Alta fedeltà è obiettivamente un bel libro, ed è anche curioso. La principale qualità credo sia l’onestà con cui Hornby affronta e rappresenta la vita (specie dal punto di vista sentimentale) del protagonista: Robert-Rob.
Io voglio affrontare un aspetto del libro, o meglio dell’approccio alla lettura di questo libro (come più in generale dei libri) parlando dell’inevitabile processo di identificazione tra lettore e protagonista. Per questo ho inizialmente definito “Alta fedeltà” curioso, perché più leggevo più mi sorprendeva il fatto che mi pareva di leggere di me. Esistono diversi tipi di identificazione: pura evasione, ad esempio mi immagino d’essere Legolas l’elfo del Signore degli anelli (anche se sai che quella è una vita che non vivrai mai). Oppure, chi non si è mai sentito come Gregor Samsa della Metamorfosi di Kafka? Io per un lungo periodo ero convinto d’essere il gemello diviso alla nascita di Bandini protagonista di Ask the dust di Fante, ecc. Ma quelle sono solo pose letterarie, piacevoli sì, a volte ti danno la carica, certo, ti fanno capire alcune cose, però in fondo sono vuote sovrastrutture mentali. Invece leggendo di Rob, per la prima volta, il riconoscimento è stato decisamente più profondo (non lineare, non semplice, ma comunque profondo). Per cui o tra me e lui c’è una sorta di affinità nel considerare la vita, affrontarla, soprattutto il modo di muoversi nel rapporto di coppia, l’educazione sentimentale; oppure Hornby non ha fatto che attingere ad un patrimonio d’esperienze emotive comuni alla maggior parte dei maschi (un po’ come leggere l’oroscopo, ci si convince che quello che c’è scritto riguardi proprio noi). Chiaramente la verità sta nel mezzo. Se certe cose avrei potuto pensarle io, viverle io, se certe situazioni le ho realmente vissute, se certi atteggiamenti o certe considerazioni mi appartengono (ma lo stesso credo valga per molti), è anche vero che in altre io e Rob siamo distantissimi. Talvolta l’ho addirittura considerato un idiota integrale (ma talvolta penso lo stesso anche di me, per cui). A volte l’immagine di Rob si sovrapponeva alla mia, altre volte un solco ci divideva e poi quel solco si assottigliava di nuovo fino a diventare una linea sottile, dello spessore di un vinile, magari dei Clash.
Questo libro mi ha fatto venire in mente un film che, dopo aver rimandato per anni (senza un preciso motivo), ho deciso di guardare lo scorso inverno: “Il Grande freddo” che tra l’altro viene citato nel libro.
Un cast azzeccato e perfettamente in parte: Tom Berenger, Glenn Close, Jobeth Williams (per me è stata l’equivalente di Susan Dey per Rob, quella bellezza che credi di vedere solo tu, e che perciò ti appartenga in modo speciale), Jeff Goldblum, William Hurt, Kevin Kleine. Libro e film percorrono lo stesso binario (senza mai scadere nel becero sentimentalismo): un bilancio fatto da persone che vivono sospese, che si ritrovano in un momento in cui sentono di avere il fiato corto, qualche rimpianto ecc. Sia il libro che il film hanno degli interessanti acuti a livello di scrittura/trama, ma prevale un clima pacato (ecco, forse io avrei preferito che Rob fosse più Rob, ossia una personalità definita in modo univoco, una caratterizzazione psicologica più profonda, non che Rob fosse centinaia d’altri uomini, me compreso, altrimenti non riesco ad affezionarmi completamente ad un personaggio, ma il mio è solo un cavillo ozioso). Film e libro sono una ricognizione dall’alto (una panoramica perciò priva di dettagli) di VITE, in cui il passato è legato a doppia mandata con il presente (quest’ultimo è il frutto di scelte o avvenimenti che sono già stati vissuti, per cui o tiri avanti, o fai qualcosa per cambiare ma, per l’amor di Dio, non frignare) mentre il futuro resta una dimensione temporale se non completamente esclusa (ma quasi) comunque sfumata, irrisolta (ed è giusto così).
