Sto aspettando la nuova macchina fotografica che ho ordinato con mio padre, così, perché mi è sempre piaciuta la fotografia ed ho deciso di dedicarmici. Mi piaccerebbe fare prevalentemente ritratti in bianco e nero (o scorci vuoti di città, una come si deve, non la mia). Così, mentre trafficavo con la vecchia macchina fotografica scattandomi alcune foto, mi sono reso conto per la prima volta di quella che per molti forse è una banalità, ma a cui io non ero ancora arrivato, ossia che un’immagine altra da me (anche se rappresenta me), fuori da me, svela particolari di me che io non conoscevo. Non mi riferisco a particolari che per ovvi motivi sono preclusi alla mia vista, ad esempio il mio retro (verrebbe voglia di dare a ’sto tizio una bella sberla sulla nuca, di quelle con lo schiocco :D vero? No, me stesso, stai tranquillo che se solo avessi la bocca sulle orecchie te lo bacerei quel collo… sbang! L’ho detto solo per distrarlo/mi mentre gli/mi tiravo la sberla, è proprio una goduria):

Non particolari a cui non ho mai fatto caso, o davo per scontati perché la familiarità che presuppone il fatto che io, da quando sono nato, allo spechio veda questa faccia me li ha fatti trascurare. No,  proprio particolari di cui ignoravo l’esistenza (la loro che pare estranea alla mia, soprattutto se per così tanto tempo siamo riusciti ad ignorarci) cose che non avevo mai visto prima. Mi riferisco ad esempio (la scoperta più sconvolgente) alle mie ciglia (ammesso che possa scrivere mie), non avevo mai visto in realtà quale fosse la loro forma, quali le loro dimensioni, come si allunghino, come si cerchino, come si leghino, come puntino leggermente verso l’alto come se cercassero qualcosa, magari una via di fuga, quanto siano lunghe. Beh, va a finire che se prese fuori dal contesto “faccia del Taglia” quelle sono pure ciglia di cui potrei innamorarmi. Roba da ricovero immediato? Probabile.

    

Se confronto le foto con l’immagine delle mie ciglia che avevo costruito nella mia testa, non ci capisco più niente perché mi sembra che quelle non siano mie, non siano da sempre attaccate ai miei occhi. Quello sono io? 

Perché questa curiosità verso di me? Sarà perché da anni non mi facevo più fotografare (e chi ti credi d’essere Mina?). O forse perché non riesco più a scrivere, dopo anni di furore adesso non scrivo e siccome scrivere, in parte (solo in parte), era rappresentazione di me, adesso cerco delle forme meno complicate della scrittura, meno impegnative, per guardarmi in faccia. Sono arrivato al capolinea? Non ho più un cacchio da dire? Storie da raccontare? Ma magari quelle tecnicamente non le ho mai avute. Si sta sfilacciando il legame tra me e tutto ciò che nella mia vita contava? Si sta smorzando il sacro fuoco che mi ha visto studiare e scrivere, studiare e scrivere, studiare e scrivere? Magari sto solo tirando il fiato? No, è che proprio non me ne frega più niente. Non ci riesco, sbuffo, butto giù qualcosa saltuariamente, già, magari qualcosa di simpatico, io però non ho mai scritto roba simpatica, magari buona per essere pubblicata, ma che mi lascia profondamente insoddisfatto. Sto cambiando? Ancora? Perché comincerei ad averne le palle piene. Và che le foto adesso rappresentano un’immagine cristallizzata di tutto ciò che non sono e non sono mai stato, mmh, bello (non io la cosa in sé).

I write messages on money.

It’s my own form of social protest.

A letter printed on paper that no one will destroy,

passed indiscriminately across race, class and gender line

and written in the blood that keeps the beast alive.

I hope that someone will find my message one day when they really need it.

