ecco: adesso anche voi ce l’avete l’anima, la pagate il prezzo di copertina, il prezzo di un consiglio vuoto, il prezzo di quattro frettolose ciancicate chiacchiere. Alla fine mi viene pure da chiedermi: ma che cazzo ve ne fate dell’anima? Guardate che è una bella responsabilità avercene una. Mah.

Oh cara piccola vecchia libreria,
tu che nei miei ricordi sei un crocevia,
d’estati passate all’ombra di un pino
girandomi i pollici con in mano un crodino.
/
Perchè da te non trovavo il libro che cercavo
te lo ordino presto – (caro libraio)
e io agognavo…
/
agognavo il momento che mai si palesava
di legger con gioia sta cazzo di storia.
/
E ancora oggi tutto è immutato,
io cerco un fottuto libro e tu
te l’ho ordinato – (caro vecchio libraio).
/
Caro libraio che sbuffi angustiato
le grandi catene mi han fottuto il mercato
il problema è , se fai attenzione,
che hai solo tre libri e manco d’occasione.
ma io ho i libri giusti
tutto dipende sempre dai gusti.
/
Alla fine però sai che ti dico?
che in fondo avere l’anima deve essere fico.
Da te la si compra e ad un prezzo onesto,
ma sai che ti dico?
Io trovo sto mercimonio un tantino molesto…
… e pure funesto

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535Carlo M. Cipolla, insigne storico, ci ha regalato nella seconda parte del suo “Allegro ma non troppo” un sapiente teorema che illustra le leggi fondamentali della stupidità umana. Ora, sottolineando che indipendentemente dalla nostra propensione alla vita: che si sia persone mondane o misantropi, inevitabilmente si viene a contatto con gli altri, è bene prendere nota. Vediamo:

Sempre ed inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di stupidi in circolazione, in effetti se ci pensiamo ciò dipende non solo dal fatto che, come sottolinea la Bibbia, Infinitus est numerus stultorum, ma capita anche che persone da noi considerate savie di botto manifestino una latente stupidità .

La probabilità che una certa persona sia stupida non dipende da altre caratteristiche della persona stessa, né fisiologiche, né sociali. Per dire, il livello di istruzione o l’appartenenza ad un determinato ceto sociale sono irrilevanti. La stupidità è come la fortuna: un dono inaspettato!

Attenzione, veniamo alla definizione dello stupido: una persona stupida è una persona che causa un danno ad un’altra persona, o gruppo di persone, senza realizzare alcun vantaggio per sé, anzi, spesso creando un danno anche a se stesso. Se analizziamo l’azione compiuta da uno stupido, che causa a noi un danno, ci accorgeremo che tale azione non ha proprio senso né coerenza, l’unica spiegazione: è un’azione stupida. Le azioni compiute da uno stupido per antonomasia sono incoerenti e inaspettate, perciò difendersi risulta difficile perché l’azione è talmente stupida che non riusciamo ad organizzare un modo efficace per contrastarla. Shiller scrisse: “contro la stupidità gli stessi déi combattono invano”.

Le persone non stupide sottovalutano sempre la pericolosità degli stupidi.

Una persona intelligente sa di esserlo, così una persona furba, o uno stronzo, mentre lo stupido non sa di essere stupido, ergo la sua pericolosità è infinita.

Si noti come spesso in una società in declino il numero degli stupidi sia estremamente alto, inoltre sono la categoria della società più attiva; in piena decadenza chi è al potere si colloca in quella sotto categoria definita bandito (che agisce in base ai prorpi interessi) stupido (che ci riesce solo parzialmente, invece riesce benissimo a creare un danno generale).

Vediamo di tirare le somme: gli stupidi sono tanti e spuntano quando meno te lo aspetti, le loro azioni sono imprevedibili e causano un danno generale, inoltre non è possibili difendersi, va a finire che pure noi che pensiamo di essere savi in realtà potremmo comportarci da stupidi… non c’è via di scampo, è la fine, il baratro, l’inevitabile, il declino, l’Apocalisse. A questo punto non resta che prodursi nell’azione più improbabile che ci sia: se il pericolo incombe tu che fai? Se l’umanità è sull’orlo del precipizio, se la tua stessa vita è minacciata dalla stupidità, se tu stesso potresti appartenere all’esclusivo stupid club e manco sai di averne la tessera onoraria, come reagisci? Perché qualcosa bisognerà pur fare…

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Seduti in un teatro con lei accanto che si protendeva per meglio sentire la musica. Arabeschi dorati e candelabri a muro e le lunghe pieghe del sipario come colonne ai lati del palco. Lei teneva la sua mano in grembo e lui sentiva l’orlo delle calze sotto la stoffa leggera del vestito estivo. Fermate quest’immagine. E adesso fate venir giù tutto il buio e tutto il freddo del mondo e andate all’inferno. (”La strada” Cormac McCarthy)

