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Volevo essere breve, ma purtroppo non ho il dono della sintesi, in fondo ogni tanto mi piace straparlare. Scrivo alcune considerazioni (purtroppo un attimo di corsa) sulle tue foto, e lo faccio qui perché la tiro lunga.
Primo: invidio profondamente la tua capacità di saper usare Photoshop.
Ho visto che tu crei prevalentemente dei collage, o meglio dei Photocollage come venivano chiamati in un tempo lontano, e quindi ti colleghi direttamente alla radice della tradizione della fotografia e dei primi sperimentatori, che poi rielabori a tuo modo e secondo il tuo estro, questo in soldoni è ciò che si fa facendo arte. Mi pare che l’attenzione al passato sia ben presente in te e nei tuoi lavori, non solo come richiamo diretto attraverso la materia visiva che usi nei tuoi fotomontaggi, ma proprio come modus operandi, come idealità. Osservo che come ricerca e intenzione di fondo, le foto si muovono su diversi piani, come è naturale che sia vista la loro natura composita, dove talvolta emerge più forte una componente sulle altre: può essere ludica e di gioco, di “piacere della scoperta”, può essere stupore, divertimento, inconscio, amalgama, dialogo tra diverse realtà, poesia, intensità/struggimento emotivo ecc. Ognuno poi percepisce ciò che sente di fronte alla foto. Ognuno poi ti appiccica un’etichetta, che poi è così bello, perché un giorno sei surrealista, il giorno dopo dadaista, futurista, introspettiva, kandinskiana rediviva; credo non ti possano dare della “costruttivista” In questi casi uno prende e porta a casa. Ti dà fastidio quando ti appiccicano l’etichetta? Occhio, non vieni associata a… non è possibile in quanto quei movimenti non sono contemporanei a te, fanno parte del passato, ma vieni comodamente incasellata. Ti scoccia? Curiosità mia eh, se dici “no” non c’è nulla di male
Per sua natura il collage ha come effetto quello di portare un certo straniamento, è destabilizzante in quanto viene a mancare un unico punto di vista o una precisa gerarchia tra gli elementi che lo compongono, e questo è ben presente nelle tue foto, dopotutto fu Leger (o qualcuno che parlava delle foto di Leger, non ricordo ora la citazione precisa) che osservava come un certo modo di lavorare con la fotografia porti a dissolvere la prospettiva. Accumulo denso di elementi: possibile trappola… forse. Che gli elementi stridano, o creino armonia tra loro, ci vuole un sotterraneo superiore equilibrio nel montare il photocollage. Il fotografo è libero di cercare il suo di equilibrio, la sua cifra estetica più autentica. Un eccesso di densità nella struttura, a mio modo di vedere, porta solo a respingere il riguardante dalla foto, sviando la sua attenzione “oltre” la foto. Ma non ne sono mica sicuro, chiaro, è più un’ipotesi.
In termini di significati , decriptare o elaborare un significato univoco o cercare le tracce dei mille significati del photocollage è una tentazione irrinunciabile. Personalmente devo dire che tra le tante cose che Eliot mi ha insegnato con la “terra desolata” è che non necessariamente si deve cercare un significato a tutti i costi; se qualcosa, tra le tante, mi ha insegnato E. Panowsky è che tutto sommato ogni tanto è interessante cercare dei significati
Ma in fondo ritengo che questo sia un falso problema, almeno inizialmente, in quanto il mio approccio all’arte avviene in un primo momento come semplice adesione/accettazione da parte dei sensi di ciò che guardo. Niente mediazioni o sovrastrutture intellettuali, o se ci sono lavorano in secondo piano, molto sfumate. E’ così che ho guardato le tue foto, è così che a mio avviso dovrebbero essere guardate.