Leggendo le “mirabolanti avventure di Fede” mi sono reso conto che in fondo ciò che si dice dalle mie parti ha un fondo di verità, ossia “Tutto el mondo xe paese (forché Gaggio, Marcon e Dese)” (se occorresse la traduzione: tutto il mondo è paese), quindi si vivono invariabilemnte le stesse esperienze, stesse dinamiche, stesse cazzo di domande, stessi discorsi che paiono usciti da un registratore. Non si discute, in realtà si preme il tasto play, il tasto dell’abitudine. Fateci caso, sentirete persino che il tono di voce del vostro interlocutore ha un sottofondo metallico (routine, noia, cattiveria). Ed allora quando ti rendi conto di non essere l’unico, ti domandi se in fondo tu non viva in un piccolo-piccolo acquario (alla faccia dell’universo sconfinato) popolato di tanti identici pesciolini; o magari in uno di quei souvenir fatti a sfera di vetro che quando la agiti si scatena una tormenta di neve schifosamente artificiale, finta, fake (esiste qualcosa di peggio?). Dentro quella sfera che è il nostro mondo, il nostro fossilizzato orizzonte,  il paesaggio può cambiare (Colosseo, gondoleta, Duomo) ma la neve è sempre la stessa, l’ipocrisia è la stessa, le conversazioni sempre le stesse. Ecco perché ciò che viviamo, ciò che accade attorno a noi e soprattutto ciò che ci sentiamo dire è una sorta di universale (merdosa) recita in cui o interpreti il ruolo che ti è stato assegnato, o comunque non ne esci, perché a piantare nelle orecchie del proprio interlocutore un vaffanculo liberatorio, un: sono cazzi miei! Si complica la cosa ed una conversazione di routine (un atto breve seppure fastidioso e fasullo) si trasforma in una tragedia di Ibsen in dodicimila atti, con tanto di infinite repliche e cast che si allarga a dismisura, tipo i genitori: “ma perché hai risposto così! Ma sei stanco, ti serve una vacanza. Sì, ti serve una vacanza” mi basterebbe che in generale chi mi sta intorno si facesse una spaghettata di cazzi propri. Ma d’altronde non è possibile, viviamo in uno spazio troppo ristretto per ignorarci, e l’essere umano non è dotato di misura e pudore per capire che ogni tanto puoi anche annusarmi le ascelle, solo che alla lunga diventa fastidioso.

Tutta ’sta introduzione per dire che parenti ed amici di famiglia invariabilmente (non importa a che latitudine tu viva) ripeteranno sempre le stesse domande, non c’è scampo. Ecco la sequenza:

Se non sei fidanzato: “e sei fidanzato? E la morosa ce l’hai? E perché non hai la morosa?”

Se hai la morosa: “e quando vi sposate? Perché vi sposate, vero? Sì, ma quando?”

Se sei sposato: “quando ci farete un bel nipotino? E quando ce lo farete? E quando lo vedremo sgambettare per casa?”

E se sei sposato e hai figli: “e perché non ci venite a trovare più spesso?” 8O

Insomma, non c’è via di fuga, tappi una falla e se ne apre un’altra. Il vecchio Taglia (ancora fermo alla numero uno) ha elaborato un sistema di straniamento zen: il mio corpo è lì, la mia faccia è impostata sull’opzione paraculo di ”Dio, non ho mai fatto una conversazione più interessante! Ma siete dei grandi” la mia bocca partorisce qualche pre-registrata, pre-digerita risposta accompagnata da un sorriso di circostanza; ma in realtà quello è solo un involucro vuoto, il Taglia ha appeso sul cervello il cartello torno subito ed ha attaccato in sottofondo un motivetto del genere Yeah Yeah Yeahs “Turn into” tipo: attenda in linea prego (giusto per non farsi incancrenire il cervello da domande tanto inutili quanto idiote, reiterate all’infinito e poi all’infinito e quindi ancora e ancora e ancora e vaffanculo).

 

Nei seguenti 7 problemi, per chiarezza d’esposizione, il soggetto A talvolta ha attributi maschili o femminili, in realtà il soggetto A può indifferentemente essere maschio o femmina (se non diversamente detto).

