“Eternal sunshine of the spotless mind”: mi piace la storia di questo film (come ho già avuto modo di dire), ma mi piace anche l’impatto visivo (ed emotivo) che hanno le immagini, i colori, il modo di concepire le diverse scene, di presentarle trasfigurandole in un clima magico, dove l’uso del colore (talvolta solo un colore dominante sfumato nei suoi diversi toni, ed il resto è contorno per rendere più credbile ed evidente il colore principale) è decisivo per creare quella mescolanza ibrida tra mondo onirico e realtà (ricordo e presenza), facendo intersecare le due dimensioni, facendone sfumare i confini proprio come sfumano i colori…
E poi c’è questo: “Lost in traslation” e alcune sfumature del blu di Tokyo, il blu che cola dai neon, il blu che permea la città nei giorni di pioggia in giugno (Shinya Tsukamoto e il suo “Snake of june”), il blu che colora di un’inedita tonalità l’alba ed il tramonto di Tokyo trasformandola in una città annegata nel cielo…
E quanto mi piacciono i contrasti ombra-luce di ascendenza rembrantiana de “I Duellanti” di Ridley Scott.
Nessuno considera mai, rappresentandola, che la morte possa essere una deliziosa ragazza bionda, magari con un sorriso appena distorto, un apostrofo nero, perché un tantino di nero ci vuole, chiaro, ma immediatamente dietro quella cicatrice scura una sensuale lingua rossa… sensuale abbandono, languido piacere nel sentire quella lingua che scava sulla tua pelle… rossa, sangue… dì, che sapore ho? Ancora quel sorriso, strati da staccare uno dopo l’atro, colri, luce ed ombra, bellezza… bellezza e simboli, segno… c’è un confine da valicare tra quegli strati? Una parola da pronunciare in silenzio? Un volto da riconoscere? Nulla vero? Nulla.
Capezzoli rosa. Roseo umore, imene. Rose gialle. Lillà violacei. Fiori di cachi. Seppellitemi in un mondo di bellezza. Al mio funerale sarò finalmente trattata come un essere umano? [Yasunari Kawabata"Immagini di cristallo"]
Rubo un meme ad Alessia, tanto semplice, quanto intrigante: indica il personaggio di un libro e un personaggio cinematografico di cui potresti innamorarti.
Non ho dubbi. Personaggio letterario è Cass del racconto “La donna più bella della città” scritto da Bukowski. Permettetemi la brutale franchezza ma Bukowski è uno scrittore che riesce, in alcuni ispirati casi, a farmelo diventare duro e contemporaneamente a commuovermi, e non è cosa facile. Facile per qualsiasi scrittore è ottenere l’una o l’altra separatamente, solo Bukowski e pochi altri (magari con diversi strumenti letterari, penso alle sublimi sospese trasparenze in sublimata calibratissima liricità di Kawabata e, tramite la lezione di questi, Mishima) riescono a far sì che due sensazioni antitetiche come quelle sopra esposte, possano convivere nell’animo del lettore senza che questi provi fastidio o ne rifiuti una con forza. Per me almeno funziona così, specie se penso a Cass. Eccola:
Cass era la più bella ragazza di tutta la città. Mezz’indiana aveva un corpo stranamente flessuoso, focoso era e come di serpente, con due occhi che proprio ci dicevano. Cass era fuoco fluido in movimento. Era come uno spirito incastrato in una forma che però non riusciva a contenerlo. I capelli neri e lunghi, capelli di seta, si muovevano ondeggiando e vorticando […] Lo spirito o alle stelle o giù ai calcagni. Non c’era via di mezzo per Cass. C’era anche chi diceva che era pazza. Gli imbecilli lo dicevano. Gli scemi non potevano capirla […]E Cass ballava e civettava […] quando si stava per venire al dunque, com’è come non è, Cass si eclissava, Cass aveva eluso gli uomini.
Le sorelle l’accusavano di sprecare la sua bellezza, di non fare buon uso del cervello. Ma Cass ne aveva da vendere di cervello e di spirito. Dipingeva, danzava, cantava, modellava la creta e quando qualcuno era ferito, mortificato nel corpo e nell’anima, Cass provava compassione per costui. […] Di solito Cass era gentile con quelli più brutti, i cosiddetti fusti non le dicevano niente “[…] tutta esteriorità e niente dentro”. La sua indole era affine alla pazzia; aveva un temperamento che certi chiamano pazzia.
