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Archive for giugno 2008

Il regista (e qualche volta attore) americano Sydney Pollak, premio oscar per “La mia Africa”, è scomparso da qualche settimana. Tra i film da lui girati (lavoro il suo eterogeneo, storie diversissime) ci sono alcuni tra i miei film preferiti: Corvo rosso non avrai il mio scalpo, I tre giorni del Condor, Come eravamo (questo bisogna essere in vena per guardarlo), Tootsie. Ultimamente Pollak ha interpretato il ruolo del padre di Will nella sit-com Will and Grace.

 

Ricordo due citazioni da suoi film che mi sono rimaste impresse:

da “Come eravamo” : Robert Redford decide di interrompere la sua relazione con Barbara Streisand e le dice “tra di noi non può funzionare, tu sei una che pretende troppo” e lei riferendosi al partner di cui è ancora innamorata “sì, però guarda che cosa ho ottenuto”.

 

Poi Tootsie. L’attore interpretato da Dustin Hoffman, disperatamente alla fame ma talentuoso, che non trova lavoro (il suo agente è lo stesso Sydney Pollak) si traveste da donna e ottiene una parte in una famosa soap. L’amico e coinquilino Bill Murray gli ricorda che ingannando la gente, ingannando la fidanzata, e poi la collega di soap Jessica Lange di cui Hoffman si innamora, e il padre di lei che si è invaghito di Hoffman-donna, c’è il concreto rischio di finire all’inferno e Dustin Hoffman “io non credo nell’inferno, io credo nella disoccupazione”.

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Come scriverebbe Monia: post in modalità acida ON. E’ che, ultimamente, buttando un occhio al buon Taglia mi sono venuti i brividi. Se considero la cosa con un certo distacco mi accorgo che tutti i segnali stanno ad indicare che io sono il tipico trentenne (che ha lasciato indietro i 30 tondi da qualche anno) e ciò che mi dà più fastidio è proprio quel “tipico”, mantengo la mia individualità, resto maschio atipico (ma non unico) eppure certi atteggiamenti li codivido con la mia specie (spero… in fondo spero di essere come gli altri. Tu, proprio tu? Patetico? Probabile):

 

·     se guardo i ragazzetti mi paiono un mondo estraneo e lontano dal mio anni luce, e li trovo sconvolgentemente vuoti, soprattutto detesto la loro musica ancor più vuota;

·     divento sempre più pericolosamente piagnucoloso, romantico, sognatore, brontolone, la disillusiaone attiva, aggressiva e battagliera si è trasformata in uno sbuffo rassegnato, qualche primo accenno di rimpianto, ma quelli deflagheranno sconvolgentemente improvvisi verso i quaranta (cazzo che fatica, usciti dai 12 anni è tutta una lotta, è lo scopo della fatica che ancora non vedo o non riesco a vedere);

·     sono sempre più stanco, specie la sera, anche se salvo un certo dinamico slancio se sono in compagnia (inerzia più che passione, sono bravo a dissimulare, a recitare, a dar pacche sulle spalle ma vorrei piuttosto prendermi a sberle), ma da solo mi tumulerei a letto e ci resterei almeno 20 ore al giorno: pausa pranzo, pippì e doccia. Amo sempre più intensamente e morbosamente concedermi lunghe docce sotto l’acqua bollente. Mi dispiace per il pianeta Terra;

·     ecco, altro sintomo, coscienza ecologista raffazzonata all’ultimo, a casa impongo la raccolta differenziata: cosienza tacitata, reale apporto alla causa meno di zero;

·     tra le mie priorità è sempre più preoccupantemente urgente un lavoro fisso (basta precariato!) e ho sempre meno aspettative verso quel lavoro, basta che mi permetta di pagare un cacchio di affitto: agogno la libertà ma mica mi ci vedo impegnato in qualche tipo di rivoluzione (che parta da riconsiderare, smontare e ricostruire me stesso) per rischiare e cercare quella libertà… i soldi… i soldi all’improvviso sono diventati importanti quantro un riff di chitarra ben eseguito, quanto una citazione da un libro che ti è piaciuto, che spari con gioia a qualcuno sapendo di averlo/a stupito/a, sconvolto, ammaliato… i soldi al posto dei sentimenti, della vita, del profumo dell’erba, del profumo di lei, del profumo del pranzo della domenica… i soldi… Madonna, i soldi…;