  1. Il paradosso di Giano Bifronte: il soggetto A, Andrea, ama una ragazza (ragazza 1) ma non pensa di essere alla sua altezza, non crede d’essere ciò che lei merita, ciò di cui lei avrebbe bisogno. Perciò decide di lasciar perdere, non tentare. D’altra parte però il soggetto A Andrea non riesce a concentrarsi sulle altre ragazze, è bloccato perché innamorato della ragazza 1. Vive in una situazione di stallo. Cosa dovrebbe fare?
  2. Le figlie di Maria son le prime a darla via (ma non sempre): il soggetto A, Costantino, frequenta una ragazza che vuole arrivare vergine al matrimonio. Lui preferirebbe rodare la coppia anche da quel punto di vista prima del grande passo. Cosa deve fare? Rispettare la scelta della sua compagna, forzare la relazione, cambiare aria (non in senso fisiologico che già fa caldo, se ci metti pure i miasmi, addio)?
  3. Non so cosa mangerò per cena ma ti pare che possa pianificre la mia vita? Il soggetto A, Luisa, frequanta un ragazzo che le piace molto, l’unico che l’abbia mai fatta sentire speciale, l’unico a cui abbia mai sentito di voler dire sinceramente: ti amo. Lei pensa ad un progetto concreto di vita, ossia matrimonio e figli, lui piuttosto si prenderebbe a martellate gli alluci (o quell’unico alluce lì). Cosa dovrebbe fare il soggetto A Luisa? Prenderlo a martellate sull’alluce? Vi ho bruciato una risposta, ma la sfinge è sfinge.
  4. Panettone o pandoro, stavolta tocca scegliere: il soggetto A, Martina, frequenta due ragazzi: ragazzo 1 ha uno splendido fisico, addominali scolpiti, dei begli occhi, ma è un tipo mortalmente noioso; ragazzo 2 non è proprio ’ste sette meraviglie di bellezza, però ha una conversazione brillante e la fa ridere. Chi dovrebbe scegliere il soggetta A Martina? Ah, in fatto di pecunia (perché qualcuno potrebbe dire: scelga quello dei due che ha più grana!) sono forniti allo stesso modo. In fatto di attributi genitali, in quel caso io preferisco non indagare, se vi interessano i pacchi rivolgetevi a Luca Giurato.
  5. Antinomia metafisica: soggetto A (solo ed esclusivamente una ragazza) “tu mi hai ridato qualcosa che pensavo di aver perso per sempre”; ragazzo 1 tipo disilluso o pratico ”cosa, la verginità?”, “no, scemo, la speranza!”, “era meglio la verginità”. Verginità o speranza?
  6. T’amo pio bove… muuuu, in tema bucolico: meglio un uovo oggi o una gallina domani? Il soggetto A, Mirello, si è innamorato di un’amica che frequenta ormai da secoli, e lei in tal senso pare ricettiva, insomma, non le dispiacerebbe. Il soggetto A Mirello però è combattuto: meglio un’amicizia che duri per sempre, o una relazione che può anche bruscamente interrompersi? Meglio averla vicina sempre come amica, o meglio godere della caducità del rapporto e poi ognuno per la sua strada? Non funziona: prima amanti poi amici, prima la passione poi restiamo insieme e la passione si trasforma in amicizia, questa non è una puntata dei Cesaroni!
  7. Scetticismo, dal greco sképsis ossia dubbio: soggetto A (solo ed esclusivamente uomo) se lei tutte le sere ha mal di testa: dovrebbe farsi vedere da uno specialista; non è che prima di bere l’ultima tazza di caffè si infila il cucchiaino nell’occhio? E’ comodo il cuscino? Fa un lavoro pesante o è stressata? Se ad ogni domanda corrisponde risposta negativa, beh, caro soggetto A vuol dire che se la tromba qualcun altro al posto tuo. E’ venuto a te a desso il mal di testa? Guarda che a sbatterla contoro il muro non risolvi niente, se ti fossi sbattuto lei con un po’ più di passione magari… cosa dovrebbe fare il soggetto A?

Extra: la sfinge Taglia dice (riciclando Epimenide): io, in quanto uomo, affermo che tutti gli uomini mentono. Sta dicendo la verità o mente?

“Eternal sunshine of the spotless mind”: mi piace la storia di questo film (come ho già avuto modo di dire), ma mi piace anche l’impatto visivo (ed emotivo) che hanno le immagini, i colori, il modo di concepire le diverse scene, di presentarle trasfigurandole in un clima magico, dove l’uso del colore (talvolta solo un colore dominante sfumato nei suoi diversi toni, ed il resto è contorno per rendere più credbile ed evidente il colore principale) è decisivo per creare quella mescolanza ibrida tra mondo onirico e realtà (ricordo e presenza), facendo intersecare le due dimensioni, facendone sfumare i confini proprio come sfumano i colori

E poi c’è questo: “Lost in traslation” e alcune sfumature del blu di Tokyo, il blu che cola dai neon, il blu che permea la città nei giorni di pioggia in giugno (Shinya Tsukamoto e il suo “Snake of june”), il blu che colora di un’inedita tonalità l’alba ed il tramonto di Tokyo trasformandola in una città annegata nel cielo

E quanto mi piacciono i contrasti ombra-luce di ascendenza rembrantiana de “I Duellanti” di Ridley Scott.