Dicevo, tu lavori per addizione, accumulo, rifrazioni, riferimenti, omaggi magari… sarai mica fan del fantomatico, ineffabile, contenitore definito post-moderno? No, perché in quel caso spiegami bene di cosa si tratta, perché io non ci ho capito una mazza… o meglio, è solo una forma di resistenza attiva del mio cervello che di fronte alle stronzate che mi è capitato di leggere grida pietà!
Dopo questa inutile divagazione, ti dico che ho visto il tuo lavoro sul dipinto di Frida Kahlo. L’opera di Frida vive chiusa in sé costituendo un mondo personale, intimo, perfettamente sufficiente a se stesso. Io mi avvicino alla sua opera con un grande pudore, mi pare quasi di non aver diritto di guardare, sbircio. Ho visto che tu sei intervenuta drasticamente destabilizzando quel mondo e quell’intimità, sciogliendolo, reinventandolo. Un’operazione attiva, forte (non dissacrante, che non ha senso dirlo) oh, non fraintendermi, sto solo osservando, non sto giudicando, tantomeno giudicando negativamente il tuo intervento. L’opera di Frida è lì anche per questo, e in fondo un’opera va prevalentemente vissuta, giusto? E il tuo è un modo di viverla.
Mi piace il tuo autoritratto “Grigio Arlecchino“, beh, quello è un omaggio alla fotografia, lì è condensata la storia della fotografia (fotografi e cineasti di inizio ‘900, fino a Lang e Hitchcock, quegli occhi lì li hanno spesso usati), e inserendo il tuo ritratto nella foto a pieno titolo ti immergi in quella storia, con intenzione di portarla avanti immagino, in un cammino, che sempre immagino, sia all’inizio.
Quanto mi piace across the universe nella versione di Fiona Apple.
mais quel honour Giovanni…
un post tutto pour moi..
allora…
prendo fiato perchè anche io sono stata depauperata dalla nascita del dono della sintesi (almeno in merito a ciò che trovo stimolante)
perciò..
Mi scocciano le etichette? au contraire…
non trovi che questo continuo cercare di incasellarmi sia sintomatico del fatto che non è possibile farlo?
l’uomo per natura cerca l’ordine per ritrovarsi
e sentirsi meno vacillante…a me piace disintegrare questo genere di cose..e poi, per citare frida..
“Pensavano che fossi una surrealista,ma non lo ero. Non ho mai dipinto sogni. Ho dipinto la mia realtà”
e se mi ci sono addentrata senza fare una piega nel suo quadro, e l’ho poi riadattato -puoi tranquillamente definirmi come vuoi, anche presuntuosa- è per una ragione banalissima…mi sento vicina a lei come persona..il che può “suonare” ridicolo, ma, essendo di mio “suonata”, è perfettamente coerente e logico…
più ti leggevo cmq, e più mi rendevo conto del fatto che, oltre a farmi un immenso piacere un parere così approfondito e carico di spunti, probabilmente tu (mi prendo questa libertà
) credi che io faccia le composizioni
riflettendo prima e mettendo in atto poi..
Ma la verità è che il mio è un flusso di coscienza…
come dovrebbe essere quello che porta le persone a commentarmi, a vederli, ad aprirsi con me come io faccio con le immagini che creo..
La verità Giovanni..è che ogni volta che creo non ho idea di cosa ne uscirà, e per me è meraviglia pura potermi sorprendere così ogni giorno e forse capirmi riguardandomi da fuori con cose che vengono da dentro…
lascio qui il link del mio blog..nel caso qualcuno ti leggesse e si chiedesse..ma che cosa sta dicendo?!
http://www.giorgiabenazzo.wordpress.com
attendo la tua risposta
G.
Primo: mea culpa, ma sono un po’ di corsa, metto subito il link al tuo blog sul post
Poi sciolgo un piccolo equivoco, Giovanni è un amico musicista (un chitarrista con i controcazzi), gli ho dedicato una pagina perché così ha un canale di comunicazione con il sottoscritto quando ha qualche nuova iniziativa o canzone e gli va di condividerla. Per me invece va bene: Taglia
Io ho optato per Giorgia perché ho visto che firmi le tue foto con il tuo nome.