Ho fatto la ola leggendo una delle tante classifiche di Rob: i cinque gruppi o cantanti che andrebbero fucilati se ci fosse la rivoluzione musicale: Michaek Bolton, U2, Bryan Adams, Genesis (per me dall’arrivo di Phil Collins) e Simple Mind.
Chiudo in musica con una citazione “Barry ha ragione, un tempo ero così. Adesso mi sembra lontanissimo. Non riesco più a mettere insieme quel tipo di rabbia” funziona così Rob la vita, su e giù, alti e bassi, lento e veloce… proprio come nella canzone degli Artic Monkeys “When the sun goes down”




Io ho visto solo il film, John Cusak e una giovanissima Catherine Zeta Jones…vale lo stesso come commento?
Perchè fucileresti i cinque cantanti/gruppi citati? No dai, i Genesis no….e anche Bryan Adams…vabbè qualche canzone la salviamo, no?
Wow, questo mi passa da Hornby, a Rob, all’identificazione col protagonista, a “Il grande freddo” agli Arctic Monkeys… Speta che mica ti sto dietro!Insomma t’è piaciuto, bene.
“So far, so good” me lo so’ ascoltato taaaaanto, ma taaaanto!! Degli U2 salvo cinque canzoni cinque, per il resto vorrei tanto che sparissero dalla circolazione…
Sull’identificazione con Rob: questa fissazione per le classifiche, gli elenchi, la associo a una certa ricerca di ordine, a un tentativo di dare un minimo di disciplina ad una vita incasinata. Allora Rob sono io, che conosco i miei limiti e i miei difetti e cerco di mettere ordine, di darmi programmi, di impormi piccole dosi di disciplina per non vivere costantemente là, in quel mondo tutto mio che poco si sposa con la vita reale. Rob sono io, che ho qui appena scritto un bigliettino con tutte le cose che devo (DOVREI) fare domani, che mi faccio una lista costantemente aggiornata dei film in uscita al cinema che voglio vedere, e di quelli che mi sono sfuggiti (liste separate, sennò troppo casino!) da noleggiare e/o scaricare, dei dischi di cui leggo recensioni e che voglio sentire, dei libri che quando vado in libreria vedo e non mi posso comprare, dei viaggi che voglio fare o delle città che voglio vedere, di mille altre cose… Le classifiche no, quelle non le so fare: mi manca la selettività necessaria.
A me Bryan Adams piacque però
@Scarlett e Monia: credo possiate stare tranquille per Bryan Adams, se la rivoluzione musicale avvenisse oggi (il libro invece è ambientato negli anni novanta) ce ne sarebbero parecchi in classifica prima di lui, non so, i Tokio Hotel ad esempio
Io sono certa che proporrei qualcun altro, ma me ne vengono talmente tanti che non ce n’è uno che spicchi…
@Acrimonia: te ne vengono in mente tanti? Guarda che poi fai la fine mia, e ti vien voglia di tirare sassetti
No, io tiro fermenti lattici, strali di acidità, spruzzi di limone
Gli spruzzi di limone sugli occhi sono terribili
Anche negli scortichini attorno alle unghie (che io ho sempre) e nei taglietti sui diti (come parentesi precedente, ora con la carta in ufficio poi…)!
Lieta che “Alta Fedeltà” ti sia piaciuto.
A proposito de “Il Grande Freddo”: ti consiglio anche la visione della versione inglese del film dal titolo “Gli amici di Peter” con Emma Thompson.
@Acrimonia: gli scortichini (se si tratta di quelle pellicine da mordere attorno alle unghie) ce li ho anch’io, i taglietti no… come con le figurine ce l’ho, manca, ce l’ho
@Alessia: il film che mi consigli non lo conoscevo, ma proverò a cercarlo
Sì, son quelli gli scortichini! Anzi no, sono le pellicine mangiate, che poi formano quindi piccole ferite leggermente sanguinolente. Scortichi!
Sì, intendevo dire proprio quelle, non avrei saputo spiegare meglio