Quante volte leggendo un libro (almeno per chi legge molto) abbiamo avuto l’impressione che si stesse parlando di noi, o che almeno noi si abbia dei tratti caratteristici comuni, singolarmente, piacevolmente, dolorosamente comuni, con il personaggio rappresentato?

 

Mi è capitato con il libro che ho concluso da poco “E quel che resta è per te” scritto da Xu Xing, Edizioni Nottetempo. Poco tempo fa, circa la mia vita in rapporto a come essa si sia modificata di recente, una persona che mi conosce bene mi ha detto “sapevo che non sarebbe durata, non faceva per te, perché tu sei uno che prende le cose troppo sul serio, e quello non è un ambiente in cui per resistere si debbano fare le cose sul serio”. Vero, dovrei magari imparare ad adeguarmi, non che io non lo sappia fare, in generale ho sufficiente faccia di bronzo ed una spiccata attitudine al paraculismo, però non ci riesco quando qualcosa mi interessa davvero, quando quella cosa è il nucleo attorno a cui mi piacerebbe ruotasse la mia vita: arte e amore. E così, direttamente da “E quel che resta è per te” ecco cosa dice il protagonista:

 

Spesso mi è stato consigliato di adeguarmi, ma adeguarmi a cosa? E comunque lo scopo ultimo dell’adeguamento è il cambiamento e io vivo benissimo così, non vedo il bisogno di adeguarmi. Se anche sono un porco, non ho voglia di diventare uomo.

 

Ma non è finita, ultimamente sono sempre più così:

 

Soltanto io in fondo so di essere un fottuto imbroglione, il profondo scarto che esiste tra ciò che sento e ciò che lascio trasparire lo conosco solo io. […] Con Hanyu andò avanti così per un bel pezzo; io che ogni giorno le riempivo le orecchie di simili balordaggini, fingendo di sapere cosa stavo dicendo, e la poveretta che si sforzava di seguire il percorso contorto dei miei pensieri, fingendo di sapere cosa stavo pensando.

 

Il Taglia, cacato e sputato! Ho sempre avuto la capacità di trasformare la mia vita in letteratura, senza volerlo, chiaro, in questo sono davvero bravo, questa è l’unica capacità che mi caratterizza, e che non mi serve a niente e che forse alla fine è pure dannosa. Pace. Il profondo scarto che c’è tra ciò che sento e ciò che lascio trasparire lo conosco solo io… forse…

Ok, in fondo Chissene hai perfettamente ragione, ma che cazzo ho scritto, e soprattutto perché cazzo l’ho scritto? Misteri dell’afa? Forse perché venerdì notte sono tornato tardi e sabato avevo sonno? Perché prendo certe cose sul serio (ciò significa che mi piace scherzare e parlare di certe cose solo se lo si fa intelligentemente?) Probabile. Ha senso tutto ciò? No.

Questo post è momentaneamete chiuso per ferie

H-Blockx “little girl”

È importante che io faccia una premessa, dato che intendo scrivere seriamente questo post. Nonostante entrambi i miei genitori siano musicisti, io non ho mai studiato musica, non ne conosco gli aspetti tecnico-formali. Quando da piccolo tutti mi chiedevano, considerando la formazione e gli interessi dei miei “e tu, bambino, cosa suoni?” mio padre mi aveva insegnato a rispondere “suono il campanello di casa quando mi dimentico le chiavi”. Se si considera che sono un chitarrista autodidatta pieno di vizi e difetti nel suonare, mi sa che mi va ancora bene se mi concentro su quel campanello di casa.

 

Puntualizzato questo, vorrei esprimere un parere non tecnico, ma basato prevalentemente sui miei gusti e sulla mia esperienza di ascoltatore, sugli XTREME ALCHEMY che presentano Giovanni Calderini alla chitarra (liuto, basso, tastiera) e Gabriele Bianco alla batteria (percussioni, basso, tastiera). Ecco il link per raggiungere la loro pagina in MySpace ed ascoltarli: XTREME ALCHEMY

 