Veniamo al personaggio cinematografico, anche qui pochi dubbi: Shirley MacLaine in “L’appartamento” di Billy Wilder con Jack Lemmon, come dice il Morandini: “è un film cinico, divertente, amarissimo. Ritratto della solitudine metropolitana” solitudine superata dall’incontro di due splendide anime gentili: l’ascensorista MacLaine e l’impiegato Lemmon.
Ho trovato questa citazione dal film (mi è venuta voglia di rivederlo): lo specchio è a pezzi – sì, lo so, mi piace così, mi ci vedo come mi sento.
Ieri sera faceva caldo (capita d’estate), ho deciso di guardare il film Into the Wild (non conoscevo la storia, non avevo letto nulla sul film, ci arrivavo vergine, credo sia la condizione migliore): l’Alaska, la neve, il freddo, viaggiare, il deserto, il grano, la polvere, viaggiare… mi è piaciuto, già, specie le tettine di Sonia la turista danese svalvolata. Ma che cacchio scrivi? Niente, che mi sono piaciute le tettine di Sonia, sì, perché della bellezza mozzafiato del paesaggio se ne saranno accorti in migliaia (c’erano tutti i colori dell’America, tutti… e c’erano anche uomini e donne, non persone, ma uomini e donne). E la regia? Ovvio, sì. La fotografia, che mi dici, ti è piaciuta quella? Altroché, a me come ad altre migliaia di persone. E la storia, il suo senso… Ma sì, ma sì, come ad altre migliaia di persone che poi avranno sbrodolato, psicanalizzato, dato prova di acutezza, incensato, idolatrato, moraleggiato-filosofeggiato, trovato tutto ciò che c’era compreso ciò che non c’era nel film e avranno buttato tutto nei loro blog (quanto inadeguate sono le parole, esse sono le vere responsabili della nostra insicurezza). Mi sa però che nessuno ha scritto o indugiato sulle tettine di Sonia. Come ti è sembrata la colonna sonora? Monumentale, mi sarebbe proprio piaciuto fare l’amore con Sonia e le sue tettine con in sottofondo quella colonna sonora, magari distesi in un prato del Midwest, circondati dal grano che cresce, dal rosso che cola dal sole ed indugia sulla pelle, è una bella sensazione, un insieme di belle sensazioni se ci pensi. E poi saremmo potuti andare ad ovest a bagnarci i piedi nell’oceano, l’acqua è fredda all’inizio, ti si sono induriti i capezzoli eh bellezza? Anche qui altra bella sensazione, roba che ti sconvolge le budella. Ok, la pianto, ma se cambio discorso casco in peggio perché si materializza l’ombra densa di Thoreau, abbiamo un conto in sospeso io e lui. Non ho mai letto Thoreau ed ultimamente me lo ritrovo dappertutto (citazioni ovunque a partire da Paul Auster), se ci penso credo sia più probabile che sarà lui, in una immediatamente prossima notte notte d’estate, a finire a letto con me più che Sonia. Già vecchio mio, io e te, una lotta, ma terrò duro, dico davvero, magari mi prenderò delle pause… e penserò a Sonia, alle sue tettine.
Quasi quasi alla fine del film pure mi commuovevo… il finale… per questo conviene arrivare vergini a questo film, altrimenti non ha senso… rischiavi di commuovertiper le tettine di Sonia? Cazzo, non ci crederai ma in realtà è da un pezzo che ho smesso di parlare delle tettine di Sonia.
Il regista (e qualche volta attore) americano Sydney Pollak, premio oscar per “La mia Africa”, è scomparso da qualche settimana. Tra i film da lui girati (lavoro il suo eterogeneo, storie diversissime) ci sono alcuni tra i miei film preferiti: Corvo rosso non avrai il mio scalpo, I tre giorni del Condor, Come eravamo (questo bisogna essere in vena per guardarlo), Tootsie. Ultimamente Pollak ha interpretato il ruolo del padre di Will nella sit-com Will and Grace.