·     mi dico che lotterei per quella libertà, che mi lancerei recuperando un sentore di sana follia se ci fosse una lei… cioè non mi dispiacerebbe mica trovare qualcuna oltre che per una scopatina al sabato con cinema o concerto inclusi, anche per svegliarsi insieme e “chi la fa la spesa oggi?”. Mi vengono i brividi, che cosa sto diventando? Mancano solo le babbucce, e magari il cane che ti porta le babbucce, e poi tu che porti fuori il cane “amore, ci pensi tu?” vado, cocco piscia in fretta che io al lavoro ho cinque minuti e dato che tu non sei migliore di me, te ne concedo per affetto solo dieci;

·     amor, dolor Nabucco Donosor… già, a basculare sempre tra: non rinuncerei alla vita da single neppure se Venere in persona mi chiedesse di sposarla e cacchio che tristezza star da solo, non avere un pancino da mordere, un lobo da tenere tra le labbra, qualcuno che mi dica che, cazzo, magari il collo della camicia dovrei sistemarlo, ma perché devi ogni trenta secondi ripetermi ciò che in me non va, quanto bene stavo quando ero single… facciamo l’amore? E’ stato bello, anche per me, poverini i single li compatisco proprio… domenica ceniamo dai miei… ma perché non sono rimasto single 😯

·     uso sempre più spesso la parola cazzo (e uso spesso l’avverbio sempre, tempo cristallizzato in un eterno, incancrenito presente, soprattutto stancamente, asfissiantemente immutabile… e ho fatto le elementari da così tanto tempo che non ricordo più se sempre sia avverbio temporale o che);

·     sono verboso, ma quante cose sento di dover condividere con il mondo, e soprattutto perché non capisco che sono puttanate che se interessano poco a me figurarsi agli altri… ecco, comincio a diventare sempre (sempre) più muto, uff… sbuff…

·     quindi concludo: sono il tipico stronzettino snob (dimenticando che gli stronzetti snob sono tuto ciò che ho sempre odiato) che prende in mano la chitarra e suona magari James Blunt e se ne vergogna, e sono lo stronzettino snob che cerca il gruppo rock di tendenza, fuori dal coro (ed invece è solo: dentro ad un coro diverso) giusto per sentirmi una spanna sopra gli altri, è che in quella spanna sopra ci sono tutti… tutti… e ci guardiamo compiaciuti strizzandoci l’occhio ripetendo “noi sì che la sappiamo lunga, noi sì che ce ne intendiamo, altro che gli altri” ma chi sono questi altri?  E così per un anno distorco la vecchia chitarra hamer (oggi sostituita dalla Ibanez, perché in fondo un minimo rock figlio di troia lo sono rimasto e magari spero che questo mi salverà, e mi salverà la mia voglia di ridere) per suonare a ripetizione gli Yeah Yeah Yeahs, di cui posto la canzone (in tema) “Down Boy”. Il calcio però mi ha proprio rotto le palle e piuttosto che andare ad ululare in faccia all’amico di turno (mentre in sottofondo ci sono gli europei gracchiati dal telecronista rai incompetente di turno) che la Juve ha rubato (ma de ché? Al massimo noi stupidamente rubiamo a noi stessi gli anni migliori per star dietro a puttanate varie), che adesso l’Inter ruba, che il Milan è fuori dalla Champion e chissà chi lo comprerà Ronaldinho. Lo compro io per farmi tagliare il prato del giardino di casa! Dicevo, piuttosto che sudare su ste stronzate me ne sto qui, a elucubrare ciarpame da stirare in un post. Bello lo schermo del computer, bella tonalità di bianco… sono fuori forma nel corteggiamento, ti andrebbe ti tagliarla corta e di baciarmi schermo? Adesso mi tocca pure rileggere sta roba per correggerla… per carità…

Si vede che ieri sera non avevo corretto il post? Manco mi ero accorto che il video non partiva. Perciò se qualcuno è rimasto con la voglia di sapere (eh, non abbiamo dormito ‘sta notte) che cacchio per un anno ho suonato, metto sotto il link

