È importante che io faccia una premessa, dato che intendo scrivere seriamente questo post. Nonostante entrambi i miei genitori siano musicisti, io non ho mai studiato musica, non ne conosco gli aspetti tecnico-formali. Quando da piccolo tutti mi chiedevano, considerando la formazione e gli interessi dei miei “e tu, bambino, cosa suoni?” mio padre mi aveva insegnato a rispondere “suono il campanello di casa quando mi dimentico le chiavi”. Se si considera che sono un chitarrista autodidatta pieno di vizi e difetti nel suonare, mi sa che mi va ancora bene se mi concentro su quel campanello di casa.
Puntualizzato questo, vorrei esprimere un parere non tecnico, ma basato prevalentemente sui miei gusti e sulla mia esperienza di ascoltatore, sugli XTREME ALCHEMY che presentano Giovanni Calderini alla chitarra (liuto, basso, tastiera) e Gabriele Bianco alla batteria (percussioni, basso, tastiera). Ecco il link per raggiungere la loro pagina in MySpace ed ascoltarli: XTREME ALCHEMY
Mi ha colpito la loro Idiot Concerto in C diesis e credo non possa essere altrimenti per chi come me è cresciuto ascoltando rock nelle sue diverse sfumature e che poi, scomparsa una seria e propositiva scena rock (almeno a livello di mercato internazionale), è passato di necessità virtù al jazz. Ed in effetti il panorama interessante oggi sembra essere quello Fusion (che mescola tra gli altri rock e jazz, li fa convivere aumentando le potenzialità espressive e dell’uno e dell’altro) in cui molti musicisti rock si muovono con una foga ed una frenesia che tiene ben vivo lo spirito ed il sacro fuoco del rock. L’inizio di Idiot Concerto in C # è un potente richiamo a tutto ciò che per me la musica rock rappresenta ed ha rappresentato almeno in una sua fase (posso magari aggiungere una cazzata dicendo che in alcune sfumature mi è parso di cogliere anche un po’ il piglio di Brian May, e quanto di meglio sia stato suonato negli anni ottanta e variazioni da opera rock anni settanta, un imprintig, un clima, non certo pedissequa imitazione, ma capisco di muovermi un po’ a tentoni per cui la chiudo qui) ma il pezzo è una commistione interessantissima imbastita, credo, persino in modo ironico (mi dà l’idea che si tratti di uno di quei brani che danno ai musicisti un gran gusto nel suonarlo), un carnevale di istanze che sorprende piacevolmente. E poi c’è quella cesura, qual passaggio a ritmi sudamericani che dà più ampio respiro ed un tono più pacato ma altrettanto coinvolgente. A me sono sempre piaciuti gli stacchi netti (ma perfettamente calibrati e coerenti), forse perché gran parte della mia esperienza e della mia formazione è avvenuta nell’alveo del Trash Metal in cui è d’obbligo il frequente cambio di tempo e dove ci puoi trovare uno stacco tra dimensione incazzata e veloce ed una più dolce e melodica. Una perla nell’ostrica, l’inaspettato che ti prende. La chitarra è sempre puntale, è lì al momento giusto e ricama note nel modo giusto, che impatto! La batteria ad un certo punto crea quel doppio binario per cui da una parte c’è il tessuto generale della melodia e sotto la batteria che lavora (e ti ritrovi a battere le dita sul tavolo, è inevitabile) e le tue orecchie hanno l’imbarazzo della scelta, fortuna che il buon Dio ce ne ha fornite due (fortuna che la tecnologia ci permette di riascoltare a piacimento il brano). È perciò un pezzo che ti coinvolge non nella maniera becera di certo pop, ossi attraverso trappole di armonie preconfezionate, ma che ti impone piacevolmente un ascolto ricco di input ma comunque immediato, alla portata.
Giovanni è un chitarrista che riesce a tirar fuori un suono puro e cristallino dalla sua Ibanez (mi sembra almeno il sound tipicamente Ibanez) lasciando inalterata l’aggressività che c’è nel dna di questo tipo di chitarra, e così i toni incazzati come quelli più cupi, e se la si sa prendere per il manico la si può anche far strillare senza mai produrre un suono sguaiato. Giovanni ci sa fare (il suo approccio alla musica presenta un background mui ricco) non è quello che dalle mie parti si definirebbe “un sbrodegon” uno che nei passaggi veloci si mangia le note, o non sa trattare la chitarra, pare proprio che Giovanni e la Ibanez diano vita all’incontro di due anime affini. Chissà, io, che mi sono rincoglionito in questi anni (leggasi rammollito), aspetto di ascoltare Giovanni anche in versione “ballata”, per vedere in quella dimensione come dialoga con la sua Ibanez, che cosa le sa cavar fuori.
Grazie, Taglia! Non mi aspettavo addirittura un intero post! Vedrò di ficcare presto una ballata nel mio space.
Sono lusingato per gli accostamenti; inoltre ci tengo a precisare che nonostante tu ti dipinga mezzo ‘gnorante il tuo orecchio le sfumature le coglie!
Per la cronaca: Il “Concerto” è in Do diesis, ma il myspace demente non riconosce il simbolo “#”, idem per la “Silly sonata #1″.
Questione setup: ci hai preso, ho usato due Ibanez. La 7 corde per i riff pesanti (ti eri accorto che prendo anche un B basso?), la fedele Paul Gilbert per i soli e i puliti.
Scrivere un post è davvero poca cosa, in quei termini poi… però mi ha fatto piacere farlo. Correggo subito il do#.
Guarda, scrivendo “Giovanni suonava una Ibanez” nove volte su dieci si fa centro. In realtà ho riconosciuto il sound perché avendo la Paul Gilbert (chissà chi me l’ha consigliata) ho l’orecchio allenato.
Dopo cotanta competenza e maestria, io che non ne so/capisco un cavolo ma so apprezzare dico solo: bravi, complimenti, ai laic it!
Grazie mille per il post!
Quanto da te scritto è estremamente gradito, sono molto felice che questo esperimento (almeno in queste due prime espressioni) ti stia piacendo.
Condivido anche quanto hai scritto in merito a Giovanni, è veramente un piacere suonare con lui.
Ed è un autentico piacere ascoltarvi
Veramente complimentoni.
Ha ragione Taglia, e’ un vero piacere ascoltarvi. Keep it up!