Passeggiando…
Se vado a passeggiare lo faccio da solo, è una forma di rispetto verso me stesso che amo concedermi. Parto da casa, la prima parte della scarpinata si snoda lungo una pista ciclabile, un fosso tombato, a margine di una strada tombata, perché non passano auto. È più una piacevole coincidenza che non la norma. Ma in fondo è presto, sono le due e venti. La pista ciclabile sbuca su di un’ampia area verde dominata da una collinetta che al centro custodisce un vecchio fortino, un deposito di munizioni, circondato da un laghetto. Nessuno in vista, solo il canto dei grilli in sottofondo, un ideale accompagnamento, tipo la colonna sonora di un film. Il prato come un piccolo sommerso brulicante mondo d’insetti, riduzione in scala della piccola sommersa brulicante vita di provincia, ripiegata attorno ad una chiesa fornita di campanile che, più che generatore d’identità del luogo, è uno spillone utile a tener su il cielo per evitare che ci caschi in testa. Il cielo oggi è azzurro, quella qualità uniformemente morta di azzurro che non viene alterata da nessun dettaglio, niente nuvole, uno schermo privo di profondità che incombe su tutto. Quando cammino guardo sempre per terra, per evitare di sentirmi soffocare. C’è un sentiero che passa accanto ad una villa rossa, strutturata su di un solo piano che si sviluppa longitudinalmente. Sulla facciata ha una veranda a cui si accede dopo aver attraverso un semplice arco. Il tizio che vi abita sta tagliando l’erba, si è sposato da poco, un amore impostato sull’opzione tregua forzata, in cui i due contendenti si sono reciprocamente traditi per anni ed alla fine hanno deciso di farsi il dispetto più grande sposandosi. Beata normalità. Abbandono il sentiero e salgo lungo la collinetta, è abbastanza alta da nascondere l’orizzonte ma ha un’inclinazione che non stanca le gambe. Mi torvo in mezzo all’erba sporcata da piccoli fiori gialli che si espandono e contraggono in un’unica interminabile macchia agitata dal vento, una leggera brezza inchiodata all’altezza delle mie ginocchia. Il vento stende le sue dita, il vento accarezza la collina come fosse un turgido seno verde e lo fa con piacere, un piacere che si trasmette anche a me attraverso un brivido che dalle gambe si rincorre fino alla base del collo. È come se stessi facendo l’amore con il vento e l’erba. Dico, se uno sa accontentarsi va bene anche così. Toh, guarda, Mac sta facendo jogging , un puntino che avanza acquistando una forma nitida, linee compattate in un sorriso cordiale “come va Mac” faccio appena è a portata di voce. Corre a petto nudo, niente maglietta. Rallenta l’andatura fino a farla scemare quando mi arriva davanti, Mac come un’onda che muore sulla battigia. Scuote la testa sbuffando “il lavoro…” lascia la frase in sospeso, odio dover comporre nella mia testa un discorso iniziato da un altro: troppe possibilità, troppe incognite, troppo violento l’impatto del sole per non costringermi a cedere ad un indolente torpore “c’è dell’altro o la chiudiamo qui?” faccio io, “il lavoro fa schifo, sono stanco”, “e la corsa serve per darti il colpo di grazia?”, “mi aiuta a non pensarci”. Amico, ti toccherà correre per almeno altri trentacinque anni, fino alla pensione (buona fortuna), e poi continuerai a farlo più che per inerzia per non dover pensare al fatto che in fondo stavi meglio quando lavoravi. Gli faccio “quantomeno fa bene alla salute”, annuisce. Alla mia di salute però, che mi sento sempre sollevato quando vedo uno che dopo essersi sfibrato al lavoro, si impone un ulteriore carico di fatica andando a correre. Il lato est della collinetta è seminato ad alberi da frutto, susini prevalentemente, file compatte di iris viola e rovi di more. Dopo aver salutato Mac mi dirigo là. Il fiume d’erba descrive un’ansa per assecondare la linea morbida della terra, appena sbuco oltre vedo un tizio che si fissa le scarpe. Mi avvicino e capisco che non trova interessanti le sue scarpe, ma il corpo di un uomo riverso a terra, con la testa fracassata ed un rivolo di sangue che gli cola lungo l’occhio, scansando lo zigomo e poi giù, inghiottito dalle crepe della terra arsa, tante cicatrici nere. Testa e terra: squarcio per squarcio, crepa per crepa… crepa! Ironia semantica da quattro soldi, cioè spicciola. Il tizio, continuando a guardare il cadavere, mi chiede “secondo te è morto?”, “o è morto, oppure dorme profondamente, molto profondamente”. [continua...]
Maggio 14, 2008 at 10:55 pm
Leggo la prima parte e mi fermo a commentare, poi vado con la seconda.
) del fare l’amore con il vento e l’erba.
Belle immagini, mi piace sempre leggerti. Sorrido di frasi come “Quando cammino guardo sempre per terra, per evitare di sentirmi soffocare.” perché mi ci ritrovo.
E da brivido (quello che dalla terra sale sulle gambe, arriva al collo e ora si è trasmesso a me!) la metafora (ah no, dev’essere una similitudine, come t’insegnavano a scuola, c’è il “come”
Proseguo con la lettura!
Maggio 15, 2008 at 11:25 am
Senti, se continui così mi metti in serio imbarazzo, mica ci sono abituato. Per mitigare il commento (di cui sentitamente e profondamente ti ringrazio) dovresti organizzarlo così:
“Belle immagini, mi piace sempre leggerti, comunque resti uno stronzo. Sorrido di frasi come … perché mi ci ritrovo, se però riuscissi a scriverle in un italiano più chiaro sarebbe meglio. [...] la metafora (ah no, deve essere una similitudine, ma tanto tu non capisci la differenza per cui…”
Seriamente: vielen Dank!
Maggio 15, 2008 at 10:25 pm
Ahahah ma va va
Mica offendo aggratiss, bisogna meritarselo!
Uau, pure il ringraziamento in Deutsch mi fai, per farmi sentire al lavoro sempre?
Maggio 16, 2008 at 5:25 pm
Per il ringraziamente crucco chiedo scusa, e lo faccio in italiano, o in inglese: it’s too late to apologize… come il titolo della canzone.