 

… fermate le mille immagini che affollano la mia testa – ricordi cristallizzati in un eterno presente: io e te – che danzano nella mia testa, mille immagini di vita, come nel dipinto la Danse di Matisse, fermatele, fermate gli arabeschi d’oro screziati di verde che illuminano i suoi occhi, rilucenti di vita e desiderio e amore e tenerezza (i miei sono solo due punti oscuri), fermate il tempo quando sto con lei, quando siamo nudi, stretti in un abbraccio il cui tepore formicola attraverso i nostri corpi (i miei occhi sono due punti oscuri, ma vivi e frementi), fermate la baracca e fate venir giù tutto il buio e tutto il freddo di cui è capace l’intero universo, io sono in pace, e che l’universo intero se ne vada al diavolo.

 

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“In amore, come in ogni altra cosa, l’infrastruttura è essenziale” (Amélie Nothomb – né di Eva né di Adamo)

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Ieri ero in libreria e, nonostante in quel momento la merce esposta fosse l’ultimo dei miei pensieri, essendo io ben più intento a contemplare l’immenso, mi è cascato l’occhio su di un libro che occhieggiava dagli scaffali. Nello specifico il libro è “Lo spaccone” (The Hustler) di Walter Tevis, Minimum Fax Calssic. Io conoscevo il film (uno dei miei preferiti tra l’altro) interpretato da Paul Newmann, non sapevo però che il suddetto film fosse stato tratto dal suddetto libro.

Ho acquistato lo Spaccone e ne ho letto la prefazione curata con passione e niente compiacimento da Fabio Stassi. Beh, c’è un’osservazione che mi ha colpito parecchio mentre leggevo: la storia è una “favola adulta” come la definisce Stassi, e vi si trovano tutti gli ingredienti della favola, seppure una favola amara: ci sono vittoria, sconfitta e desiderio di riscatto, anime sole che si incontrano, necessità, amore, coraggio, paura, perdita e speranza… l’osservazione è la seguente: per trovare un senso, per lottare occorre “un qualche talento su cui scommettere”. Iniziato quel processo di identificazione che inevitabilmente ci coinvolge durante la lettura (che io rimando perché adesso sono infoiato con Pennac, vera goduria) mi sono detto: Taglia, ma tu ce l’hai un qualche talento su cui scommettere? So scrivere, questo mi ha caratterizzato fin da bambino, io ero quello che studiava, quello tanto educato e simpatico, quello che: quanta fantasia quando scrive e che bene scrive. Quattro parole le ho sempre sapute arrangiare, non sgorganti da una febbrile estasi alla Kerouac, io ho bisogno di leggere, rileggere, far sedimentare ciò che ho scritto, limare come Machiavelli all’Albergaccio, e poi ottengo un risultato soddisfacente. Ciò che mi manca, ciò che mi è sempre mancato è una storia da scrivere. Proprio non ce l’ho, o ce l’ho però non è quella storia, la storia (ci vuole pazienza, Bukowski scrisse che al massimo sono tre i buoni libri che uno scrittore può sperare di imbastire, solo tre, sacrosanto, spiegatelo alla Yoshimoto). In generale, chi non ha niente da scrivere, in un libro parla di sé, io preferisco per quanto mi è possibile vivere ciò che mi accade senza la fastidiosa urgenza di razionalizzare all’istante, per poi mettere su carta ciò che mi capita, trasformando ogni cosa e ogni persona attribuendole una forma bidimensionale, che è quella delle parole stampate su carta. Micragnose parole che parcellizzano il senso di ciò che avviene, trasformandolo secondo le inclinazioni dello scrittore sottoforma di una patina: snob, compiaciuta, bugiarda, minchiona, ironica… e chi più ne ha più ne metta, ma alla fine sempre di fiction si tratta (versimile come categoria aristotelica nella migliore delle ipotesi) ma non di vita, piuttosto forme mediate di vita e a me la mediazione non piace, perché se ciò che è accaduto me lo racconta Tizio, filtrandolo attraverso la sua coscienza, io so già che in quel passaggio (il filtro) il meglio va perduto, tutto ciò che io avrei colto lui lo scarta, matematico. Per farla breve non sempre mi va di trasformare la mia vita in un’opera d’arte, con buona pace di Wilde e compagnia cantante, specie mentre la sto vivendo, falsando ogni momento incrostandolo di qualità e sovrastrutture perniciose.