Yeah Yeah Yeahs Down Boy

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Ieri, sul tardi, sono riuscito a trovare dieci minuti per andare a fare un po’ di jogging. Come da due mesi a questa parte a metà il tendine del ginocchio sinistro mi ha mollato “caro, io vado avanti, ti aspetto a casa!” e così ho dovuto passeggiare. Dietro a me sono arrivati due ragazzini, 15 max16 anni, un lui e lei (fidanzati) più staccato l’amico di lui, si teneva alla larga con la testa bassa. Io procedo a passo lemme e loro in breve mi raggiungono. Non avrei mai creduto che in una ragazzina così carina e magrolina fosse concentrato un simile vocabolario di parolacce. Ce l’ha con lui colpevole di averla lasciata indietro per fare il figo – il maratoneta da olimpiadi – con l’amico. Non è questo il modo per impressionarla, al massimo la fai incazzare. Povero cucciolo, nel rapporto si muove ancora a tentoni. Vorrei dirgli: consolati, sarà così per il resto della vita, comunque prendi appunti che ti servirà per il futuro. Passata la prima sfuriata lui prova ad abbozzare un “ma io pensavo…”

“eh, sì, tu pensi, certo, tu pensi sempre, eccome se pensi…” e giù la seconda ondata. Attenzione però, lei non usava un tono esasperatamente aggressivo, non so se per istinto o per esperienza (esperienza che lui immediatamente farà di come girano certe dinamiche nel rapporto di coppia, come interpretare certe situazioni e certi toni di voce) lei aveva impostato quel tono querulo un po’ supplichevole grazie al quale ti può dire tutto ciò che vuole (nello specifico anche parolacce ed improperi) e tu, invece di contrattaccare, ti senti maledettamente in colpa per averla fatta sentire così male, per averla egoisticamente ferita e ridotta in quello stato pietoso prossimo alle lacrime, e va a finire che ti convinci di essere il peggiore uomo venuto sulla terra dopo Hitler.  Occhio alla finezza che avvalora ciò che dico. Lei: “certo, sono la tua vergogna non è vero? Sono una vergogna perché non riesco a correre veloce come vorresti… vaffa di qua vaffa di là” deve affinare la tecnica ma la ragazzina ci sa fare

“ma no, io ti avevo visto che eri rimasta indietro…” mica lo lascia finire, riparte subito all’attacco dopo che lui ha buttato lì un massimo di cinque parole, che servono a lei solo per avere nuovo materiale con cui continuare la sfuriata

“certo, quella povera scema indietro ero io, spero bene che tu mi abbia visto, però non hai rallentato bla bla bla”

“ma io pensavo di fare una corsa…” ma ti pare il caso di insistere ragazzo, anche se la tua voce ha un tono profondamente contrito con te non funziona

“ah, perché io invece che cosa credevi che fossi venuta a fare? Solo che non ce la faccio, io, a correre come voi, faccio schifo, sono una vergogna, dai, dillo che ti vergogni di me”. L’alterco, o meglio il monologo, prosegue su questo tono ed ogni tanto (e mi si gela il sangue se penso alla mia di esperienza) lei mette dentro il “no! Basta!” una pietra tombale che chiude ogni conversazione, cioè, tu non sei autorizzato a parlare ma lei ne ha di cose da dire sul tuo conto, e ci tiene che tu le sappia tutte. Lei poi imposta una scena madre sedendosi sul ciglio della strada, ma io mi allontano e non so come vada a finire.

 

Quanto materiale, che background di esperienza per lui se ha fatto attenzione a ciò che è successo (lei invece ne sa già una pagina più del libro); ad esempio, teorizzo ma credo sia andata così: se lei ti chiede di andare a correre tu metti in preventivo di non andare realmente a “correre”, la accompagni fuori, segui il suo ritmo, ci chiacchieri, ma soprattutto non inviti il tuo amico (è chiaro che l’abbia invitato lui, e lei avrà sbuffato perché la corsa è solo un pretesto per stare un po’ insieme tu e lei, ed è altrettanto chiaro che lei aspettava l’occasione per fargliela pagare e lui gliel’ha servita su di un piatto d’argento) ma se anche lo inviti, in ogni caso, ti concentri su di lei, se all’amico va bene buona, se no cavoli suoi.