Mi ha colpito la loro Idiot Concerto in C diesis e credo non possa essere altrimenti per chi come me è cresciuto ascoltando rock nelle sue diverse sfumature e che poi, scomparsa una seria e propositiva scena rock (almeno  a livello di mercato internazionale), è passato di necessità virtù al jazz. Ed in effetti il panorama interessante oggi sembra essere quello Fusion (che mescola tra gli altri rock e jazz, li fa convivere aumentando le potenzialità espressive e dell’uno e dell’altro) in cui molti musicisti rock si muovono con una foga ed una frenesia che tiene ben vivo lo spirito ed il sacro fuoco del rock. L’inizio di Idiot Concerto in C # è un potente richiamo a tutto ciò che per me la musica rock rappresenta ed ha rappresentato almeno in una sua fase (posso magari aggiungere una cazzata dicendo che in alcune sfumature mi è parso di cogliere anche un po’ il piglio di Brian May, e quanto di meglio sia stato suonato negli anni ottanta e variazioni da opera rock anni settanta, un imprintig, un clima, non certo pedissequa imitazione, ma capisco di muovermi un po’ a tentoni per cui la chiudo qui) ma il pezzo è una commistione interessantissima imbastita, credo, persino in modo ironico (mi dà l’idea che si tratti di uno di quei brani che danno ai musicisti un gran gusto nel suonarlo), un carnevale di istanze che sorprende piacevolmente. E poi c’è quella cesura, qual passaggio a ritmi sudamericani che dà più ampio respiro ed un tono più pacato ma altrettanto coinvolgente. A me sono sempre piaciuti gli stacchi netti (ma perfettamente calibrati e coerenti), forse perché gran parte della mia esperienza e della mia formazione è avvenuta nell’alveo del Trash Metal in cui è d’obbligo il frequente cambio di tempo e dove ci puoi trovare uno stacco tra dimensione incazzata e veloce ed una più dolce e melodica. Una perla nell’ostrica, l’inaspettato che ti prende. La chitarra è sempre puntale, è lì al momento giusto e ricama note nel modo giusto, che impatto! La batteria ad un certo punto crea quel doppio binario per cui da una parte c’è il tessuto generale della melodia e sotto la batteria che lavora (e ti ritrovi a battere le dita sul tavolo, è inevitabile) e le tue orecchie hanno l’imbarazzo della scelta, fortuna che il buon Dio ce ne ha fornite due (fortuna che la tecnologia ci permette di riascoltare a piacimento il brano). È perciò un pezzo che ti coinvolge non nella maniera becera di certo pop, ossi attraverso trappole di armonie preconfezionate, ma che ti impone piacevolmente un ascolto ricco di input ma comunque immediato, alla portata.

 

Giovanni è un chitarrista che riesce a tirar fuori un suono puro e cristallino dalla sua Ibanez (mi sembra almeno il sound tipicamente Ibanez) lasciando inalterata l’aggressività che c’è nel dna di questo tipo di chitarra, e così i toni incazzati come quelli più cupi, e se la si sa prendere per il manico la si può anche far strillare senza mai produrre un suono sguaiato. Giovanni ci sa fare (il suo approccio alla musica presenta un background mui ricco) non è quello che dalle mie parti si definirebbe “un sbrodegon” uno che nei passaggi veloci si mangia le note, o non sa trattare la chitarra, pare proprio che Giovanni e la Ibanez diano vita all’incontro di due anime affini. Chissà, io, che mi sono rincoglionito in questi anni (leggasi rammollito), aspetto di ascoltare Giovanni anche in versione “ballata”, per vedere in quella dimensione come dialoga con la sua Ibanez, che cosa le sa cavar fuori.

Non nel senso di “tu riesci ad interpretare i tuoi sogni?”, ma nel senso di: riesci proprio a leggere nei tuoi sogni? - Beh, Taglia, non sarebbe una cattiva idea: lavoro tutto il giorno e non ho mai cinque minuti da dedicare a me, specie alla lettura, se ci riuscissi mentre dormo non sarebbe male!- bon.

La questione è questa: tempo fa, leggendo un albo di Dylan Dog, trovai scritto che mentre sognamo non è possibile leggere, il cervello funziona in modo che se dovessimo trovare una frase scritta non riusciremmo a decriptarla. In questo modo, nell’albo, Dylan Dog capiva se si muoveva nella realtà o in una dimensione altra. Mi è rimasta impressa questa cosa e da allora, se mi capita qualcosa da leggere in un sogno, al risveglio faccio mente locale e provo a ricordare se effettivamente potevo leggere la frase oppure no. Per ora l’indagine empirico-scientifica è un po’ confusa. Mi è capitato ieri notte: un grande tabellone luminoso su cui appariva un messaggio per me. Nel sogno faticavo a riconoscere le lettere che apparivano come tanti geroglifici, alcune le componevo altre no, c’è da dire però che mentre il messaggio scorreva sul tabellone una persona me ne leggeva i contenuti, qualcosa del tipo: ci farebbe piacere conoscerti, ci farebbe piacere se venissi a trovarci ecc. Per cui più che costruire la parola forse la capivo in quanto mi veniva detta.