Giusto, non è possibile incasellare, spesso poi lo si fa dal punto di vista sbagliato, o secondo presupposti sbagliati, che poi Valery (ne sono sicuro al novanta per cento, ma poi con calma controllo) scrisse che ci si disseta con il contenuto della bottiglia e non con l’etichetta, allora perché incasellare? Io salterei la cosa a piè pari. E lo farei anche per un secondo motivo: in quell’operazione non c’è solo la necessità dell’essere umano di riconoscere, organizzare e capire, alla base c’è qualcosa di più sottile e subdolo, l’idea di dimostrare che “io so e so cosa tu sei”. Il passaggio non è neutro, perché quando io etichetto non parlo più dell’opera, non mi concentro su di essa, io voglio solo dimostrare di sapere e così il soggetto di cui parlo non è l’opera in sé, che dovrebbe essere la protagonista, divento io il soggetto, quell’io che vuole dimostrare di sapere; quell’io che si rappresenta diventa il soggetto, e l’opera sfuma. Ma magari sono io troppo capzioso. Tu sei Giorgia, no? Quelle sono le foto di Giorgia, punto. Perché castrare la tua specificità, la tua identità; incasellare non è cercare quell’identità è confonderla ed annacquarla. Il campo dell’arte è il campo dell’indefinitamente aperto, la maggior parte di chi si approccia all’arte lo fa con un atteggiamento mentale definitivamente chiuso
Quello di cui parlo è in parte quello che ogni critico fa (ed è per questo che critici con gli attributi ce ne sono stati e ce ne sono pochi, analizzare un’opera non significa annullare se stessi, significa però che io non devo prevalere sull’opera; significa che l’opera dovrebbe essere anallizzata attraverso il dubbio metodico di Cartesio, non la verità rivelata del singolo che sfocia in quel fastidioso compiacimento da “io so!”) ossia sovrimpone se stesso e strutture interpretative all’opera d’arte. Dimmi la verità, ti sei mai trovata di fronte all’intervento di un critico in materia artistica (letteratura, arte visiva) a chiederti: ma quanto di ciò che dice corrisponde esattamente all’intenzione dell’artista? Quanto di ciò che teorizza è aderente con l’opera? Bel discorso amico, ma l’opera che fine ha fatto? Ce l’hai presente o ti parli addosso. Discorso che Eliot faceva riguardo ad un noto critico di Shakespeare, non ricordo il nome, sintetizzando, diceva Eliot: bravo è bravo ma nei suoi interventi io leggo molto di più di chi li ha scritti che non di Shakespeare.
Per questo io parlando delle tue foto mi sono tenuto sul “generale” senza entrare nello specifico (le tue foto si presterebbero ad investirvi tante e tante parole, trovarvi tante e tante chiavi di lettura) di ciò che magari io vedo, come le interpreto, di ciò che mi chiedo (io preferisco chiedere più che dire) ecc., per non fare un’operazione invasiva sull’opera, che può determinare, tra l’altro, la possibilità concreta che io sia completamente fuori strada nella mia analisi.
Attenzione però, una cosa l’avevo immaginata (non capita eh, non sono così presuntuoso): immaginavo che i tuoi collage sgorgassero da un flusso di coscienza, ergo non servono parole per descriverli (ciò li soffocherebbe), e a dimostrazione di ciò che ti dico, nel post ho scritto quella che per me è una possibile e coerente chiave per avvicinarsi alle tue foto: “in quanto il mio approccio all’arte avviene in un primo momento come semplice adesione/accettazione da parte dei sensi di ciò che guardo. Niente mediazioni o sovrastrutture intellettuali, o se ci sono lavorano in secondo piano, molto sfumate. E’ così che ho guardato le tue foto, è così che a mio avviso dovrebbero essere guardate”. Se nascono da un flusso libero, come immaginavo, altrettanto liberamente e senza gabbie le si deve guardare
guardare e punto, lasciarsi prendere e fine.