Ricordo due citazioni da suoi film che mi sono rimaste impresse:
da “Come eravamo” : Robert Redford decide di interrompere la sua relazione con Barbara Streisand e le dice “tra di noi non può funzionare, tu sei una che pretende troppo” e lei riferendosi al partner di cui è ancora innamorata “sì, però guarda che cosa ho ottenuto”.
Poi Tootsie. L’attore interpretato da Dustin Hoffman, disperatamente alla fame ma talentuoso, che non trova lavoro (il suo agente è lo stesso Sydney Pollak) si traveste da donna e ottiene una parte in una famosa soap. L’amico e coinquilino Bill Murray gli ricorda che ingannando la gente, ingannando la fidanzata, e poi la collega di soap Jessica Lange di cui Hoffman si innamora, e il padre di lei che si è invaghito di Hoffman-donna, c’è il concreto rischio di finire all’inferno e Dustin Hoffman “io non credo nell’inferno, io credo nella disoccupazione”.
Che fine hanno fatto i bei vecchi film di una volta? Stasera ne riemerge uno dall’oblio, uno dei miei preferiti tra l’altro, un mercoledì da leoni (trasmesso da 7 gold): storia di un’amicizia che si forma, rinsalda, sfilaccia, patisce, ritorna, muta, attraverso la struggente parabola esistenziale di tre surfisti, attraverso malinconia, dolore e divertimento, e attraverso il rapporto complicato con il mare e la vita, considerando che il primo (per i surfisti) non è che metafora della seconda… che meravilgia…
Non mi ha mai creato particolari problemi fare la spesa al supermercato. Se posso, preferisco organizzarmi in modo da essere lì nel primo pomeriggio, così da evitare la ressa. Può capitare comunque di dover fare la coda alla cassa, ed è allora che penso a questa scena tratta dal film “Giovani, carini e disoccupati”.
E’ un bel modo di fare la spesa, un bel modo per ingannare l’attesa in coda… ci penso e mi viene da ridere, anche se io credo che in una situazione del genere reagirei come Ethan Hawke.
Esistono diversi modi per migliorare le proprie capacità di chitarrista come: velocità, coordinazione, pulizia, creatività, ma ce n’è uno solo che dà un risultato sicuro (nella fattispecie un successo planetario) in tempi brevissimi e soprattutto con uno sforzo minimo. Ho sentito dire in giro (in giro… non posso aggiungere di più, vediamo di capirci) che esiste un plettro ricavato da un dente di Satana che se usato (e pare sia appartenuto a tutti i più grandi del rock, e di sicuro non fa parte del bagaglio dei Tokio Hotel) infonde un magico potere al suo possessore… ho cercato tra i miei plettri ma credo di non averlo… non è materia di ricerca nell’ultimo film di Indiana Jones, per cui è ancora là fuori…
Tenacious Dcon Jack Black, Satana è interpretato da Dave Grohl (non ho potuto inserire il video direttamente qui, perché cliccandovi sopra youtube dice: mi dispiace ma non possiamo inviarlo, perciò ho messo solo il link. Fun-cool).
Perché non riesco a regolare la temperatura del flusso d’acqua che esce dalla doccia di casa mia? Inizialmente si scalda fino a raggiunge temperature utili per lessare un’aragosta, appena provo a miscelare l’acqua calda con quella fredda, di colpo mi ritrovo nella tundra. Non c’è pericolo che io sprechi acqua lavandomi, sono costretto a fare in fretta, però uscire dalla doccia senza concedersi una pausa rilassante circondato da benefico vapore che ti scioglie i muscoli tesi e contratti, causa stress accumulato durante il giorno, è come un coito interruptus, la sensazione di insoddisfazione che ti lascia è la stessa. Ma forse meglio fare in fretta…
“So di essermi già trovato qui… altre volte… bloccato in questo posto. Già… non c’è nessun altra strada, in nessun altro posto, che assomigli a questa. Voglio dire… esattamente uguale. È un posto unico… un posto speciale. È come con le facce. Tale e quale alle facce di cazzo” .
River Phoenix in “Belli e dannati” (My own private Idaho).