Però è anche vero che io ho avuto l’impressione, in alcuni sogni, di essere riuscito a leggere qualcosa quando se ne è presentata l’occasione; mentre in altri, come nell’ultimo, di non riuscirci. Boh.

Qualcuno sa dirmi qualcosa a riguardo? Voi riuscite a leggere nei vostri sogni? Qualcuno magari riesce anche a scrivere?

Mi sono informato: ecco, pare sia possibile leggere in quello che viene definito “sogno lucido” che presenta tutte le modalità sensoriali della veglia (seppure sia diverso dallo stato di veglia come è diverso dal sogno ordinario): modalità visiva, auditiva, gustativa, tattile, olfattiva, termica e dolorifica. Viene specificato che: è possibile anche leggere, solo che questa attività richiede un enorme sforzo di concentrazione. Ogni frase, ogni singola parola, viene tenuta nella sfera dell’attenzione con un grande sforzo di volontà, finché il senso di ciò che vi è scritto non è stato colto.

Se le cose stanno così: ma io non riesco a rilassarmi manco quando dormo?

Spero che questo post risollevi il tono generale dopo gli ultimi due: quello sul sesso nei blog e prima ancora quello su Giusy (ciò non toglie che la ragazza abbia un formidabile paio di gambe).

 

Se c’è qualcosa che a mio parere vale la pena di leggere è un breve intervento della pittrice Frida Kalho che parla del marito, l’artista Diego Rivera. Lo si può trovare in “Doppio ritratto, Frida Kahlo-Diego Rivera” inserito nella collana Gransasso delle Edizioni Nottetempo.

 

L’interveto si apre con: “Sento che dipingerò questo ritratto di Diego con i colori che non conosco: le parole” Frida mente, non so se ne sia consapevole, comunque non ha importanza. Ma forse è vero che non conosce le parole, sa come usarle però, altroché! La cosa che in fondo mi ha profondamente colpito è che il senso di ciò che scrive si piazza nell’empireo oltre le tante cretinate che si leggono in giro, sottoforma anche di libri stampati, sull’amore. C’è una disarmante, sconvolgete onestà nella rappresentazione di un sentimento che deriva da profonda e vissuta esperienza, niente balle, o abbellimenti, o sovrastrutture, o seghe: quella è, sintetizzando, vita in atto. Niente di stomachevole, niente di architettonicamente impostato, niente retorica, c’è Frida (e c’è Diego) allo stesso modo in cui la pittrice si rappresentava nelle sue tele, una forza espressiva (ancora: un’onestà) fuori dall’ordinario, una compenetrazione delle cose (e dei sentimenti) fuori dall’ordinario. Già, c’è Diego, ma io ho sentito anche Frida, specie all’inizio, poi nell’accalorata difesa di Diego la tensione tende a sfumare e si rientra in parametri più tradizionali, più cristallizzati, più alla portata.

 

“Non parlerò di Diego come di mio marito, perché sarebbe ridicolo, Diego non è mai stato né mai sarà marito di nessuno. Non ne parlerò neanche come di un amante, perché lui va oltre qualsiasi riduzione erotica, e se ne parlassi come di un figlio non farei altro che scrivere o dipingere la mia stessa emozione, farei un mio autoritratto e non quello di Diego” Frida riesce a mantenere l’equilibrio tra la rappresentazione di se stessa in rapporto a Diego, e l’immagine di Diego cercando di purgarla (faticosamente) da ciò che Frida vede e sente in Diego.

 

Fossi stato io il destinatario di quell’intervento, mi avrebbe annichilito. Cosa rispondere, cosa dire? Fondamentalmente niente, se hai un tantino di buon senso da capire che: primo, non è necessario rispondere; secondo, se tenti di farlo non solo svilisci te ma soprattutto lei. Si arriva ad una fase di stallo: ti amo anch’io ma non posso dirtelo. C’è una soluzione, un’unica strada percorribile, il silenzio, una sorta di morte, non organica, non fisiologica, ma morte: io Frida ti offro questo, lo stato ultimo, l’assoluto, quel silenzio che è fonte di rispetto e devozione e amore e profonda ammirazione. Frida mi hai stecchito!

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