 

Mi hanno fatto venire in mente un cartone che ho visto un po’ di tempo fa (chiaramente la loro era una situazione da cartone) “le situazioni di lui e lei” (Kare Kano), che mi colpì perché in una puntata, quando lui e lei fanno per la prima volta all’ammmore, il momento era sottolineato da una variazione su di un preludio di Bach che era qualcosa di spettacolare. Ma perché noi in Italia che siamo il paese dell’arte, della cultura, della musica bla bla bla non abbiamo la stessa sensibilità musicale (e la stessa creatività) quando imbastiamo una fiction o un film?

 

 

MI piaceva anche la sigla finale, 30 secondi che mi mettevano di buonumore

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Il titolo, tradotto, sta a significare: è peggio la toppa dello strappo che dovrebbe nascondere.

All’inizio fu Shin Natsume del manga “Inferno e paradiso” (Tenjho Tenge)

Ma, dovendo ridimensionare l’immagine e volendo faci stare dentro il volto del personaggio e i Kanji (ideogrammi) a sinistra, l’immagine veniva troppo piccola, perciò incomprensibile (come Monia mi fece notare, ed aveva ragione). Lo cambio.

Da Chissene nessun problema, ho proprio ciò che mi rappresenta (o almeno rappresenta il mio becero passato che, se non rinnego, comunque non intendo reiterare) ecco l’anticristo di Luca Signorelli: quel demone che suggerisce all’anticristo di dire tutto ciò che non dovrebbe, io l’ho conosciuto… sì fratelli io ero suo schiavo, ma ora ho visto la luce… ho visto la luce…

Benissimo da Chissene, ma in WordPress non mi andava di girare con quel coso che magari può pure sembrare vagamente inquietante. Che ci metto? Non lo so, intanto un dettaglio della carpa koi che mi sono fatto tatuare sul braccio, è qualcosa di più o meno unico e personale… ma in fondo so che mica si capisce cos’è, ed io vorrei qualcosa che mi rappresentasse in modo chiaro: 

Che cavolo posso metterci? Ecco la pensata geniale: “la caduta degli angeli ribelli” è una tematica che mi affascina, e il dipinto di Ensor che la rappresenta è in fondo forme sfumate, colori…

sì, sta fresco cocco, ottima scelta per incasinare ancora di più l’avatar… crea quel vedo e non vedo che poi uno non può non chiederti “ma che roba è?” Ok, penserò a qualcos’altro… qualcosa che davvero mi convinca al 100%… senza cedere alla disperazione di: “ma cosa devo mettere, un primo piano di Amedeo Minghi?”.

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Dato che per quest’anno l’estate la possiamo dare per dispersa (non che la cosa in assoluto mi dispiaccia), mi è tornata alla memoria un’estate di tanto tempo fa, quand’ero ragazzino, non avevo la patente ed i cd non esistevano ancora.

 

Niente patente, per cui con gli amici si andava al mare al Lido di Venezia, la spiaggia più facilmente raggiungibile. Arrivavamo a Venezia in autobus o in treno, poi a piedi fino a piazza S. Marco e lì si prendeva la motonave per il Lido. Durante il tragitto fino a piazza S. Marco gli scherzi più gettonati erano: appena si arrivava all’imboccatura di un campo o di un campiello, qualcuno calciava un pallone di cuoio da calcio altissimo (a campanile) con un’inclinazione tale per cui il pallone sarebbe poi atterrato al centro del campo, quindi entravamo in gruppo nel campo, si camminava come se niente fosse e quando il pallone ricadeva producendo un tonfo sordo che alterava la quiete veneziana, spaventando la gente, noi ridacchiavamo. Oppure c’era la variante: all’interno di un campo uno del gruppo guardava verso l’alto, indicava con il dito il cielo e poi gridava “occhio, occhio” scappavamo tutti in direzioni diverse e i turisti impauriti facevano altrettanto. Ci divertivamo così, eravamo ragazzetti. 8)

 

Ma la cosa che di quell’estate mi è rimasta impressa è una ragazza del gruppo che, amando talmente tanto la canzone degli Snap “Rhythm is a dancer” (che ho messo sotto), l’aveva registrata a ripetizione occupando un’intera audio-cassetta (già, non esistevano ancora i cd), e poi ce la faceva sentire senza sosta in uno di quegli stero portatili tipo quello che aveva Radio Raim personaggio di “Fa la cosa giusta” di Spike Lee. Che la prima volta ti piace, la seconda è il bis, la terza ok, la quarta è “ancora?”, la quinta i primi sbuffi e dalla sesta in poi ti viene il latte alle ginocchia. Eravamo ragazzetti, ci divertivamo così…

