Maison Ikkoku è stato prima manga di Rumiko Takahashi (quella di Lamù, Ranma ½, Inuyasha) poi cartone. Ogni volta che tiro fuori una videocassetta e me ne guardo una puntata, mi lascia secco sulla poltrona. Essendo io un dannato snob pignolo in campo d’arte (e Maison Ikkoku è arte, non mi vergogno ad affermarlo e sottoscriverlo) non è mica facile. Mi siedo muto, trattengo il fiato, sospeso, pronto solo a riempirmi di immagini e musica, pronto a far mia una delle più belle storie mai pensate, scritte, disegnate, rappresentate e poi trasportate su video. Quanti passaggi con il concreto rischio di annacquare la storia, di farla scivolare verso pericolosi binari di ovvietà, col cavolo. La trama ha come filo conduttore la travagliata storia d’amore tra lo sfigato Godai, ingenuo fino alla stupidità, prima studente eternamente fuori corso, poi insegnante d’asilo (passando per un tirocinio da incubo in un liceo femminile), classico perdente a cui però non si può non volere bene, e la giovane vedova Kyoko (di qualche anno più grande) che gestisce la casa-pensione (da cui il titolo) in cui lo sfigato vive assieme ad altri personaggi al limite dell’assurdo (Ichinose con il figlio e un marito che è una specie di ombra; Akemi Roppongi disinibita rossa tutto pepe e sakè, e il misterioso Yotsuia scroccone parassita che vive alle spalle di Godai). Dicevo, la storia d’amore (i due si amano ma non osano dichiararsi, o fare quel passo in più, sempre trattenendo i sentimenti, specie Kyoko, Godai molto meno) si regge e si trascina tra mille equivoci, cose non dette, mai del tutto chiarite, sentimenti mai del tutto elaborati, gelosia, e ogni volta che le cose sembrano andare per il verso giusto, ecco l’imprevisto. Situazioni surreali ai limiti della follia, sconfinato divertimento e, sotto-sotto, un po’ di rabbia: maledetti casinisti ma volete mettervi insieme, che ci vuole? La trama è strutturata su di un’alchimia inafferrabile, un equilibrio segreto, di quelle cose che neppure chi l’ha scritta e disegnata saprebbe spiegare (credo che la Takahashi sia la prima a stupirsi del risultato finale), quelle storie di cui uno non è autore ma una sorta di tramite per farle venire fuori, storie che appartengono a tutti. Maison Ikkoku si svolge tra divertimento, situazioni più serie, tenerezza, idiozia, e il dramma sempre toccato con sensibilità, mai sbattuto in faccia, mai retorico, mai compiaciuto da lacrima facile (roba stomachevole da fiction italiana), ti conquista, ti fa sorridere, ti commuove, ti rende partecipe, ti fa sentire vivo. Ti fa pensare che se una cosa del genere esiste allora la vita non è poi una merda, e se anche non esistesse, finché si scrivono storie come questa, beh, la terra non è proprio l’inferno di Shopenhauer. C’è persino il concreto rischio che ti dia un sentore di speranza, roba da matti.

 

 

Questo cartone è un piccolo gioiello. Ha una colonna sonora calibratissima che sottolinea ogni scena in modo evocativo, composizioni dal tipico impianto ad ampio respiro della tradizione giapponese, con quella malinconia distillata che dopo averle ascoltate ti verrebbe voglia di buttare la braccia al collo anche al primo che passa, perché l’accompagnamento musicale ti fa sentire il calore umano, ne evoca il tepore e tu vorresti che si propagasse in te, che ti appartenesse, che qualcuno fosse lì ad abbracciarti. Ma la musica sa anche sdrammatizzare in modo ironico.

