Quante volte leggendo un libro (almeno per chi legge molto) abbiamo avuto l’impressione che si stesse parlando di noi, o che almeno noi si abbia dei tratti caratteristici comuni, singolarmente, piacevolmente, dolorosamente comuni, con il personaggio rappresentato?
Mi è capitato con il libro che ho concluso da poco “E quel che resta è per te” scritto da Xu Xing, Edizioni Nottetempo. Poco tempo fa, circa la mia vita in rapporto a come essa si sia modificata di recente, una persona che mi conosce bene mi ha detto “sapevo che non sarebbe durata, non faceva per te, perché tu sei uno che prende le cose troppo sul serio, e quello non è un ambiente in cui per resistere si debbano fare le cose sul serio”. Vero, dovrei magari imparare ad adeguarmi, non che io non lo sappia fare, in generale ho sufficiente faccia di bronzo ed una spiccata attitudine al paraculismo, però non ci riesco quando qualcosa mi interessa davvero, quando quella cosa è il nucleo attorno a cui mi piacerebbe ruotasse la mia vita: arte e amore. E così, direttamente da “E quel che resta è per te” ecco cosa dice il protagonista:
Spesso mi è stato consigliato di adeguarmi, ma adeguarmi a cosa? E comunque lo scopo ultimo dell’adeguamento è il cambiamento e io vivo benissimo così, non vedo il bisogno di adeguarmi. Se anche sono un porco, non ho voglia di diventare uomo.
Ma non è finita, ultimamente sono sempre più così:
Soltanto io in fondo so di essere un fottuto imbroglione, il profondo scarto che esiste tra ciò che sento e ciò che lascio trasparire lo conosco solo io. […] Con Hanyu andò avanti così per un bel pezzo; io che ogni giorno le riempivo le orecchie di simili balordaggini, fingendo di sapere cosa stavo dicendo, e la poveretta che si sforzava di seguire il percorso contorto dei miei pensieri, fingendo di sapere cosa stavo pensando.
Il Taglia, cacato e sputato! Ho sempre avuto la capacità di trasformare la mia vita in letteratura, senza volerlo, chiaro, in questo sono davvero bravo, questa è l’unica capacità che mi caratterizza, e che non mi serve a niente e che forse alla fine è pure dannosa. Pace. Il profondo scarto che c’è tra ciò che sento e ciò che lascio trasparire lo conosco solo io… forse…
Luglio 14, 2008 at 11:04 am
Alessia= la trasparenza
Bella fregatura caro Taglia, vorrei essere come te. Quanti problemi mi eviterei, in tutti gli ambiti. Anche quando riesco a fare violenza su me stessa e ce la faccio a tacere, la mia maledetta faccia parla e mi stampa le parole in fronte.
Luglio 14, 2008 at 6:35 pm
Prendere le cose troppo sul serio? Ah non so cosa intendi…

Magari non tanto prendere le cose troppo sul serio, quanto piuttosto cercare sempre di farle al meglio, aspettarmi molto da me stessa e dalle varie situazioni in generale che affronto (quando penso che non valga la pena, non le considero proprio e tiro dritto come neanche), investire tanto nelle persone che conosco e mi piacciono, nelle cose che faccio: tutto questo lo conosco bene, e a volte mi ha fatto più danni che altro. Ma la natura è quella, ed è impossibile da cambiare.
Sulla trasparenza, altro che faccia di bronzo, a me mi sa che l’hanno fatta di plastilina da quanto è malleabile e mobile. Mi si legge tutto, e va bene così
Luglio 14, 2008 at 6:40 pm
Petta, non ho finito.
…Però lo so cosa vuol dire sentire lo scarto fra quello che senti di essere e quello che gli altri percepiscono: lo scarto non sempre è volontario, e anche quando lo è a me ha sempre fatto un tremendo, innaturale, bruttissimo effetto.
Ma non so spiegarmi meglio, senza tirare fuori esempi, che questo non è il luogo adatto per rivangare. Insomma, cunténtat!
Luglio 14, 2008 at 8:54 pm
@Alessia: già si vive moderatamente tranquilli, ma la mia faccia di bronzo funziona solo in ambienti o con persone di cui non me ne frega un cacchio. Tipo nei posti di lavoro tendo ad assecondare i colleghi senza farmi coinvlgere o fracassare le scatole se ci sono liti, mugugni, problemi, antipatie ecc. difatti vengono tutti invariabilmente a confidarsi con me perché io non do consigli, mi faccio i fatti miei e loro sono contenti perché hanno solo bisogno di sfogarsi.
In fondo io alzo muri con tutti e dietro quei muri ci piazzo il Taglia, il suo piccolo misurabile mondo, che però è un bel casino.
Però se qualcosa mi interessa, nello specifico arte e amore (e rispondo anche a Monia): in quel caso non mi faccio scivolare le cose addosso, evito per quanto possibile gli scontri e poi alzo le tende: ecco il senso di quel NON VOGLIO ADEGUARMI, non mento su ciò a cui tengo.
La faccia? Un amico pittore una volta mi disse che gli piaceva guardarmi perché faccio mille facce quando ascolto un discorso. Aggiungici che in certe circostanze arrossisco pure (raramente oggi, di più da ragazzino) sono un libro aperto. Ma, come ho detto, riesco a prendere le distanze da ciò che non mi interessa, e risulto indecifrabile.
@Monia: recepito, grazie,
Luglio 15, 2008 at 10:34 am
Recepito anch’io, il commento ha chiarito alcuni punti che dovevo aver male interpretato nel post!
Luglio 15, 2008 at 11:11 am
Non sei l’unico a trasformare la tua vita in letteratura e a non volerti adeguare a tutti i costi. E quel “Il profondo scarto che c’è tra ciò che sento e ciò che lascio trasparire lo conosco solo io… forse…” mi piace moltissimo e lo sento molto vero
Luglio 15, 2008 at 12:55 pm
@Euclide: grazie, mi fa piacere ciò che hai scritto, perché in quella frase conclusiva c’è tutto ciò che è il sottoscritto, c’è un po’ tutto il mio mondso, il mio modo d’essere