Mi sono perciò detto: Taglia, uomo privo di talenti e qualità (come quello di Musil),  che fa uno che non ha talento? Che fa? Beh, la cosa migliore e più onesta che io possa fare è amare. È una constatazione che mi riempie di gioia e fiducia, è una costatazione (la mia mancanza di talento e il mio desiderio di amore) che in sé ha tratti di inevitabilità, la stessa che ti porta a scegliere un colpo rispetto ad un altro mentre giochi a biliardo (come fa Eddi Falson detto the fast, il protagonista dello Spaccone), la stessa inevitabilità che non pregiudica né esclude sorprese o possibilità illimitate di scelta (non è fatalismo, né rassegnazione).

Amare presuppone (lo sa bene Eddi) due passaggi ineludibili: guarigione (è sempre guarigione) e metamorfosi. Amare è un cammino per capire quanto si è bravi, per mettere alla prova il proprio talento, per scoprire che si è più bravi di quanto immaginassimo e per dimostrarlo, sì, per dimostrarlo! Avere la voglia e la determinazione di dimostrarlo. Amare, come il biliardo, è un gioco, nel senso positivo non superficiale del termine, con ciò intendo che giocare e imparare sono sinonimi e io voglio imparare a giocare, niente regole fisse, si scrivono di volta in volta ma le si rispetta.

In questo gioco di regole fluttuanti esiste un forte legame tra il talento che una persona sa sviluppare e “assenza di…”. Esiste un talento e c’è un vuoto da riempiere, possibilmente usando quel talento. Un vuoto da riempire, questa è la posta in gioco, questo il senso profondo dell’esserci, il senso di una vita, il senso di amare. Un vuoto da riempire che non è solo mio ma nostro, insieme siamo pieni l’uno dell’altra.

Amare, se fatto con trasporto e onestà, è un esercizio di stile, è una dichiarazione di poetica (come dice Stassi), perciò è solo un altro modo di scrivere, stessa forza, stesso impatto su sé e sul mondo. Insomma, io a scrivere mi arrangio per cui…

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Mi ha colpito il fatto che Pennac nella dedica introduttiva a “La Prosivendola” scriva: – alla memoria di J. K. Toole, morto per non essere stato letto – con quella sensibilità e quell’attenzione che contraddistinguono lo scrittore francese, la stessa sensibilità con la quale egli permea i suoi romanzi.

 

La vita di J. K. Toole è facilmente riassumibile: nasce a New Orleans nel 1937, si dice sia un tipo solitario capace, come tutti gli strambi, di amare un’unica donna. Nel suo caso trattasi di Marylin Monroe. Laurea, specializzazione alla Columbia University, servizio militare, poi insegnante di letteratura inglese. Scrive due manoscritti: Bibbia al Neon e Una banda di Idioti (da noi pubblicati da Marcos y Marcos), nonostante gli sforzi nessuno vuole pubblicarglieli. Nella primavera del 1969 in riva al Mississippi, che aveva visto alternativamente scorrere per 32 anni, decide che ciò che aveva visto e fatto in quel breve periodo era più che sufficiente e si uccide.

 

Da qui inizia la storia del manoscritto di Una banda di idioti, che la madre di Toole tenacemente, e con una certa dose di faccia tosta, comincia a proporre agli editori. Nel 1976 il manoscritto, coacervo di fogli unti e macchiati di caffè, arriva sulla cattedra di Walker Perry che all’epoca tiene un corso di scrittura creativa a Loyola. Alla domanda di Perry “Perché dovrei leggerlo?” la vecchia risponde “perché è un grande romanzo”. Perry spera di sbolognarsi la rogna rapidamente, spera che le prime pagine siano una merda per poter tirare lo sciacquone senza rimorsi, e chi s’è visto s’è visto. Invece il manoscritto lo legge tutto e alla fine pure gli piace. Si dà da fare ed ecco che nel 1980 esce per la prima volta Una banda di Idioti, vende circa duemilioni di copie in giro per il mondo e vale a Toole il conferimento del premio Pulizer postumo.

 