 

Tornando con la memoria ancor più in là nel tempo: ogni tanto in tv vedo la pubblicità di “vuoi conoscere la compatibilità tra te e il tuo lui? Manda un sms con scritti i vostri nomi e i segni zodiacali e ci pensiamo noi!”. Oltre ai cd, quand’ero bambino, non esistevano neppure i cellulari, noi avevamo un metodo più pratico, economicamente meno dispendioso e altrettanto efficace 😉

 

Funziona così (credo, ma poi mi è venuto un dubbio): si scrivono i nomi dei due innamorati. Sotto si piazza la parola LOVE e si comincia a calcolare, basandosi sui due nomi, quante L-O-V-E ci sono, quindi si prendono le due cifre iniziali e si sommano alle due finali, risultato: la percentuale che calcola o la possibilità di finire insieme se non si è fidanzati, oppure la compatibilità dei due se già fanno coppia.

 

Facciamo un esempio con due nomi fittizi, risulterà più chiaro: Davide Materazzi e Claudia Morelli

L=  in tutto ce ne sono 3

O= 1

V= 1

E= 3

Bene: LO= 31 più VE= 13 dà un totale di 44% …

 

Mi è venuto il dubbio però che ci fosse qualche tipo di bonus che ho ormai dimenticato (ad esempio se non c’erano v non si scriveva 0 ma 1, boh), perché calcolando la cosa sui nomi di mio padre e mia madre che ricordavo raggiungessero una percentuale altissima (attorno al 90 e rotti), mi dà solo (si fa per dire) il 75%. Dite, qualcuno di voi conosce questo giochino creti-nino? Che cosa mi sono dimenticato?  

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Aveva cominciato con l’irritare mio padre che, vedendolo bagnato, gli aveva detto con interesse: “Ma, Bloch, che tempo fa dunque? Ha piovuto? Non capisco, il barometro segnava bellissimo tempo”.

Non aveva avuto che questa risposta “Monsieur, non posso assolutamente dirvi se ha piovuto. Io vivo così decisamente fuori dalle contingenze fisiche che i miei sensi non si prendono la pena di notificarmele”.

“Ma, mio povero ragazzo, il tuo amico è completamente idiota” mi aveva detto mio padre quando Bloch se ne era andato “Come? Non può nemmeno dirmi che tempo fa? Ma non c’è niente di più interessante. È un imbecille” [M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto – Dalla parte di Swann]

 

Quando questa mattina, tirando su la tapparella, ho visto passare davanti alla mia finestra un simpatico vecchietto su di una barca di legno che trasportava un certo numero di animali, mi sono detto: starò ancora dormendo. Quando poco dopo un amico è passato davanti alla stessa finestra (ed io abito al primo piano) con il gommone e salutandomi mi fa: “che ben, non occorre più andare a Jesolo, il mare ce lo abbiamo qui” (il mare sì, è la spiaggia che non si vede) mi sono detto che: va ben la pioggia, ma adesso si esagera. Intanto tiro fuori la canna da pesca, che non si sa mai che riesca a risolvere il problema della cena. Il ragionier Filini “ma come Fantozzi, non ha mai sentito parlare del pesce ratto? Lo si può cucinare in diversi modi, ad esempio io vado ghiotto per la grigliata di pesce ratto” a dire il vero non ricordo se la battuta la faccia Filini o lo stesso Fantozzi, ma che importa? Ciò che importa è che temo si faccia questa fine: apocalittico mondo sommerso dalle acque… Conan di Miyazaki

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Ho sempre mantenuto un atteggiamento netto, risoluto, nei confronti del tradimento: “Se lei mi tradisce è finita!”. Nell’imbastire un rapporto questo è stato per me il caposaldo attorno a cui costruire tutto il resto, puntellando le fondamenta della relazione su fedeltà e fiducia. E su questo non ci piove, restano principi validi ed inderogabili.

