In breve i Girasoli paiono sintetizzare gli umori di Van Gogh: ci sono i colori del Mediterraneo, colori mai scontati, ma neanche del tutto arbitrari, così distanti per senso e ricerca da quell’Impressionismo a cui spesso, per comodo, il pittore viene associato: “invece di cercare di rendere esattamente ciò che ho davanti agli occhi, mi servo del colore in modo più arbitrario [però nel senso di libero, più che di una scelta che reinventi la realtà] per esprimermi con intensità” fuoco cangiante che brucia nei petali, la corolla è come la corona di una stella in cui prorompe l’intensità di Van Gogh in un dipinto che splende annullando la distanza tra i piani, così il muro sullo fondo ed il vaso posto teoricamente in primo piano, si fondono nella dimensione della luminosità. I Girasoli, più che altre opere, esemplificano in modo diretto e chiaro non solo la ricerca formale di Vincent (almeno in un certo periodo della sua vita), non solo quel suo modo di dipingere attraverso una forza disperata, ma anche come si sentiva il pittore mentre li dipingeva, perché capita che un dipinto di Van Gogh sia Van Gogh “invece di abbandonarmi alla disperazione, ho optato per la malinconia attiva […] ho preferito la malinconia che spera, che aspira”. Ma in questa diacronica esplosione di luce c’è anche il nero delle origini dell’Olanda, e quello dell’incontro con i capolavori del passato dell’arte francese “non è inutile far notare che la cosa più bella che abbiano fatto i pittori di questo paese sia stata dipingere un’oscurità che malgrado ciò ha una sua luce”, un nero diretto immediatamente percepibile in un dettaglio, o nascosto: è la patina di sottofondo che racchiude e costruisce le tonalità ocra.
Variazioni di giallo su sfumature di spirali d’arancio, il cielo ha un solo colore, ma quel colore non è uno solo:




mi piace quella cosa del dipingere il buio(non la copioincollo perchè non mi sembra il caso…)
Mi ricordo l’impressione al museo nazionale di Amsterdam, la grande Ronda con questi corpi che “bucavano”la notte, il taglio di luce che illuminava la bimba…e ancora quadri con quelle facce severe di professori e saggi incollettati di bianco con dietro un fondo nero, che suggeriva cupezze morali e oscuri pensieri…interni popolari e piccoloborghesi (eggiè, le Province unite, il paese della prima borghesia!!)dove la fioca luce del nord illumina poveri cibi elegantemente disposti…insomma, un mondo così distante dal nostro, in cui ogni cosa è(troppo)illuminata, e nella falsità della luce neon si perde la verità del colore, la suggestione dell’ombra, la dolcezza del buio in cui rifugiarsi.
Mi è piaciuta molto la descrizione che hai fatto, le tue considerazioni. Tanto che (da str***) ho pensato agli studenti di St. dell’arte, ai neo laureati (tanto oggi come ieri) in st. dell’arte, quando ascoltandoli mi veniva da pensare: perché spendere tanti soldi, tanto tempo e tanta fatica, per farvi una cultura che qualsiasi guida turistica/guida ai musei, si fa in mezz’ora ascoltando un nastro registrato?
Niente a che vedere con ciò che hai scritto tu.
guarda io di pennellata, tratto, scuole ecc..ne so poco e niente (e si vede!!)
so però per istinto che nessuno è un isola…
che si desidera, e si riproduce, ciò che si vede(Hannibal Lecter docet)…e spesso ancor di più ciò che si percepisce (e in questo i disegni dei bambini sono esemplari).
Non ho nessun pregiudizio verso i contemporanei perchè ritengo che ogni momento sociale e storico deve esprimersi, e copiare il vecchio è solo manierismo(o abile falsariato, ma quella è un’altra storia!!:D)A me piace sentire a pelle, a prima impressione(anche se magari ci sto davanti mezz’ora) un quadro o un’opera d’arte, alcune mi allontanano, altre mi atraggono, qualcuna è straniante, qualcuna è piacevolmente familiare…
Poi ultimamente per “deformazione professionale” cerco di capire la società e la storia che stanno “dietro la tela”, quali erano i suoi valori, i tabù, quale il senso del bello e del brutto…antropologia dell’arte, insomma!
E questo modo di “sentire” così poco scientifico l’arte si riallaccia anche alla mia considerazione sui Bruegel, che non ho voluto allungare lì, e non ti starò a spiegare qui, a meno che tu non lo voglia…;-)
Ecco, sta tutto in ciò che hai scritto “A me piace sentire”… sentire l’arte, e nessuno (o pochissimi) lo capiscono. Solo in pochi hanno la sensibilità, o l’intelligenza, o la pazienza di sentire l’arte (non in senso romantico, o cretinate new age) e questo è l’unico modo per entrare nell’opera, non necessariamente per capirla, ma almeno per penetrarla attraverso un originale, personalissimo e soprattuto onesto punto di vista. Su questi presupposti si darà forma ad un giudizio, o ad un’opinione, di cui non bisogna mai vergognarsi. Come non bisogna aver paura di dire che qualcosa non ci piace, non ci attrae, non ci convince. Ad esempio io riconosco l’importanza e la grandezza di Canova (sarei uno scemo altrimenti), ma non andrei a vedere una mostra dedicata allo scultore.
Volevo fare un brevissimo post su Bruegel e Bosch, magari se ho cinque minuti nel fine settimana, se vuoi aspettare… oppure scrivi tuto ciò che ti va senza remore o problemi io leggo sempre molto volentieri