Su Frida: il problema circa l’interpretazione della sua opera sta nel fatto che lo si faceva da presupposti sbagliati, confinandola o nel mero folklore, oppure assegnandole l’etichetta di: espressionismo in salsa uacamole (non so come si scriva). E’ evidente che i dipinti di Frida siano Frida, quel mondo perfetto, intimo e chiuso all’interno della sua coscienza, esperienza, ricordi, sensazioni, dubbi, vita e in quanto chiuso è difficile da interpretare se non lo si guarda con attenzione ma ci si scrivono due parole perché va di moda e fa tanto esotico, ma si scrive in fretta che poi dobbiamo berci il martini al party.
Il tuo intervento sul suo dipinto è più che legittimo, non vorrei averti dato l’impressione di formulare un giudizio di natura morale, anzi hai fatto bene, sottolineavo il coraggio di confrontarsi ed entrare in un mondo così intimo e particolare e di disarticolarlo fino a superarlo (è un bel rischio che magari inconsapevolmente ti sei assunta): il mondo di Frida diventa allora il tuo mondo. Quello della tua foto è il tuo mondo, non più quello della Kahlo
Vabbé ho scritto un papiro e tra l’altro senza spiegare bene i concetti che ho espresso, e ho scritto in fretta ma non perché ci sia l’aperitivo che mi aspetta
Probabilmente non mi sono spiegata bene io..
mettiamola così..
per me è fondamentale che i critici di fronte ad un’opera si mettano in gioco..e quando ti chiedi se davvero le cose che dicono erano già insite nell’opera o nell’artista o siano solo futili parole, artifizi della retorica, giochi di specchi per narcisi come Sgarbi..la mia risposta è..che è irrilevante..
Adoro l’idea di lasciar parlare una persona di fronte a ciò che ho fatto…perchè potrebbe dire qualsiasi cosa, e mi piacerebbe cmq starla a sentire..perchè per me sono tutti flussi..il mio deve entrare, e quando mi dici frasi come” non vorrei averti dato l’impressione di averti dato un giudizio..” un pò me ne dispiaccio..perchè voglio giudizi, voglio insulti, e complimenti,e sensazioni, rabbia, sorrisi, ricordi..voglio entrare nelle persone così come io mi metto a nudo di fronte a loro… perciò ritieniti liberissimo di dirmi tutto quello che vuoi esattamente come ti viene da dirlo..senza censura…
il dono della sintesi?
fammi quello che io ho fatto a Frida con ciò che ti sembra più vicino a te.
ps: ho appena aggiunto un post che sento fortemente dentro…se ti va di andare a commentarlo, nell’istante in cui scrivi pensa che ti sto dicendo “feel free to touch”..
have a nice post
Dal punto di vista dell’artista è auspicabile che della sua opera si parli, che si discuta, che si apra un dibattito, che si dicano anche cazzate; il rischio che io sottolineo è che in quel fiume di parole non si parli di te e della tua opera, ma critici e pubblico parlino piuttosto di se stessi. Mi pare così che si faccia un torto all’opera e a chi l’ha realizzata. Io cerco piuttosto su cento interventi quello che nell’opera ci entra e la vive, i restanti 99 li considero fumo, inutili, vuoti.
Mi sono dimenticato di dirti che mi è piaciuto il tuo lavoro su Ferro3, è un film di cui ho visto solo il finale (per varie, curiose, ragioni), so che è un gran bel film.
Come già scrissi, passerò volentieri da te
t’aspetto li allora..
per dirti anche alcune cose sul fatto che per varie ragioni è assurdo che tu ti sia perso tutto quello che viene prima del finale di quel film