 

Io non so se sono mai stato tradito, se diamo retta alla statistica che ho riportato nel precedente post, secondo cui il 41% delle donne ha ammesso di aver tradito o di tradire il partner (perciò quasi una su due), probabilmente ci caso dentro. Dicevo, non so se sono stato tradito, so però come avrei reagito: “è finita”. Ma il modo in cui noi reagiamo di fronte ad un evento che coinvolge la sfera emotiva dipende da due fattori:

  • l’esperienza, ossia bisogna provare per capire, razionalizzare a mente fredda “io farei così, io farei colà” non funziona;
  • il tempo, con ciò intendo che io cresco, io muto e con me muta l’idea che ho del mondo, della morale, del rapporto di coppia, di me stesso, ecc.;

Io all’esperienza non posso attingere, ma in me agisce il tempo. Se una volta sarei stato categorico “addio cocca”, riconsiderando la cosa adesso mi è venuto da pensare che, forse, io ero così sicuro perché in fondo non ho mai amato veramente qualcuna, e quando è successo ero troppo giovane per capire la fortuna che mi era capitata a tiro, perciò se lei mi avesse tradito avrei mandato tutto in malora più per inesperienza (e paura, quanta paura spesso in un rapporto, ma forse funziona così solo per me) che per tacitare il mio ego mortificato dall’infedeltà.

 

Parlo di un unico tradimento, non di una pratica reiterata (in quel caso non c’è problema a scaricare la fedifraga). Mi chiedo se avendo trovato la persona giusta, l’amore con la A maiuscola, uno possa decidere di rinunciare a tutto in modo drastico “è finita!”. Senza chiedersi il perché, senza cercare di capire. In più: oltre alla mortificazione personale, quanto conta il giudizio degli altri, quanto conta il giudizio della “società” che riconosce indistintamente il tradimento come categoria asettica uguale per tutti, e per tutti un male terribile e chi se ne macchia deve essere bandito da me? Tutto ciò ci porta a reagire più come vogliono “loro”, che non come desidereremmo noi? Io la amo però… magari è la persona giusta… e se non mi capitasse più di incontrare una come lei? “Amico, le donne sono come gli autobus, aspetta alla fermata e prima o poi ne passa una. Ma quale persona giusta, se ti ha tradito non può essere la persona giusta” ma se lo fosse? “sì, la persona giusta per un cretino quale tu sei, fate proprio una bella coppia. E poi ricorda che se qualcuno tradisce una volta lo farà ancora!” È davvero così automatico? È solo una questione di tempo e poi scatterà la seconda volta?

 

Nell’amore non conto solo io, contiamo noi, certo, preservando le differenze (diversità di vedute, gusti, interessi arricchiscono il rapporto), rispettando la singola identità personale, i bisogni e le aspirazioni dell’altro, altrimenti il rapporto è sopraffazione. E se io accantonassi la ferita del tradimento subito, dato che quella ferita coinvolge prevalentemente il mio ego, io, per salvare il noi? Vivere un rapporto speciale significa creare una dimensione in cui esistiamo solo noi due, e il resto del mondo è il casino che ci lasciamo alle spalle quando chiudiamo la porta di casa. Io e te, un rapporto esclusivo di gratificante intimità emotiva: riconoscersi nell’altro, appoggiarsi all’altro ecc. Tale fiducia ci porta ad essere più vulnerabili perché ci affidiamo al partner: condivido con te la mia parte più autentica, quella che gli altri non vedono perché io ho deciso di non mostrargliela (ci sono dei lati di noi che solo il partner conosce). Questa per me è la sintesi del rapporto perfetto, ed è questo che fa scattare la molla del “ti lascio qui ed ora, stronza”, perché c’è la spiacevole sensazione che quella parte autentica e vulnerabile di me che diventa noi, lei l’abbia condivisa con il suo amante. Lei non ha posto l’amante in mezzo a noi due, lei ha regalato e condiviso con l’amante la parte più autentica di me. Così facendo si spezza quel noi, si allarga tirando dentro quel mondo che fino a poco prima avevamo lasciato fuori di casa. Ma non è più possibile ricomporre il noi? E che ne so. Boh.

 

Infatti, alla fine, io ho più domande che risposte, non so come reagirei, so però che proverei a rifletterci per benino, come so che l’infedeltà, comunque, non è qualcosa da tollerare (di sicuro la seconda volta scatta l’“addio bella”). Il mio non è un atteggiamento passivo o rinunciatario. È proprio il non voler rinunciare ad un rapporto importante che mi porta ad interrogarmi.

 

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