Bella la rappresentazione di Tokyo, è incredibile la regia: se cercassi tracce della pesante eredità di Ozu, beh, Maison Ikkoku direi: certe sospensioni, certe cesure, certi riferimenti, certe citazioni, certi poetici particolari così espressivi ed essi stessi narrativi (la lattina che scorre via nel fiume ingrossato dalla pioggia, il lampeggiante blu e rosso del passaggio a livello su un’inquadratura fissa con sotto i rumori della città, il treno che passa è solo un sibilo di traversine che si piegano), e poi la neve e la pioggia, la natura presenza complementare che pulsa nella città, sottolineature simboliche (i due innamorati sotto un unico ombrello), i bagni pubblici, le terme, il mare e l’anguria, i 108 rintocchi di campana la notte dell’ultimo dell’anno, i kimono, l’incenso che brucia, luce ed oscurità, la nota straziante della trombetta del venditore di ghiaccio che passa in bici la sera e non si vede neppure, e pensi sia uno spirito che informa i vivi che il sole sta tramontando “affrettatevi alle vostre case”, intimità, la birra, la soba e il ramen nei precotti, il cestino preparato da Kyoko, la frutta, gli esami, il caldo, gli esami con il caldo, il freddo, gli esami con il freddo “devo studiare, non ce la farò mai!” occhio a non inciampare! i baci, i petali di ciliegio, è già primavera? Sì… un’altra. Ricordo una scena drammatica con Kyoko sulla strada a metà di una collina, Kyoko è a destra nell’inquadratura, è sera e si stanno accendendo le luci dei lampioni (a sinistra), lo fanno nel silenzio, ma non contemporaneamente bensì in sequenza partendo dal fondo, uno alla volta, e la luce prima di uscire vacilla come se faticasse, come se sentisse che il momento è difficile… ritrosia, pudore. Che classe, è nel particolare che si costruisce la perfezione. Maison Ikkoku tocca vertici di liricità che uno non si aspetterebbe in un cartone e nello stesso contesto, due secondi dopo, esplode la gag informata di una comicità sempre sorprendente e si ride. Maison Ikkoku ti tiene emotivamente inchiodato. E alla fine? Beh, tutti i nodi vengono al pettine e il pettine li appiana senza strappi: un generale lieto fine per tutti, e che cazzo ogni tanto ci vuole pure quello, i pezzi del puzzle vanno al loro posto, ognuno trova la sua collocazione ed è quella giusta. Maison Ikkoku è la rappresentazione del riscatto degli umili, non c’è boriosità, non c’è compiacimento, niente superpoteri per supereroi così vuoti e distanti, niente spacconerie, niente sovrastrutture intellettualoidi, il bello è che in fondo si tratta di una storia comune, di persone comuni che vivono e vivranno vite comuni tra gioia e difficoltà, vite che trovano riscatto e senso nell’amore. Ogni tanto è bello sperare che sia così, che le cose vadano come in Maison Ikkoku in cui il dramma è riassorbito nella felicità, nella semplicità con cui si affrontano le difficoltà: un passo alla volta, insieme, e nella forza che ci si mette nel fare quel passo per non farsi schiacciare, per non abbandonarsi al rischio di auto commiserarsi, voluttà del compatimento. Il dolore non viene cancellato (sarebbe ingenuo e sarebbe scopertamente finto) ma reso sopportabile, reso parte inscindibile di un’esistenza che vale la pena di essere vissuta, anche solo per abbracciare idealmente una Kyoko o un Godai e guadare la neve che scende dolcemente da dietro i vetri di casa, magari in silenzio accordando il nostro respiro con quello del partner. Ancora insieme.

 

 

Rumiko Takahashi non ha più scritto niente del genere (non lo ha fatto nessuno probabilmente), l’ho detto, questa storia non le apparteneva veramente, non era sua, lei ne è stata sensibile ed intelligente tramite, questa è roba di tutti, un dono fatto da… boh.  Cinque minuti, mi bastano cinque minuti per prendere una boccata d’ossigeno, per tirarmi su. Se perdersi in un cartone, se fantasticare andando ad un passo dal sognare ad occhi aperti escludendo il mondo è peccato, io marcirò all’inferno, non fa differenza, comunque starò in buona compagnia, comunque lì sono destinato. Se per una volta godo sbrodolando melassa, fanculo, i denti che si cariano sono i miei. Al di là di tutto Maison Ikkoku è una di quelle storie che, dopo averla letta e vista e metabolizzata, nessuno potrà portartela via, diventa parte di te, la si custodisce gelosamente e la si tira fuori quando è necessario. Quando se ne sente il bisogno. Chiuso.