John, mi chiedevo, perché scrivevi? Perché è andata a finire così? Magari mi viene da pensare che Ignatius, l’enorme protagonista della Banda d’idioti, poteva contare sulla salvifica presenza di Myrna, tu no. Ignatius aveva le lettere di Myrna da New York: accorate e militanti, informate da quell’etica alternativa e volatile, in quanto vissuta come moda da alcuni, dei giovani sessantottini. Lettere preoccupate, emotivamente partecipi, così rivoluzionarie nei contenuti, così borghesi e normali nei fatti, ma non per cattiveria o stupidità, solo per ingenuità e entusiasmo. Myrna che consiglia Ignatius di farsi una purificante scopata, è questo che ti manca Ignatius, giusto? Quelle lettere normali (anche se a leggerle uno non lo crederebbe 😀 ) e che alla normalità lo richiamano e lo inchiodano, che gli permettono di aggrapparsi alla vita, in un modo curioso però, creando tra Ignatius e Myrna non un rapporto di salvatrice e tizio da salvare, ma un feroce antagonismo. Myrna è un’anima con cui parlare, anche se in uno stridente antagonismo che, paradossalmente, è solo una via diversa per creare una comunione di spiriti. Myrna è quel morbido avvolgente calore di cui tutti abbiamo bisogno, perché al di là della rilevazione della temperatura del nostro sangue (36 gradi?), siamo animali a sangue freddo e abbiamo bisogno di calore. Abbiamo bisogno di un essere umano con cui poterci sentire noi stessi degli esseri umani. Non è poco, quanti hanno questa fortuna? Sentirsi scaldare le budella, il cuore, l’anima, la coscienza, il viso… c’è il sole per questo? Quando mai! Il sole è solo una scoreggia incendiata da Dio nell’universo, che scalda ad intermittenza una serie di piccoli scheggiati sassolini sospesi nel vuoto. Il calore di cui parlo io è qualcosa di diverso, costante, benefico. Myrna è lì per Ignatius, lei c’è. John, Marylin Monroe non era Myrna. John, ho quasi l’impressione che quello scambio epistolare tra Ignatius e Myrna che c’è nel libro, rappresentasse ciò che la tua vita era (Ignatius) e ciò che da essa desideravi (il mondo proposto da Myrna). Ma forse qui sono andato oltre, pisciando fuori dal boccale.

 

Leggendo le comiche avventure di Ignatius si avverte anche un sotterraneo senso di struggente dolore, che va oltre l’esilarante follia del personaggio, che va oltre la sua assurda follia che è solo una forma di strenua coerenza perpetuata all’infinito, la capacità di ricreare un ordine dentro di sé, quell’ordine che manca all’ipocrita, perbenista, razzista, società che gli ruota attorno, priva dei due cardini fondamentali per Ignatius: geometria e teologia. E tutto ciò fa di Ignatius un novello bue mansueto finito tra i vicoli di New Orleans, un santo come S. Tommaso d’Aquino, ma senza piaghe. E in fondo mi viene da pensare che anche J. K. Toole un tantino santo lo fosse, lui però con il suo bel carico di piaghe.

 

Gli diedero il Pulizer postumo: complimenti, razza di banda d’idioti! Già che c’erano potevano pure pisciargli sulla tomba. Non si tratta certo di un riconoscimento a parziale risarcimento (risarcimento di che, dell’indifferenza? I santi la conoscono e ci fanno il callo; John non si è ucciso per quella, di certo non solo per l’indifferenza) piuttosto è l’ultimo osceno atto che legittima  e riconosce e struttura e avvalora e consolida un mondo che non è solo quello editoriale, ma più in generale, è il mondo dei rapporti vuoti ed ipocriti tra viventi. E da questi sono esclusi i santi e le Myrna. Quel Pulizer non è che una pernacchia orientata direttamente alla memoria di John, allo stesso modo delle flatulenze (vere flatulenze non simboliche) che Ignatius scaricava sulla società. Verrebbe da dire, John, chi di spada ferisce… amico, credo che in fondo tu abbia fatto bene a togliere il disturbo, perché questo non è un mondo adatto ai santi, non è un mondo adatto a santi senza una Myrna. Come scrivesti? “Una volta capitato in questo secolo pieno di brutalità un uomo può aspettarsi di tutto”. John, perché scrivevi? Ho trovato una citazione da te: “un libro è un figlio immortale che sfida il padre suo” (Platone). Senti ciò che dice Benjamin Malaussène di Pennac: “non credo in niente, cazzo, so solo che la macchina da scrivere è fatale per la puerilità, che la pagina bianca è il sudario della coglionaggine” verità informata di geometria e teologia.

 

Questo post non lo voglio dedicare alla memoria di John Kennedy Toole, lo voglio dedicare a tutte le meravigliose Myrna Minkoff che salvano fottuti ingenui santi piagati (assurdi santi per lo più), perché di sponde del Mississippi è pieno il mondo e magari non ne vale neanche la pena. Mi dispiace John, credo che ti mancasse questo, qualcuno che ti scrivesse “vieni a Manhattan così che io e te si possa issare le nostre bandiere del doppio caos nella capitale dell’orrore meccanizzato”. Care Myrna questa è tutta per voi “Some girls are bigger than other” dei The Smiths e come c’è scritto in una banda di idioti: “le ragazze grandi non piangono”, già, non lo fanno mai e anche quando lo fanno, beh, è solo un po’ d’acqua dopotutto, solo un po’ d’acqua salata…

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